Archivio per giugno 2011

Prosopopea

 

Traggo questo bello scrivere da antico vocabolario etimologico:

Prosopopea:

Figura rettorica per cui (con alquanta ostentazione) si dà persona ad un essere inanimato o astratto o a un uomo morto, e si fanno come persone parlare o agire.

In una trasfigurazione attuale potremmo persino arrivare a dire che parliamo di zombie.

E se estendiamo e sintetizziamo il concetto, la prosopopea è il fenomeno per cui chi non c’è si impone come figura esistente con la forza dello “sbatterti in faccia la sua faccia”. Amplificazioni a dismisura del piccolo per renderlo enormemente visibile.

Sono in Grecia, mentre scrivo. Prosopo vuol dire faccia. In seconda istanza, ma solo letterale, vuol dire persona (atomo, nella lingua parlata, e ci sento un’eco rilassante di umiltà). Ma prosopopea include il senso dell’inganno, prosopéio significa maschera, la rappresentazione non necessariamente verace di sé.

Quando Internet fu offerto al mondo, ricordo il giorno in cui Carla Tanzi mi chiese se mi ero collegato, se l’usavo. Risposi: non sono mica matto. Lei rise e aveva ragione.

La vita mi aveva insegnato la massima diffidenza. Ma io sono della Vergine e arrivo alle cose piano piano.

Oggi non possiamo farne a meno, meno che mai io, ma non rinnego la cautela con cui mi sono affacciato. Naturalmente lei aveva ragione nel sollecitarmi nella sua visione commerciale, ma io avevo ragione a esitare nella mia visione esistenziale.

Il web è una nuova dimensione di comunità, una conquista. Ho vissuto gli anni Sessanta e nel bene o nel male allora si verificò un fenomeno primo: tutta, e ribadisco tutta, la gioventù del mondo si riconobbe unita e intercambiabile nel chiedere la fine delle guerre, la pacificazione globale, la fondazione di un concetto planetario di nuova filosofia della vita, rispettosa dell’ambiente, tesa all’eguaglianza e alla solidarietà, ispirata alla collaborazione e alla convivenza.

Oggi mi sembra (spero che non sia wishful thinking) che lo spirito di allora (senza tv mondiale, che nacque solo nel 1967) che l’internet offra questa straordinaria occasione.

Ma è ancora giovane, imberbe, senza tette, e incolto. Come prevedibile, in un campo di terra così feconda e ancora allo stato brado, crescono prima di tutto erbacce. Bisogna coltivarlo.

E qui esplode la prosopopea, l’erba più maligna, che imperverserà sempre, è inevitabile. La rappresentazione di sé, la propria maschera, il morto che si fa persona. Quale migliore palcoscenico se non quello virtuale, dove l’inconsistente diventa consistenza?

Credo, spero, che siamo ai prodromi dello sboccio di un fiore da questo alberello dalla corteccia mefitica. Credo e spero che l’età infantile dei bambocci che stanno riempiendo il web delle loro piroette gonfie di banalità scopiazzate e rivendute come sapienza si stia avvizzendo in un angolino di autoreferenza dove continuare ad autocompiacersi nella cerchia di chi, ancor meno prosopi di loro, si beano della loro “sfacciataggine”, per credere di esistere.

Starci è un impegno non virtuale, è fatica quotidiana, è autodisciplina, è sacrificio, è troppo spesso chinare la testa, crederci, digrignare i denti, e… combattere, resistere, resistere, resistere.

Sarà un caso che il settore web che più ho in uggia si chiama Facebook? Il libro delle facce? Dei prosopi? Delle maschere?

Non ho coltivato questo campo e sono finito fuori tempo. Ne coltivo un altro e resterò fuori tempo. Aspetto, come i cinesi sapienti, seduto sul fiume. Aspetto il mio tempo. Sono vecchio, è vero, aspettare non è per i vecchi, ma la vita mi ha insegnato che chi vive della propria rappresentazione e non di sé ha vita breve.

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Il sangue non è acqua ma anche

 

Certe volte mi perdo. Mi sono perso.
In mezzo a tutto questo parlarci addosso a testa in giù, appesi al filo della logica a testa in giù, mica camminarci sopra sforzandoci di restare in equilibrio, che non è facile, costa fatica e anche sacrifici, quelli di certe zavorre ideologiche che ci appesantiscono.
Ma no, ci si rigira e si sta appesi al filo della logica alla rovescia. E ci si inventa una realtà rovesciata e si discute e ci si azzuffa sul rovescio invece che sul dritto.
Sicuramente è più facile: si cede alla gravità delle nostre ubbie e ci si dondola e gongola.

Dico per esempio: il problema della gestione dell’acqua. Uno dice: è una risorsa fondamentale per la vita e non si può privatizzare. L’altro dice: ma resta comunque un bene pubblico, si tratta di privatizzare la gestione. Il primo dice: ma se è un bene pubblico, perché deve gestirlo un privato? Il secondo risponde: perché gli amministratori pubblici lo hanno sempre gestito male.
E qui ci si arena. Qui cominciano i giri di parole.
Adesso io provo a riarrampicarmi sul filo e a camminarci sopra invece di dondolarci sotto.

La mia rozza logica mi ricorda che la democrazia rappresentativa si basa su un principio: tu eleggi i tuoi amministratori e se non amministrano bene, la prossima volta non li eleggi più e ne eleggi altri. Di conseguenza, se l’acquedotto è mal governato, la prossima volta voto per l’opposizione e lo faccio governare da altri funzionari pubblici. In questo modo, alla fine, a gestire il bene pubblico è il pubblico, il contribuente.

Un corollario al concetto di democrazia rappresentativa: ma se serve solo perché i rappresentanti del popolo degli elettori cedano in gestione tutto quanto a dei privati, cosa rappresentano questi rappresentanti da noi eletti?
Rappresentano gli elettori o rappresentano i privati?
Su questo la mia logica rozza prega con il cuore di vivo partecipante alle res publica di riflettere almeno un minuto. Non riesco a credere che persone di buonsenso perdano così facilmente la bussola tra i fornelli e il lavoro ad interim e il bambino che piange. Non rassegnate a mani incontrollate il vostro destino. Impadronitevene e usatelo, ma siate sempre voi a comandarlo.

Se viceversa il gestore è privato, il contribuente non è più un contribuente, è un utente e basta. E se l’acquedotto è gestito male, come faccio a liberarmi del gestore?

Conclusione del mio rozzo pensiero: se l’amministrazione locale gestisce male l’acquedotto si cambia amministrazione locale, non si vende la gestione. L’acqua non è risorsa su cui lucrare, ma una necessità ineluttabile degli esseri viventi da gestire e distribuire.

Ho sentito persino un’inetta come i tanti di questa classe dirigente, delirare sull’acqua delle piscine private e sui vecchi pensionati nel loro monolocale che pagano anche per l’acqua di quelle piscine. Sarà vero, non sarà vero, ma cosa c’entra con il dare l’acqua in gestione a un privato?

L’elettricità si paga a fasce di consumo, no? E’ così difficile far pagare il quadruplo l’acqua di una piscina privata? Basandosi sul consumo medio di una famiglia di tot membri, si calcola che il consumo supplementare per giardini e piscine costa 4 volte tanto.
Non c’è bisogno di un gestore privato per arrivarci.
Ma io sono rozzo.

Ho giocato a tennis per vent’anni al Saini di Milano e per molti anni ho goduto di un servizio comunale ineccepibile: campi tenuti, reti senza buche, spogliatoi puliti, docce linde e con l’acqua calda in una palazzina a ridosso dei campi. Ma al comune costa molto.
Per forza, santa pace, riecco la mia rozza logica. Io pagavo seimila lire per giocare un’ora quando a New York pagavano 20 dollari! Se avessi dovuto pagare 12000 lire non sarei forse andato a giocare?
C’è forse qualcuno qui in Grecia che va in giro in macchina a 80 all’ora come me, visto che la benzina qui costa 1.75 al litro? Ma figurati, tutti a manetta. Perché è così che funziona il mondo.
Poi introduci tariffe speciali per fasce d’età e così via, no?

Il comune di allora era socialista e certi suoi massimi esponenti furono trovati con le mani nel sacco e l’amministrazione passò nelle mani di… liberisti in gamba. E naturalmente il Saini fu dato in gestione privata.
Non ricordo più se continuai a pagare seimila lire, ma non è questo il punto.
Il punto è che la palazzina fu chiusa. Niente più spogliatoio, niente docce né calde né fredde. Ci si andava a cambiare in una palazzina a duecento metri dal campo, quella delle scuole, anche un 45enne come me, in mezzo ai ragazzini.
Le reti avevano i buchi, il campo aveva le crepe e ci crescevano le erbacce, se giocavi di sera, qualche lampada era accesa e qualche altra no, con zone d’ombra sul campo di gioco.
Per non dire del ristoro, dove, questo invece lo ricordo, tutti i prezzi raddoppiarono.

Ora, dico, la mia rozza logica mi impone un’inquietudine: Quando la gestione dell’acquedotto sarà privatizzata, a prescindere da quanto costerà in più o in meno, che acqua uscirà dai miei rubinetti? Quella che arriva dagli scarichi delle docce del Saini? Che costa sicuramente meno di quella delle sorgenti delle prealpi? E conoscendo bene il mio paese, il mio vicino di casa con la piscina, che è vicesindaco, pagherà l’acqua della piscina di più, perché è un dippiù, o non la pagherà affatto perché due volte la settimana cena con il nuovo gestore “privato” dell’acquedotto che, guarda caso è suo cugino di terzo grado?

Alla fine, prima di rovesciarmi di nuovo dal filo logico su cui ho cercato di camminare per un’oretta (non perché mi piaccia stare sotto, ma solo perché è sotto che ascolto le discussioni, sopra ci sono solo io come un povero gruccione su un cavo del telefono in attesa che maturi finalmente un fico di intelligenza da cui attingere beccando), perché in questa Italia così infingarda è così difficile eleggere qualcuno e aspettarsi che questo qualcuno si senta “responsabile” del mandato ricevuto e si sforzi, sull’onda dell’ottimo stipendio che gli paghiamo, di fare del suo meglio per noi invece di fare il meglio di parenti e amici?

Ma se io sono rimasto un vecchio sessantottino figlio dei fiori e sognatore e cittadino del mondo, so d’essere fuori del tempo. Non me ne dispiaccio poi molto. Questo tempo è un brutto tempo.

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la rocca rotta

Sono andato a fare una gita in montagna, come ai tempi che ero bambino e mi ci trascinava la mamma.
Io sono marino, figlio di babbo triestino, a metà tra monte e mare, salire mi fa fatica, salpare mi emoziona. Mamma è piemontese, monti sopra e sotto, e si capiscono molte cose. Ma qualcosa mi ha lasciato dei profumi speciali del monte, così, una ventina di anni fa decisi di cominciare a salire e devo dire che non scelsi un bel monte, non c’erano pinete, non c’erano funghi, non c’erano fragole e mirtilli.
C’erano ortiche a bassa quota, c’erano rovi più su, e poi sterpaglie ostili e vipere e vespe e cattiverie.
E poi una brullaggine spaventosa, una nudità che non era esibizione ma carenza, un niente della natura che era solo il manifesto della sua non esistenza.
Sono salito lo stesso perché quando mi pongo un obiettivo sono solito tentare di arrivare fino in fondo. In questo caso, direi, in cima.
Dove c’era la rocca e sotto la rocca un bambino seduto che mangiava una marmellatina Zueg. Ho riconosciuto la marmellatina dai tempi della mia infanzia e so che non esistono più. Ero allibito.
“Ma dove l’hai trovata?” ho chiesto impressionato.
“In un vecchio zaino di mio nonno”, ha risposto. “Lo zucchero si è cristallizzato ed è una favola.”
Solo allora ho visto che alla base della Rocca, vicino al bambino, c’era un buco. E siccome sono un po’ vecchio e scemo, mi è tornata alla mente una vecchia favola di un bambino olandese che infilava il dito nel buco di una diga e impediva che il mare invadesse il suo paese. Così, per scherzo, gli ho detto: “Ehi, c’è un buco nella Rocca, non dovresti chiuderlo?”
“L’ho fatto io”, mi ha risposto masticando.
“Oh cavoli. E perché?”
“Per farla crollare.”
“Con un buchetto?”
“Sto aspettando i miei compagni.”
Mi sono girato a valle e ho visto un assembramento di ragazzini a fare bivacco qualche centinaio di metri più giù.
“Vengono a chiudere il buco?” ho domandato.
” A ingrandirlo.”
Son tornato a guardare la comitiva. Stavano mangiando. “Cosa fanno?” chiesi.
“Mangiano marmellatine Zueg. Per farsi forza. Perché poi hanno da faticare. Parecchio.”

 

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