Archivio per marzo 2011

Noi

 

Claudio e io tornavamo a Milano in licenza a bordo di una cinquecento un po’ così così, lui da Casarsa e io da Codroipo, entrambi sottotenenti, lui in borghese alla guida e io di fianco a lui in divisa.
Ci fermarono dei carabinieri (che sono un’Arma) e controllarono la macchina. Che aveva un fanalino spento. In pieno giorno.
L’appuntato ci fece contravvenzione. Claudio cercò di protestare. L’appuntato disse qualcosa come: «Giovanotto, abbassi le arie».
Claudio rispose: «Giovanotto lo dice a suo fratello». Tirò fuori il tesserino e glielo mostrò. «Io per lei non sono il tenente Claudio Balotta, perché non gliel’ho detto», disse, «ma sono il SIGNOR Balotta, e lei non rivolge a un cittadino chiamandolo giovanotto. Si consideri agli arresti.»
Poi venne fuori un casino che non dico.
Quando sento parlare di Stato mi vengono in mente i miei condomini. La Stato è nella nostra cultura un’entità astratta, estranea, per non dire spesso avversaria, per il cittadino, come il condominio, il fabbricato nel suo complesso, le parti comuni di esso,  lo sono per il condomino.
E’ anche colpa della scuola che non insegna ai bambini il significato autentico di cittadino.
Un’enunciazione come «Non accorpare i referendum alle consultazioni amministrative porterà  un aggravio di spesa per la Stato» suonerebbe insensato a uno statunitense, la cui cultura è, secondo me, giustamente impostata sull’individuo (una delle pochissime cose che mi piacciono di quel Paese). Gli americano infatti sostituirebbero «Stato» con «contribuenti».
Già, siamo noi la Stato, siamo noi che paghiamo, l’aggravio è nelle nostre tasche.
È così rozza la nostra cultura che ci accaniamo nel voler parcellizzare  lo Stato in staterelli, frammentando una mistificazione in cento mistificazioni più piccole e altrettanto estranianti, come dividere il condominio per pianerottoli o per scale, quando l’unico sbocco per una democrazia più autentica è la rivalutazione dell’individuo, non perché si astragga definitivamente dalla sua comunità, ma perché possa reimpossessarsi della sua unicità, prendere atto dell’influenza decisiva che ha sul suo prossimo e si faccia carico delle sue responsabilità, dei suoi diritti e dei suoi doveri.
Gesù disse: non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te stesso.
Questo è il fondamento della convivenza. Essere sé «dentro» gli altri.
Essere se stessi e rispecchiarsi nel proprio condomino. Se lo fa ciascun condomino, il condominio non è più  metafisica, ma fisica, è la propria/nostra casa, e allora non butti cicche accese dalle finestre nel cortile, chiudi a chiave le porte delle parti comuni, pulisci le scale se ti casca una bottiglia e si rompe, non parcheggi la macchina nel vialetto d’acceso dove non è consentito impedendo a chi sale dalla rampa di uscire dal suo box.
Se il cittadino diventa contribuente, allora lo Stato si trasferisce nella tasca dove sta il suo portafogli, nel suo conto corrente in banca, e ogni iniziativa di chi lo governa non è più un fatto altrui, è un fatto suo, personale. E quando un deputato o senatore viene nominato sottosegretario (viceministro, per i molti che non lo sanno) per ricompensare un voto favorevole alla maggioranza, siamo noi che sborseremo uno stipendio doppio, non il capo del governo, e quando la Minetti incassa uno stipendio pubblico per essere consigliera regionale, eletta per favori resi e non per qualifiche di competenza amministrativa (o magari toglie il tartaro a Formigoni), quello stipendio lo paghiamo noi, non la regione.
E quando ci chiamano a rispondere della nostra dichiarazione del redditi perché a loro non piace, il funzionario del Fisco che ci interroga come un inquirente di Guantanamo, è stipendiato da noi, è un nostro dipendente.
L’incomprensione dei rapporti tra Stato e cittadino, coltivata ad arte dal potere vigente, ci impedisce da 150 anni di diventare non tanto italiani, quanto più semplicemente noi stessi fino in fondo.
Noi italiani siamo ancora bloccati qui.
Altro che Padania.

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Teatri grandi (altrove) e piccolissimi (qui)

Tra i luoghi di villeggiatura dove andavo da piccolo c’era Levanto. La casa era monumentale, tutta dritta di grandi scale chiare e fresche anche d’estate fino a un appartamento di pietre e piastrelle chiare e finestre piccole e una cucina immensa, per me che avevo sette o otto anni, e con una mobiletto che esisteva solo lì, una specie di comodino con una grata finissima di fil di ferro nello sportello, dove tenerci i formaggi, soprattutto il pecorino per farci il pesto.
Quella volta a badare a me e mio fratello c’era nonna Piera, e tornavamo a casa dal pomeriggio in spiaggia e per arrivare al caroggio, il vicolo da dove si entrava nell’androne cavernoso della casa dove abitavamo, si passava per un giardinetto. E quella volta c’era un teatrino di burattini e il giardinetto era gremito di bimbi e genitori e mio fratello e io a tirare la nonna, fermati fermati, e nonna Piera cosa poteva fare? Così, in piedi, ci fermammo, io a inchiodare nonna Piera da una parte, Paolo a bloccarla dall’altra.
C’erano due personaggi nel rettangolo del teatrino, due amici, e uno raccontava all’altro del suo safari in Africa.

«E allora siamo andati il primo giorno e abbiamo trovato le iene e bam ne ho uccisa una e l’ho portata via.»
«E dove l’hai messa?»
«Nel tucul.»
L’amico è perplesso e si allontana di qualche centimetro.
«Il giorno dopo siamo andati e abbiamo trovato un leone e pam, l’ho ucciso:»
«E cosa ne hai fatto?»
«L’ho messo nel tucul.»
L’amico si agita. «Orco….»
«Poi, il giorno dopo, abbiamo trovato l’elefante.»
«Ahi», fa l’amico ora spaventato battendo le manine. «E cosa ne hai fatto?» chiede angosciato.
«L’ho messo nel tucul.»
L’amico a questo punto non riesce a trattenersi: «E basta, sai! Non ci sta più niente nel micul!»
Nonna fece forza e ci trascinò via indignata.

Mi ci vollero anni e anni, per capire l’indignazione di nonna Piera e soprattutto per capire la scenetta.
Oggi mi chiedo quanti anni e anni ci vorranno perché il pubblico di questo teatrino capisca cosa sta guardando (burattini manovrati da mani invisibili) e capisca che il tucul e proprio il suocul?

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Il canto del lepidottero

Questa mattina ho ascoltato alla radio le interviste ad alcuni partecipanti alla festa della Lega Nord.

Mi sento come una farfalla piantata nel muro con uno spillone verde.

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