Incipit no more (hit the road Jack)

1965 englishmant.d. 1965

 

All you need is love
The Beatles 1967

Quattro anni di immersioni nelle acque gelide e grigie della Manica. Ma ormai sapevo nuotare. Quattro anni durante i quali tutta la mia vita si concentrava in sei travolgenti settimane britanniche, intervallate da dieci mesi e mezzo di frigida routine scolastica e sportiva in Italia.
Mummy Jo era pittrice ritrattista e questa attività insolita le apriva le porte del jet set, sia per motivi professionali, visto che solo i benestanti potevano permettersi il lusso di commissionare ritratti di sé e dei propri figli, sia per la vanità di chi si compiaceva di esibire in pubblico «l’amica artista». Io partecipavo alla sua vita, quella domestica, quella professionale, quella sociale. Così si sviluppavano per me estati intense e multiformi, tra le partite a ramino con Mummy Jo e Aunty Doris, le passeggiate, i cinema e i pomeriggi in spiaggia con Carol, le visite alle sontuose residenze dei clienti della pittrice immerse in parchi di alberi secolari, gli aperitivi sulla terrazza del Beach Hotel, le partite di tennis con i figli di Jo, le settimane da sguattero alla Cafeteria, le regate (a fare da zavorra) davanti alla foce dell’Arun, le serate al country club, dove sfogavo l’esuberanza della mia età in sfiancanti sessioni di twist o a cazzeggiare con i coetanei sulle fini dune di West Beach, o a seguire l’amico Peter e la sua band nei borghi della regione dove andava ad esibirsi con un repertorio di hit statunitensi e un paio di pezzi di un emergente gruppo inglese di Liverpool che aveva scalato le classifiche.
Parlavo, cantavo, sognavo, pensavo in inglese. Guardavo, ascoltavo, dormivo, ridevo, camminavo, saltavo, mi sedevo e mi alzavo in inglese. Piangevo, imprecavo, desideravo, rifiutavo, amavo in inglese. La prima volta che accompagnai Mummy Jo a prendere Brett e Rohan alla loro boarding school all’inizio delle vacanze estive, ci fermammo a pranzo nel bungalow di certi loro lontani parenti che abitavano lungo il tragitto e conobbi Jane, vagamente definita cugina: capelli crespi, occhi celesti, di poco più giovane di me, riservata quel tanto da incuriosirti, arrossiva ogni volta che la guardavo.
Avevo trovato la bionda.
Mi capitò di rivedere un paio di volte Jane al suo bungalow, prima  che venisse a trascorre qualche giorno ospite a casa nostra. Carol, il cui intuito femminile sopravanzava il mio di alcune ere geologiche, subodorò subito il pericolo, cosicché trascorremmo quelle giornate sempre in tre perché non voleva che restassi solo con la bionda, nemmeno sul campo da tennis. Fu lì che scoprii, grazie alla gonnellina bianca, che quando arrossiva in viso, Jane  arrossiva dappertutto. Quando sbagliava un colpo se ne faceva cruccio e le cosce le diventavano paonazze come per una scottatura.
Cominciò una storia d’amore che dopo tante vicissitudini sfocerà in un matrimonio e una figlia.
Dopo un paio di anni venivo scambiato regolarmente per inglese da chi non mi conosceva e calcolare quanto tempo passava prima che il mio occasionale interlocutore sospettasse che fossi straniero, prendendomi quasi sempre per norvegese, era diventato un gioco tra gli amici. Il mio amore adolescenziale mi aveva insegnato a provare sentimenti in inglese, accoglierli ed esprimerli in inglese. I pomeriggi a bere tè chiaro nelle ville del Surrey e le sere a bere Pimm’s al country club mi avevano fatto essere inglese con l’alta borghesia britannica, le serate a bere birra nelle dancing hall di provincia al seguito Peter mi avevano fatto essere inglese con la piccola borghesia britannica,  le pause delle giornate da sguattero  a bere tè più scuro di un caffellatte con i camerieri e i cucinieri alla tavola calda del Sussex mi avevano fatto essere inglese con la classe lavoratrice britannica. Mi fidavo a tal punto della mia padronanza dell’inglesità che quando, mentre sparecchiavo un tavolo, un omino mi si avvicinò e mi mormorò all’orecchio con un’aria tra il timoroso e il furtivo qualcosa che non capii, lo spedii senz’altro al cesso. Qualche istante dopo, vedendolo riemergere disorientato, decifrai in ritardo la sua domanda e corsi a nascondermi. Mi aveva chiesto: «May I have a Worthington [una marca di birra], please?»
Fu forse quella la mia prima, colossale cantonata da traduttore, ma senza dubbio a diciotto anni non immaginavo che quella sarebbe stata la mia professione per cinquant’anni. E invece…
Dopo esserci lasciati e ritrovati in giro per l’Europa, l’amore fanciullo riprese vita, ormai maturo, qualche anno dopo. Nell’autunno del 1969 Jane mi telefonò dal Sussex per informarmi che aveva trovato lavoro alla Berlitz e che si sarebbe trasferita a Milano qualche giorno dopo con il proposito di vivere con me. Io abitavo ancora con i miei e studiavo all’università. Avrei dovuto trovare un’attività lavorativa per mettere su casa e non sapevo fare niente. L’unica mia competenza speciale era l’inglese. Conoscevo Lisa Morpurgo, nota astrologa madre di un mio ex compagno di classe, che all’epoca era direttrice editoriale alla Longanesi. Andai da lei e le chiesi di mettermi alla prova come traduttore.n novembre consegnai alla Longanesi il testo della mia prima traduzione, Metti una bionda nel motore, (Ring Around the Rogue), di J.M.Flynn. Dopo d’allora avrei proseguito traducendo oltre cinquecento titoli.
Ero diventato traduttore per amore. Credo di poter dire in sincerità: traduttore a mia insaputa.

And in the end, the love you take is equal to the love you make
The Beatles 1969

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Incipit number three

Lh149

In quella memorabile mattina del 1961 avevo adottato lo spartito di Mummy Jo, leggevo le suo note e capivo la sua melodia, «vedevo» i nessi che le legavano assieme e utilizzavo quella nuova conoscenza per rispondere nella stessa chiave, per rispondere «a tono», e il dialogo funzionava, dava risultati. Ma ero ancora lontanissimo dal sentire il suo linguaggio, reagivo ad esso con l’intelligenza ma non con la mia «persona», ne usavo con disinvoltura i processi logici ma non quelli analogici,  e questa mia carenza era giustificata, perché il mio orecchio era sensibile alle misure della mia lingua madre, mentre lei parlava sui tempi e i ritmi della sua.
Forse c’era una speciale fatalità nel fatto che per me Miss Aveline sia stata sempre «mamma» Jo. In casa c’era un altro studente ospite pagante, Eric, di Parigi, con il quale conversavo in inglese. Per lui Josephine era Miss Aveline, ma per me era Mummy Jo. Non era signorina, era ridiventata Miss dopo il divorzio da Mr Barnett, e aveva due figli maschi di quindici e tredici anni, Rohan e Brett. Li avrei conosciuti solo negli ultimi giorni della mia vacanza, perché studiavano in una boarding school.
Io comunque ero solo, animato da sano spirito esplorativo e avventuroso, ma solo. Eric, che arrivò solo dieci giorni dopo di me, mi era più giovane di un anno e a quell’età tra maschi la differenza era grande come tra un triciclo e una monovolume, perciò non legai con lui. Mummy Jo lavorava e comunque non avrebbe potuto assistere più che tanto un quindicenne in vacanza. Invitata da Mummy Jo venne a prendere visione dell’ospite italiano Carol, un’amica dei due figli di Jo, che abitava nella stessa strada, sebbene a più di un chilometro da noi. Carol frequentava una scuola locale diurna, perciò il pomeriggio tardi era libera e presente e Mummy Jo aveva favorito l’incontro per togliermi dall’isolamento. Venne, naturalmente, a prendere un tè.
Entrò nella front room questa ragazzina bassa di statura ma abbondantemente ricompensata altrove. Era così brevilinea da riuscire a nascondersi quasi completamente, e credo volutamente, nei capelli, che erano lisci, fulvi, lunghissimi e dappertutto, specie davanti alla faccia. Non ricordo se bevve il tè, ma non so come avrebbe potuto, visto che, sebbene seduta, riuscì a non stare ferma un momento. Per il tempo che fu a casa nostra si dimenò in continuazione assumendo pose, immagino, da autentica contorsionista; potevo solo immaginarlo perché tanta agitazione avveniva dentro il nembo fiammeggiante di quei capelli, da cui spuntavano ogni tanto occhi scintillanti e birichini che mi guardavano sempre e solo di traverso e per pochi istanti.  Lo stesso quando parlava: sempre domande, sempre mitragliate con la velocità con cui l’acqua sgorga dalla falla in una diga, sempre posate su un fiato quasi apprensivo. Inutile dire che non capivo niente. Più che imbarazzato ero stordito. Andò via lasciandomi la sensazione d’essere stato preso a spintoni per un’ora.
Carol sarebbe stata la mia Virgilio nell’esplorazione non solo di Littlehampton, ma soprattutto dell’inglesità. Con il vantaggio tutto speciale d’essere accolto nel mondo esoterico dell’adolescenza locale di cui imparare i riti e soprattutto il gergo.

Littlehampton è un luogo di villeggiatura sulla Manica, oscurato dalla vicina presenza della più nota Worthing. Fuori dalle principali rotte turistiche, in tanti anni che ci sono andato, non vi ho trovato altri italiani che quei pochi che vennero una volta con me. Transitavano stranieri e studenti come me, iscritti a corsi estivi di varie scuole, ma erano tutti svedesi e norvegesi. Ciò significa che avevo solo la lingua inglese con cui comunicare e che non ascoltavo che inglese in casa e fuori. South Terrace, la via in cui abitavo al numero 39, era lunghissima, di fronte al mare, o per meglio dire, di fronte a una striscia erbosa altrettanto lunga e larga il doppio di un campo di calcio, delimitata sull’altro lato da un argine di due metri circa, sopra il quale correva il lungomare vero e proprio, la promenade. Da lassù si scendeva in spiaggia per mezzo di scalette disposte a intervalli. Quando non accompagnavo Mummy Jo in qualche commissione, trascorrevo le mattine di tempo buono in spiaggia a leggere e le concludevo al Butlin’s Park, una specie di Paese delle Meraviglie dov’era condensata la più esaustiva collezione di giostre, baracconi e macchine mangiasoldi che abbia mai visto.

La mia iniziazione da fanciullo a giovane uomo avvenne a Littlehampton. La mia adolescenza si è svolta lassù tra i quindici e i diciannove anni. In Italia frequentavo una delle scuole più impegnative d’Italia, il ginnasio e liceo Parini di Milano, lo studio a casa era massacrante e le mie serate erano dedicate agli allenamenti. Il sabato sera per tutto l’inverno avevo le gare di nuoto. Svaghi e compagnie di coetanei erano dunque circoscritti alle vacanze estive, sempre monche perché non ci fu anno senza che sostenessi esami di riparazione a settembre. Sono stato rimandato, in anni diversi, in tutte le materia. Compresa ginnastica. Ma le mie vacanze, le trascorrevo a Littlehampton, in una casa che era diventata casa mia, presso una signora che era diventata una mamma, due amici che erano due fratelli, una zia adottata che era diventata anche zia mia. La mia adolescenza, quella vera, quella delle prime bevute, le prime sigarette, i filarini, le trasgressioni innocenti, le grandi confidenze e le passioni struggenti, quella adolescenza pensava in inglese e parlava inglese.
Nei tardi pomeriggi del 1961 raggiungevo a piedi l’abitazione di Carol e mi beavo per un’ora o due delle sue convulse moine, dandole sicuramente l’impressione di essere un ritardato per la mia scarsa reattività ai suoi discorsi e alle sue domande. Si passeggiava, ci si sedeva sull’argine con i piedi a penzoloni, lei mi guarda sempre di sottecchi attraverso i capelli, mi sorrideva con una ciocca di capelli tra le labbra, mentre se li masticava, mi scoccava domande velocissime e mi faceva una gran compagnia. Io dal canto mio la fissavo spesso, soprattutto per cercare di interpretare le sue frasi osservandole il movimento della bocca, impresa vana. Aveva un viso perfetto, incantevole, l’avrei ritrovato anni dopo al cinema in quello di Candice Bergen di Conoscenza carnale. Ed ebbe con me una pazienza da missionaria da molti punti di vista. L’impossibilità di dare significato alle sue repentine scariche verbali mi spinse a salire a un superiore livello interpretativo del linguaggio e supplire con un contemporaneo esame di tutta la sua mimica e del tono ogni volta che mi parlava. Dovevo ascoltarla insomma non solo con le orecchie, ma con il cuore. È un esercizio che non avrei mai più abbandonato. (Da traduttore, oltre che con le orecchie, ho sempre letto con il cuore.)
Ho notato, con gli anni, che ciascuno di noi conserva buona memoria delle proprie gaffe e brutte figure e cerco di trovare consolazione nella consapevolezza che le vittime e i testimoni delle nostre «toppate» ne perdono quasi subito traccia.
Ricordo con precisione la piazzetta ombreggiata dalle querce dove, durante una delle nostre passeggiate, Carol si lanciò contemporaneamente in uno dei suoi reiterati tentativi di attirarmi su un piano di relazione più intimo e in uno sforzo di mostrarsi quattordicenne matura ed emancipata. Per la sua duplice strategia scelse una barzelletta piccante. Funzionava più o meno così: un tizio cerca una stazione alla radio e passa velocemente da un programma all’altro cogliendo di ciascuno solo uno stralcio brevissimo. La successione è la seguente: una canzone d’amore, un incontro di pugilato, una partita di tennis, uno sceneggiato radiofonico. E la serie che viene a comporsi è: «Darling, I love you» «Now they are on the floor» «In out in out in out» «And after nine months a little boy was born».
Non mi fu d’aiuto la sua recitazione ansimante e ovattata dai capelli, ma la verità è che la mia stentata comprensione dell’inglese mi negò la capacità di sintesi e mentre stavo ancora compitando mentalmente le singole parole, lei aveva accantonato l’argomento più imbarazzata che spazientita. «You didn’t like it», disse. «Oh, well, it wasn’t that good.»
L’incidente rimase però sospeso tra di noi per il resto del pomeriggio come una proposta di matrimonio rifiutata, e fu solo a sera, dopo averci a lungo ragionato, che ricostruii il senso della storiella. Sentendomi un perfetto idiota. Per questo non me lo posso più dimenticare.
Questo episodio per me un po’ commovente per il suo infantile  candore mi serve da esempio per spiegare che cosa intendo per ascolto analitico e ascolto sintetico. Finché la percezione dell’espressione verbale muove solo meccanismi mentali analitici c’è il rischio  di non cogliere il senso totale di ciò che è stato detto. Il pensiero analitico si sviluppa necessariamente secondo schemi logici, mentre in quello sintetico interviene in modo decisivo la componente analogica, ampliando il senso intrinseco del testo (parlato o scritto) per inglobare in esso un gran numero di risonanze associative. Se non possiamo fare a meno di reagire emotivamente alla musica è proprio perché, nell’ascoltare una nota,  il nostro orecchio ne percepisce anche numerose armoniche, le quali a loro volta si legano alle armoniche delle note seguenti occupando tutto lo spazio uditivo circostante il tema melodico come un paesaggio  avvolge un fiume. Se guardiamo il fiume con un potente binocolo, ne potremo giudicare le caratteristiche specifiche come velocità e grado di limpidezza dell’acqua, presenza di rapide e gorghi, affioramento di sassi o rocce; ma solo spaziando con lo sguardo ne apprezzeremo la portata, le anse, i giochi cromatici, l’influenza estetica e anche economica sulle campagne circostanti.
Se non esistesse la componente analogica nell’espressione verbale, non esisterebbero le barzellette. Né belle, né scadenti.
Il limite che ci si oppone con una lingua di cui non abbiamo padronanza è analogo all’angolo entro cui ci obbliga il binocolo. Per decifrare la frase dobbiamo concentrarci sulle parole, la grammatica e la sintassi, e troppo spesso ciò che ne ricaviamo è solo il suo significato immanente, diciamo unidimensionale, mentre la lingua, come il suono, esprime i suoi concetti in maniera pluridimensionale, non solo nello spazio e nel tempo, ma persino nella coscienza e nell’inconscio, cioè là dove la nostra percezione è sensibile agli impliciti della lingua madre e stenta pertanto a reagire a quelli di una lingua straniera. Concorrono nell’esposizione di un concetto oltre ai legami fisici tra le parole anche la scelta dei singoli vocaboli con tutto il loro peso filologico, onomatopeico ed estetico, la costruzione con la sua altalena di enfasi, le associazioni, le allusioni, le insinuazioni, le provocazioni che ne rivestono e arricchiscono la stesura sic et simpliciter. Nel periodo precedente ho utilizzato volutamente una costruzione particolare, iniziando con la forma verbale «concorrono» perché il lettore leggesse tutto il brano avendo subito come punto di riferimento fondamentale l’immagine di un affollarsi e sovrapporsi.

Per tornare alla musica e all’amico Renzo, la frase va letta nel suo insieme, non parola per parola, come il rigo musicale non va visto nota per nota. Ma perché ciò avvenga è necessario essere sorretti dalla percezione di quella che Umberto Eco chiamerebbe la «sceneggiatura», il contesto. Quello del romanzo o racconto in cui la frase è inserita, senz’altro sì, ma non solo. Perché nel suo aspetto formale la lingua rimanda in continuazione a un contesto più ampio, fuori della copertina, rimanda cioè a quella Sceneggiatura con la S maiuscola che si compone della storia, la psicologia, la struttura sociale del popolo che in quella lingua si esprime. Come dire che Renzo non solo sente la melodia mentre legge le note, ma la rapporta istintivamente alla musica che conosce e che è alla base della sua formazione, da Mozart ai 99 Posse.
Come dire che pensando all’Arno, non viene in mente solo un serpente di acque poco chiare, ma riaffiorano subito Firenze e Pisa, e i loro ponti e balconi, e poi chiese, monumenti, statue, guelfi e ghibellini, repubblica marinara e signoria, Lorenzo, Caterina, la cucina francese (Caterina portò l’arte culinaria in Francia), l’anatra a l’orange. Senti dire «Arno» e magari pensi: «Un Corton de Renardes 1998, s’il vouz plais». Si sposa con il canard.
Ma quali associazioni inglesi avrebbe potuto estrarre dal mio bagaglio culturale la storiella di Carol, quando le mie valigie erano piene di italianità?
Il mio fu un faticoso rinascere, del resto in un’età propizia perché assegnata da sempre a una delle metamorfosi cardine nell’esistenza di un individuo, in una realtà molto diversa da quella che conoscevo. La lingua, che è il  cemento principale di una società, ne è anche il riflesso insistente e onnipresente. Io intraprendevo quell’estate un percorso inverso a quello naturale, partivo da una scarsa conoscenza dell’inglese per calarmi nell’inglesità e avrei dovuto scendere in essa come un palombaro fino a toccare il fondo. Solo allora avrei potuto darmi la spinta con cui riemergere in superficie… avendo imparato a nuotare nell’inglese come sapevo nuotare nell’acqua.
Per riuscirci, dovevo abbandonarmi, lasciarmi andare, come quando si impara a nuotare, appunto, o ad andare in bicicletta, o a fare l’amore. Presenza di spirito e abbandono, mi ci volevano, la passione dell’esploratore, che viaggia vigile e curiosa e archivia in continuazione, ma tiene mente e cuore sempre aperti a qualsiasi sorpresa, sempre pronti ad accogliere tutto e di tutto.
Non lo feci consapevolmente. Ma stavo bene, circondato da persone che mi volevano bene, e forse anche grazie all’impulso naturale in un quasi quindicenne a farsi accettare, ad appartenere, buttai fuori tutto il mio fiato italiano e cominciai a scendere verso il fondo. Quando vi avessi posato finalmente i piedi, mi sarei spinto fuori e la prima boccata sarebbe stata di aria inglese.
E venne il mattino in cui mi svegliai sulla scia di un sogno e nel rendermi conto di averlo concepito in inglese mi accorsi che anche cercando di ricostruirlo, come accade di fare quando si ricorda qualcosa di ciò che si è sognato, stavo riflettendo in inglese.
Linguisticamente ero stato adottato.

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Incipit number two

Louvre - photo Marie-Lan Nguyen 2009

Louvre – photo Marie-Lan Nguyen 2009

 

La propria lingua, quella in cui si nasce e cresce, la chiamiamo lingua madre. È anche la lingua della mamma, la si sente parlare prima di venire al mondo, provoca vibrazioni nella placenta dal diaframma e stabilisce a quale tipo di musicalità linguistica ci conformeremo per istinto. Per questo negli USA ci sono gli Aerosmith e da noi c’è Nino D’Angelo.
Uno studio condotto da Christine Moon, Hugo Lagercrantz e Patrica K Kuhl nel 2012 su due gruppi di neonati americano e svedese ha determinato che l’individuo distingue i fonemi della lingua parlata dalla madre, e ascoltata nell’utero, da quelli di una lingua che non ha mai sentito.
La lingua madre si apprende con l’orecchio prima che con l’occhio, è composta da suoni, come una partitura. Il lemma “suono” ha nelle sue origini il vocabolo provenzale so che significava anche «melodia», dal greco melos, musica, la quale appunto si suona.
Sarà perché sono cresciuto  tra letterati e musicofili, ma per me lingua e musica sono realtà indistricabili. Per spiegarmi, e scagionami, chiedo aiuto a Joachim-Ernst Berendt.
Una somma di parole si trasforma in lingua quando i rapporti tra esse vengono disciplinati secondo uno schema normativo, una sintassi (sin = insieme e taxis = ordine).  Nella costruzione di una frase si utilizzano delle cerniere che articolano le parole: la radice ar- (armozo, in greco moderno vuol dire montare, lo trovi scritto sul foglietto che accompagna la brugola nel cartone dell’Ikea), è quella di harmonia, accordo, e arithmos, numero. E i numeri ci servono per «misurare», un termine che attraverso il latino ci arriva dal radicale me-, origine di vocaboli che si riferiscono sia a misura sia a tempo, tra cui il sanscrito matram, ciò che è misurabile (vedi “materia”), da cui l’italiano «metro».
I musicisti parlano sempre di «misure», perché è in misure che suddividono una frase musicale, che si sviluppa in una successione di momenti di tempo. La costruzione melodica si forma cioè in una struttura metrica. Ma matram, misura, e metro, hanno entrambi origine da metra, utero, da cui deriva anche mater, madre.
Lingua madre. Lingua misura. Madre misura. C’era qualche dubbio che Dio avesse creato la donna e non l’uomo?
Prima di nascere, ascoltando la mamma, ascoltiamo la misura che sarà quella su cui ci esprimeremo per la vita, quella che detterà i tempi delle nostre articolazioni verbali.
Ma la lingua è madre anche perché ci genera a livello antropologico. Una lingua è inscindibile dal complesso storico-sociale della gente che la usa, ci trasmette il nostro «modo» di essere. La lingua può ben essere madre «adottiva», come lascia intendere giustamente Frau Zorzenon quando sostiene che «di madrelingua si diventa e non si nasce». Sebbene questa affermazione sia forse troppo spregiudicata e non accettabile tout-court, è tuttavia vero che nessuno ci impedisce di cambiare famiglia e farci adottare da un’altra madre lingua diversa da quella parlata dalla nostra madre biologica.
Basti ascoltare la tennista brindisina Flavia Pennetta che ormai parla italiano con un percepibile accento spagnolo. Però italiano e spagnolo non sono più diversi tra loro che un caffè fatto con la moka da quello fatto con la  cuccumella napoletana (che, a proposito di adozioni, fu inventata da un francese). Se invece un italofono tenta di inglesizzarsi trasferendosi tra lingue che sono strutturalmente, e quindi antropologicamente, quasi contrapposte?
Qui la mia esperienza di vita rivela l’azzardo dell’affermazione di Zorzenon. Dei tantissimi esempi che potrei ricordare riporterò solo uno. A 19 anni andai a lavorare in Germania una prima volta e legai con Mario, un emigrato napoletano. Sapeva solo qualche parola di tedesco. Negli anni successivi, studiando tedesco ed elettrotecnica alle serali, ha fatto carriera, si è sposato e risposato, ora vive una agiata pensione a Monaco di Baviera. A distanza di 50 anni da allora parla correntemente il tedesco, ormai meglio dell’italiano. Ma se lo ascolti da lontano e di quel che dici cogli solo accento e cadenza, giureresti che sta parlando napoletano. Della sua lingua madre ha comunque avuto il sopravvento la struttura musicale. Flavia ha spagnolizzato l’italiano adottando lo spagnolo, Mario ha italianizzato il tedesco perché in realtà non ha adottato il tedesco. E questo avviene 90 volte su cento in chi si trasferisce all’estero. Cento volte su cento in chi impara un’altra lingua restando nel paese d’origine.
Si può adottare facilmente un’altra lingua, ma farsi adottare, cioè acquisire un’altra lingua madre diversa da quella naturale, è difficilissimo, quasi raro.
Il primo passo è nell’imitazione, come fanno i bambini.

Io avevo improvvisamente cominciato a capire e farmi capire in inglese perché ero entrato finalmente in sintonia con la metrica locale, ne percepivo e soprattutto imitavo le misure, insomma ero a Roma e mangiavo da romano; ma tra capire e sentire c’era un abisso, del quale ero ancora inconsapevole e per colmare il quale ci voleva la bionda. Prima però dovevo attraversare un’altra fase.
Se è vero che la stazione eretta ha concesso alla scimmia di avere le mani libere e che fu la collaborazione di mani e occhi a trasformarla in uomo, leggendo l’illuminante Il terzo orecchio di Joachim-Ernst Berendt, a cui ho fatto riferimento per molti degli etimi di cui sopra, si giunge a riconoscere la straordinaria importanza dell’udito. Immagino che in assenza di orecchie la lingua si sarebbe potuta evolvere lo stesso, l’avremmo chiamata «la scritta» (noto di aver usato il verbo chiamare), perché sarebbe esistita solo in quella forma, ma temo che ci saremmo estinti prima. Fatico a figurarmi il cacciatore primitivo che vede la tigre con i denti a sciabola piombare sulla sua donna e trovandosi lontano dalla grotta si stacca precipitosamente dal fianco il cellulare di quei tempi – una lastra di pietra – e vi scolpisce in fretta e furia la parola «Scappa» per mostrarla alla sventurata. Posto sempre che la tigre non avesse già usato lui come antipasto, visto che non l’avrebbe sentita avvicinarsi.
L’udito, guarda caso, è al contrario della vista un senso «femmina», perché ricettivo; lo sguardo infatti è spesso rappresentato con una serie di freccette, simbolo maschile. È sintomatico che l’avvento della cultura visiva coincida con il passaggio dal matriarcato al patriarcato e il nuovo Dio sia rappresentato da un triangolo con dentro un grande occhio. Altrettanto lo è il fatto che gli scienziati, che per necessità professionale devono avere del mondo una visione forse teleologica ma mai teologica, nel sintetizzare l’ipotesi oggi più accreditata dell’origine dell’universo abbiano adottato l’espressione «Big Bang», il grande fragore. (Intrigante l’intuizione di Pitagora secondo cui i movimenti dei pianeti del nostro sistema solare producono un “suono armonico” a noi impercettibile ma con noi assonante: come fosse il teorizzato residuo del Big Bang.)
L’orecchio è anche l’organo preposto alle misurazioni, ascolta i suoni interpretandoli in base alle frequenze e ne coglie il senso lungo un segmento temporale, si può avere un colpo d’occhio  di un’immagine, ma non un colpo d’orecchio di una frase, ci ricorda Joachim-Ernst Berendt. Cosicché l’occhio è spesso approssimativo, l’orecchio mai. Come l’uomo e la donna, appunto.
La stereoscopia ci permette di percepire la tridimensionalità dello spazio, ma l’orecchio fa di più giacché coglie spazio e tempo insieme. Torniamo ai «momenti di tempo», a quel me– che sta dentro a melodia. Ascoltando con gli occhi chiusi si ha preciso il senso dello spazio, lo porge l’orecchio. Se in esso si introducono prima un suono e poi un altro, si ha preciso il senso del tempo intercorso tra i due, l’intervallo… e qualcosa di più: la relazione tra i due suoni, perché il primo suono si arricchisce di un significato ulteriore in base al secondo e viceversa. Un suono è un suono, due suoni sono melodia, perché li unisce un momento di tempo. Una misura. È così sensibile il nostro orecchio alla componente temporale dell’udire che se ascoltiamo un brano musicale «sentiamo» fin dal principio dove si risolverà: i rapporti tra le singole frequenze ci informano sulla tonalità, quella che impropriamente chiamiamo «chiave», e anche se non la sappiamo riconoscere con il suo nome, non sappiamo se è un do, un mi, un si bemolle, ci aspettiamo che nell’ultimo accordo quella nota ricompaia, come una chiave, a chiudere la porta che ha aperto all’inizio. Se non c’è, la immaginiamo e creiamo mentalmente.
Credo che questa sensibilità sia conseguenza del fatto che l’udito è il primo dei nostri sensi, quello che ci fa ascoltare ancor prima di nascere. Joachim-Ernst Berendt ci fa notare che il feto se ne sta raggomitolato nel ventre materno… a forma di orecchio.
Da qui il discorso potrebbe scorrazzare (lat.: discurrere)  letteralmente all’infinito passando attraverso la pitagorica armonia delle sfere celesti, nelle numerose teorie di “accordi”  e “disaccordi” armonici tra uomo e universo, ma mi rassegno a rimanere nei confini della mia fugace esperienza terrena.

Il mio amico Renzo è musicista. Quando anni fa decisi di cimentarmi con la tromba, mi fece da compagno  con il suo clarinetto, straziando con me il vicinato. Non avevo difficoltà a suonare la tromba, ma non sapevo leggere la musica e Renzo cercò di insegnarmelo. Imparai grazie a lui a leggere le note, ma la pigrizia mi impedì di proseguire in quell’apprendimento senza il quale è impossibile suonare uno strumento a  fiato. E saper leggere uno spartito non basta. Al punto in cui ero arrivato io, capivo la musica scritta, ma non la sentivo.
Il mio amico Renzo non legge uno spartito, lui lo ascolta. Non vede le note, lui le sente guardandole e sente le misure, le relazioni tra le note.
La letteratura è fatta con le parole, come la musica con le note, e frasi e periodi si formano con i rapporti tra le parole, le relazioni, i momenti di tempo che le uniscono e separano. Diciamo periodo un complesso di frasi legate tra loro da diverse relazioni sintattiche e utilizziamo per la definizione un vocabolo che fa riferimento al tempo. Sono sempre stato convinto che per cogliere il senso profondo di un testo scritto, bisogna ascoltarlo. Con quale senso della misura? Quello che ci detta la lingua in cui è scritto. Ma quando non è la nostra lingua nativa e non sollecita il nostro orecchio, sensibile a un contesto melodico molto diverso, bisogna prima calarsi spirito e corpo nella cultura di cui quella lingua è espressione. Non adottare ma farsi adottare.

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Incipit number one

Grandi Viaggi

Ho cominciato a viaggiare da molto piccolo.
Nel 1952, compiuti sei anni a un mese dall’apertura delle scuole, fui iscritto all’istituto elementare di fianco a casa, in viale Mugello a Milano, e contemporaneamente cominciai a prendere lezioni private d’inglese da Miss Faa.
Miss Faa e sua madre Mrs Faa, che a me sembrava, quando la incrociavo, appena scesa da un dipinto dell’Ottocento per una tazza di tè, vivevano in via Elba e per arrivarci mamma e io attraversavamo la città prendendo due tram (due biglietti, all’epoca). Se ne andava via il pomeriggio intero.
Quando nel 1957 lasciammo l’abitazione in affitto di viale Mugello per trasferirci in quella di proprietà vicino a piazza Istria, il viaggio per le lezioni d’inglese non si abbreviò. Avrei smesso di compierlo ormai diciottenne nel 1964, dopo non aver praticamente saltato una sola delle mie settimanali conversazioni con Miss Faa per ben dodici anni.
Il viaggio era così lungo e la destinazione così aliena, che mi sembrava di recarmi all’estero. L’abitazione delle signore Faa, naturalmente un pianterreno con giardino, era il New England di Milano. Appena io e mio fratello entravamo, gli schiamazzi da marciapiede si sfibravano in bisbigli chiesastici, e tutta la lezione era uno scambio di mormorii in un silenzio profondo abbastanza da dar risalto a un voltar di pagina, tra i vetri colorati e i capolini di rose alle finestre.
Per questo, immagino, l’Inghilterra vera, quando ci arrivai, non mi colse troppo impreparato.
Partii da Milano nel luglio 1961, ancora quattordicenne, affidato, insieme con molti altri ragazzi tutti più grandi di me, all’organizzazione Grandi Viaggi, con una valigia e un foglietto  con il mio nome e la mia destinazione finale, con cui mi sarei fatto riconoscere da Miss Josephine Aveline, la signora presso la quale sarei stato ospite pagante.
Andò tutto storto. Partimmo in grave ritardo dalla Centrale di Milano, perdemmo le coincidenze internazionali, il nostro vagone fu ripetutamente staccato da un convoglio e agganciato a un altro, a Calais finimmo su non so quale binario morto e attraversammo come un branco di profughi un intero scalo ferroviario per recarci a piedi, con i nostri bagagli sulle spalle, alla dogana e al controllo passaporti. Prima di traversare la Manica eravamo già in ritardo di un giorno. A Dover restammo appiedati e dopo altre ore di attesa su una carrozza ferma, compimmo l’ultimo tratto di epopea giungendo a Londra dopo trentasei ore da quando il primo treno aveva lasciato la Stazione Centrale di Milano.
Il caos del nostro gruppo era ormai al colmo, i pochi adulti correvano trafelati su e giù per il marciapiede della stazione cercando di tenere insieme la loro nidiata e affidando di tanto in tanto i più fortunati a chi era venuto a prenderli in consegna.
Seduto sulla mia valigia accostata agli altri bagagli ammonticchiati, per un po’ osservai con una punta d’invidia quelli tra i miei compagni di viaggio che venivano accolti dagli emissari di qualche famiglia indigena e ripartivano per la loro vacanza britannica, poi mi alzai e intercettai uno degli accompagnatori.
«Io devo prendere un altro treno e ho già il biglietto», gli dissi. «Posso andare a vedere se ce n’è uno?»
Mentii quando promisi di tornare a informarlo, ma lui fu lieto di sbarazzarsi di me e mi autorizzò ad allontanarmi. Così andai a leggere sul tabellone dove e quando avrei potuto prendere un treno per Littlehampton, la località dov’ero diretto. Mi parve di trovarne uno che partiva di lì a non molto, fermai un ferroviere e gli chiesi conferma. Lui emise una serie di suoni dalla bocca senza aprire le labbra e io, che studiavo inglese da otto anni, non ebbi il coraggio di chiedergli di ripetere. O astutamente intuii che avrei riascoltato la stessa enigmatica sequenza. Mostrai il mio biglietto al controllore in testa al marciapiede e mi precipitai a bordo perché dal tabellone risultava che il convoglio era in partenza. I due signori con cui ebbi a dividere lo scompartimento furono tanto gentili da spiegarmi che ci sarebbe stato un ritardo. Di nuovo! Perché capissi dovettero reillustrarmi il problema una dozzina di volta.
Quando il treno finalmente partì, fu tale il mio sollievo e tanta era la stanchezza accumulata, che mi addormentai. Furono i miei due gentili signori a svegliarmi in tempo perché scendessi alla stazione intermedia dove dovevo prendere una coincidenza. Agguantata a stento a causa del  ritardo con cui il mio convoglio era partito dalla Waterloo.
A Littlehampton arrivai alle undici di sera, presentai in biglietteria il foglietto su cui c’erano il mio nome e quello della signora che mi doveva ospitare con indirizzo e numero di telefono, l’impiegato telefonò a Miss Aveline per annunciare la mia epifania e di lì a mezz’ora la mia signora venne a prendermi con un taxi.
Tanto travaglio si può spiegare, con il senno di poi, con una seconda venuta al mondo. Così fu, in effetti. O per meglio dire, in quel momento e con tanta fatica, veniva al mondo un mio gemello, la mia metà oscura, il mio fratello siamese anglofono che forse è alla base di quella schizofrenia che alcuni ritengono indispensabile per fare il traduttore.
Miss Josephine Aveline – Mummy Jo – era una donna bellissima, alta, capelli biondi, occhi celesti e tristi, come quelli di molte inglesi, fisico matronesco, lineamenti preziosi. A casa, dopo un tè, fui rapidamente insediato nella mia camera all’ultimo piano dove finalmente smaltire le fatiche di tanto viaggio in un sonno ristoratore. Convenevoli e racconti furono posticipati al mattino seguente.
Fu dunque solo l’indomani che precipitai nell’imprevisto incubo dell’alienazione.
Alla materna premura e tenerezza di Mummy Jo non corrispondeva niente di vocalmente intelligibile. Dalle sue dolci labbra sempre prive di rossetto uscivano geroglifici orali che, sopra una torre di triangolini di pane tostato e imburrato, si spargevano nell’aria della cucina come il sottofondo della risacca portato dal vento confondendosi, incomprensibili, nei profumi di uova e bacon. Mangiai moltissimo, quella mattina, così da avere sempre la bocca piena e non dover rispondere. Mangiai toast e uova e bacon e sgomento.
Otto anni di attraversamenti cittadini per la sessione settimanale con Miss Faa, otto anni di letture in inglese, otto anni di esercizi, otto anni di temi. E a quale prezzo, non solo per i miei genitori che pagavano le mie lezioni, ma anche mio. Finché avevo frequentato le elementari, le visite a Miss Faa erano un piacevole diversivo. Ma la scuola media aveva trasformato il gioco in incombenza e il ginnasio in tortura.  A tredici anni ero entrato nella Rari Nantes Milano e l’agonismo mi impegnava almeno tre volte alla settimana con allenamenti in piscina dalle sei alle nove di sera. Tra lo studio e il nuoto non avevo tempo per respirare e la gita da Miss Faa mi costava uno sforzo inumano. Tanto sacrificio si rivelava ora inutile. Tanto valeva che avessi studiato venusiano.
Prima che finissi di consumare quella colazione pantagruelica annuendo come un idiota ogni volta che Mummy Jo muoveva la bocca, venne a conoscermi Aunty Doris.
Aunty Doris non era né zia, né parente, era una inquilina dello stesso stabile, occupava il monolocale del pianterreno, viveva sola e frequentava Mummy Jo come una sorella. Uno gnomo di donnino, sotto i quaranta chili, bruna e brizzolata, occhi enormi tra ossi lucidi, rossetto in quantità industriale, una sigaretta sbavata di vermiglio o in bocca o tra due dita, voce ruvida e gutturale da fumatrice incallita. Per non dire dei suoi attacchi di tosse.
Quando le due donne cominciarono a parlarsi, avendo evidentemente me come argomento, il mio disorientamento iniziale si trasformò in angoscia. Non avrei saputo interpretare i loro scambi verbali più che i cinguettii degli uccelli in cortile. Pensai di aver sbagliato tutto, aver sbagliato nelle mie puntigliose frequentazione di casa Faa, sbagliato ad attraversare l’Europa con la presunzione di sfoderare sapienza anglosassone in casa loro. Non sapevo che cosa mi avesse insegnato Miss Faa per tanti anni, ma non era la lingua inglese, non poteva esserlo, non somigliava neppure lontanamente all’idioma astruso che usavano quelle due signore.
Avrei avuto conferma del mio sospetto appena messo piede fuor di casa. Attraversai il prato antistante e scesi in spiaggia, dove intercettai brani di conversazioni tra estranei, madri che parlavano con i propri figli piccoli, ragazzini che comperavano dolciumi e gelati al baracchino, altre signore che si scambiavano opinioni e pettegolezzi. Non capivo un tubo. Ero rovinato.
Il blocco delle comunicazioni durò una settimana. Una mattina mi svegliai, svolsi le mie attività preliminari come tutti i giorni precedenti, scesi in cucina, mi sedetti davanti a pane tostato, salsicce, cetrioli, uova e bacon, succo d’arancia e tè e organizzai la mia giornata con Mummy Jo come un qualsiasi figlio adolescente in vacanza fa con la propria madre. Capivo tutto al volo. Parlavo con proprietà. Formulavo alternative, modificavo proposte e ne rilanciavo di mie, concordavo orari e appuntamenti. Tutto in inglese. Credo che tremai tutto il giorno per l’emozione. Fu come se, a quel risveglio, là dove fino alla sera prima c’era un muro invalicabile si aprisse ora a vista d’occhio una prateria, ricca di uomini, animali, occasioni; mi sentivo come un naufrago che, stremato da una settimana di inutili bracciate nel mezzo dell’oceano, si ritrovava d’incanto al timone di una barca a vela con tanto di bussola, sestante, carte nautiche, radio, grammofono con i dischi di Elvis e birra ghiacciata in frigo. Mi mancava solo la bionda.
L’avrei trovata di lì a poche settimane.

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umberto eco tra homo communicans e animal signans

foto da Il Giorno, 20 febbraio 2016

 

Sull’Espresso del 9 aprile 2015 Umberto Eco rifletteva sull’uso compulsivo del cellulare in seguito a un incidente in cui era stato investito da una signora che camminava “incollata al suo telefonino”. In verità confessava di essersi deliberatamente fermato e voltato dall’altra parte per provocare la collisione. Bravo.
Con lo smartphone  la situazione è precipitata, perché ora camminano digitando. E guidano digitando…
Nel suo pezzo Eco ipotizzava che la sindrome da telefonino realizzi uno dei tre desideri che l’umanità ha da secoli perseguito con la magia ( il titolo è Il telefonino e la regina di Biancaneve), cioè poter volare battendo le braccia, eliminare il nemico recitando  formule magiche e infilzando bamboline e comunicare in un lampo a distanza. Quest’ultima magia sarebbe quella che si ottiene con il cellulare, il contatto istantaneo e senza intermediari con il resto del mondo.
Aveva forse ragione Umberto Eco a ritenere che l’uso maniacale del cellulare fosse originato da un anelito di comunicazione ed è anche un pensiero positivo. Mi sembra però che l’avvento dello smartphone abbia rilevato con maggior precisione quale sia l’istinto che ne diffonde l’uso compulsivo.
A differenza di tutte le altre specie l’animale uomo ha affidato l’evoluzione del proprio organismo alla sinergia cultura-tecnologia, un sistema molto più rapido e pratico che ne ha fatto la specie vincente. Questa tecnica evolutiva, protetica poiché si svolge al di fuori del corpo, ha realizzato a tutti gli effetti i primi due desideri indicati da Eco, con deltaplano e parapendio come minimo nel primo caso, e con i droni con cui polverizzare il nemico standosene comodamente seduti in ufficio nel secondo. Se è vero che il terzo desiderio è quello di comunicare istantaneamente con il mondo, allora lo smartphone assolve anche a questa funzione, ma io mi sento meno ottimista, non credo sia quella fondamentale, mi pare piuttosto un effetto collaterale.
Da quando lo smartphone ha saturato il mercato, per allettare gli utenti a continuare comprarne, i produttore puntano ormai sulla funzione fotografica, offrendone continue migliorie, perché dopo il cicaleccio l’attività prevalente è farsi ritratti. L’uso sfrenato degli scatti poco ha a che fare con la comunicazione e molto con l’inondare il mondo di immagini di se stessi. E l’unica comunicazione (il termine implicherebbe una forma di reciprocità) si limita a una collezione di “mi piace”.
Ricordando che l’uomo appartiene al regno animale è facile dedurre che nell’uso compulsivo dello smartphone sfoghi, tra i tanti che abbiamo demandato alla tecnologia,  un indelebile istinto primordiale, quello di diffondere la propria presenza nell’area più vasta possibile: marcare il territorio.
Cosa può appagare di più  che avere a disposizione un territorio sconfinato da marcare, spargersi nell’intero pianeta, incidere il proprio segno in ogni angolo di mondo?

Mi capitò di vedere Umberto Eco una volta, nei primi anni Settanta. Sedevo in una spaziosa sala della redazione di Bompiani e discutevo con il redattore il testo di una mia traduzione, guarda caso di antropologia culturale. Per problemi logistici ci trovavamo in un locale di passaggio, potrei dire di comunicazione, ed Eco entrò, compì lentamente un ampio giro e uscì da dove era arrivato. Non si accorse di noi, anche perché non saremmo dovuti essere lì. Passò con gli occhi incollati alle pagine di un libro che leggeva camminando adagio.

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creature (finale)

Come credo sia naturale, quando ho saputo di essere malato ho letto varie testimonianze che altri sfortunati hanno affidato al web e ho notato che spesso il cancro viene definito con termini quali “intruso” o “alieno” o “ospite indesiderato”. La tendenza, mi sembra, è di considerare quei grumi di cellule traviate come corpi estranei. Io non la vedo così.
Ho parlato di “creature” raccontando del mio incontro con questo morbo proprio perché il cancro è cosa nostra, nasce da noi, prodotto da noi, è una nostra creatura, non meno di quanto siamo creature noi stessi.
A differenza di quasi tutte le malattie non ci arriva da fuori. Il cancro è una di quelle che si sviluppa nell’organismo dall’organismo stesso. È l’aspetto che trovo più orribile ed è tanto vero, che per liberarsene bisogna sacrificare un pezzo di sé.
Eppure è un fenomeno ordinario, ne sono vulnerabili tutti gli organismi, anche quelli societari. Aderisco a quel filone dell’antropologia culturale che riconosce nelle strutture delle società umane una replica del modo in cui è organizzato il corpo umano. Come avviene dentro di noi, anche nelle nostre comunità un cellula che pure ne è parte integrante può degenerare mettendo in pericolo l’intera struttura. La storia ci ha offerto e ci offre una messe di esempi, basti ricordare la Germania, la Spagna, l’Italia e la Russia dei primi decenni del ventesimo secolo, gli USA contemporanei. L’alterazione fatale colpisce indifferentemente organismi grandi come le nazioni, ma anche più piccoli, per esempio un partito politico come il Partito Democratico italiano.
In tutti i casi nasce dentro di noi, non ci è stata inoculata dagli omini verdi.

Credo che non scriverò altro su questa disgraziata esperienza. Ci sono in rete altri racconti su questo tema infelice, brillanti, esaurienti, commoventi, alcuni purtroppo tragici. Auguro a tutti di non doverci passare e aggiungo un pensiero per i familiari che assistono i malati di tumore in uno stato di angoscia costante e spietata. Se alcuni malati riescono ad affidarsi a serena rassegnazione, fatalismo o fede, coloro che a loro sono variamente affezionati non hanno salvagente, patiscono la loro impotenza di spettatori inermi e la loro sofferenza è corrosiva e priva di argini. L’ho visto con questi occhi. Anche a voi vada tutta la mia comprensione e solidarietà.

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creature (secondo tempo)

21-10-2014-new-prima-guerra-mondiale-soldati-in-trincea-001

Il giorno 2 febbraio 2016 mi hanno messo in mano una busta. Dentro c’era scritto:
adenocarcinoma gastrico diffusamente ulcerato. Ho sentito il mio orologio interiore che lentamente si arrestava come una vecchia locomotiva che si ferma in stazione. Poi si è spanto il silenzio. Dentro.
Il giorno 8 febbraio, terminata l’ecografia, il medico ha detto: “Fegato illeso”. Sono andato a sedermi su un guscio di plastica in una piccola derivazione di un gelido corridoio sotterraneo, ho preso per mano mia moglie e sono scoppiato a piangere. Forse ce l’avrei fatta.

Le terapie si sviluppano in settimane di sale d’attesa, mentre il corpo si fiacca progressivamente, ed è tra queste ali di umanità che si manifesta la prima, straordinaria sorpresa. Quando entri la prima volta, titubante e inesperto, una schiera di facce si gira a guardarti con un’espressione che non puoi capire al volo perché ti è ancora ignota. Quando sarai alla seconda settimana guarderai anche tu un nuovo arrivato con quella medesima espressione. È comprensione. Solidarietà. È affetto.
Ogni giorno mille italiani scoprono di avere un cancro. Fanno un milione ogni tre anni. Le sale d’aspetto di oncologia sono sempre affollate, ognuna costituisce istintivamente una rete terapeutica di protezione in cui precipiti al primo ingresso credendo di schiantarti, mentre al contrario vieni accolto e sostenuto. Ed entri a farne parte.
Già il secondo giorno gli sguardi di compassione diventano sorrisi e sono sorrisi speciali. Te li senti entrare nel corpo come sonde amiche, andare a caccia del tuo male per neutralizzarlo, senti che il tuo corpo indebolito dalla malattia si carica giorno dopo giorno di una forza diversa, che non è più fisica ma non è meno efficace. Ogni volta che entri in sala d’aspetto vieni investito da quell’onda di energia e impari velocemente a sintonizzarti con gli altri malati  per ritrasmetterla a tua volta.
A un tratto la tua malattia non è più tua, è nostra, lo smarrimento che ti aveva preso sentendoti diverso, escluso, isolato, perché hai il cancro, viene improvvisamente travolto dal calore e l’impegno dei tuoi mille simili, un cameratismo analogo a quello dei commilitoni in guerra.
So bene quanto questo impeto collettivo ha contribuito alla mia guarigione, anche se non me lo so spiegare. Ancora adesso e per sempre conserverò la gratitudine che ho accumulato verso i miei compagni di viaggio in quei giorni di sofferenza assieme allo  stupore e la commozione per questa inattesa esperienza nelle sale d’attesa di oncologia.

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