la rocca rotta

Sono andato a fare una gita in montagna, come ai tempi che ero bambino e mi ci trascinava la mamma.
Io sono marino, figlio di babbo triestino, a metà tra monte e mare, salire mi fa fatica, salpare mi emoziona. Mamma è piemontese, monti sopra e sotto, e si capiscono molte cose. Ma qualcosa mi ha lasciato dei profumi speciali del monte, così, una ventina di anni fa decisi di cominciare a salire e devo dire che non scelsi un bel monte, non c’erano pinete, non c’erano funghi, non c’erano fragole e mirtilli.
C’erano ortiche a bassa quota, c’erano rovi più su, e poi sterpaglie ostili e vipere e vespe e cattiverie.
E poi una brullaggine spaventosa, una nudità che non era esibizione ma carenza, un niente della natura che era solo il manifesto della sua non esistenza.
Sono salito lo stesso perché quando mi pongo un obiettivo sono solito tentare di arrivare fino in fondo. In questo caso, direi, in cima.
Dove c’era la rocca e sotto la rocca un bambino seduto che mangiava una marmellatina Zueg. Ho riconosciuto la marmellatina dai tempi della mia infanzia e so che non esistono più. Ero allibito.
“Ma dove l’hai trovata?” ho chiesto impressionato.
“In un vecchio zaino di mio nonno”, ha risposto. “Lo zucchero si è cristallizzato ed è una favola.”
Solo allora ho visto che alla base della Rocca, vicino al bambino, c’era un buco. E siccome sono un po’ vecchio e scemo, mi è tornata alla mente una vecchia favola di un bambino olandese che infilava il dito nel buco di una diga e impediva che il mare invadesse il suo paese. Così, per scherzo, gli ho detto: “Ehi, c’è un buco nella Rocca, non dovresti chiuderlo?”
“L’ho fatto io”, mi ha risposto masticando.
“Oh cavoli. E perché?”
“Per farla crollare.”
“Con un buchetto?”
“Sto aspettando i miei compagni.”
Mi sono girato a valle e ho visto un assembramento di ragazzini a fare bivacco qualche centinaio di metri più giù.
“Vengono a chiudere il buco?” ho domandato.
” A ingrandirlo.”
Son tornato a guardare la comitiva. Stavano mangiando. “Cosa fanno?” chiesi.
“Mangiano marmellatine Zueg. Per farsi forza. Perché poi hanno da faticare. Parecchio.”

 

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  1. #1 di paolo f il giugno 3, 2011 - 10:07 pm

    Anch’io a salire ho sempre fatto fatica. Ogni volta che vedo una rocca in cima a un colle – le rocche son quasi sempre nei punti più elevati – finisco per chiedermi quanta fatica possono aver fatto quelli che ci hanno trasportato le pietre e hanno costruito. Il solo pensiero mi dà le vertigini, e così mi accade guardando i grandi sarcofagi di pietra dove deponevano gli uomini illustri: ma quanto diavolo pesavano? Si vive per faticare, dicevano una volta.

  2. #2 di Maria Pia il giugno 4, 2011 - 9:18 am


    (rieccoti 🙂 )

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