Archivio per ottobre 2011

Luigi

Se fossimo stati naviganti, magari Luigi non sarebbe stato un faro.
Una boa sì.
Per tutti noi di piccolo cabotaggio, che si va in mare di giorno e senza bussola o sestante, si va a vista, la sua presenza all’orizzonte era la garanzia di una rotta giusta.
Luigi era la certezza dell’approdo.
Se perdevi il senso di te, bastava andare da Luigi e lui ti rimetteva a posto.
Luigi c’era. E ti faceva essere.
Dico io: ma c’è virtù più grande?

Il mare ha corroso la catena di questa boa e Luigi se n’è andato alla deriva, non sappiamo dove, dipende dalle correnti. Adesso ci mancherà un punto di riferimento all’orizzonte e rischiamo di smarrirci. Penso che sapremo ricordare dov’era, la nostra boa, dovremo andare a memoria. Non sarà proprio come prima, ma quando guarderemo bene bene, li vedremo lampeggiare ancora, la sua mitica pelata con riporto, i suoi occhialini opachi, i suoi baffetti dritti, il suo straordinario, inimitabile sarcasmo al vetriolo che metteva ognuno al suo posto e ogni cosa alla rovescia.

Così impari.
Speriamo d’aver imparato davvero, Luigi.
Ciao.

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Ti saluto così, tu che mi hai insegnato l’essenza dell’essere

Dio fece il gatto perché l’uomo potesse avere il piacere di coccolare la tigre.(Robertson Davies)I gatti sono stati destinati a insegnarci che in natura non tutto ha uno scopo. (Garrison Keillor)
Il mio gatto fa quello che io vorrei fare, ma con meno letteratura. (Ennio Flaiano)

E’ passato troppo tempo da quando si è rimarginato il tuo ultimo graffio d’amore. Per troppi mesi non avevi più la forza di incidere la mia pelle. E dire che la mia pelle è ridicola, si squaglia.  Ma io ricordo con affetto quando tu eri più piccolo e ancora più rude e io più giovane e meno scassato dallo psoriasi. E mi sono sempre concesso ai tuoi giochi da piccola tigre, no? Perché io sapevo che il tuo amore era unghiuto e ti ho capito, piccolo gatto manesco, io capivo che il tuo gioco era forzatamente brutale perché eri un gatto-gatto, con quei tuoi occhioni sbarrati che mi dicevano “dai, ci facciamo del male?” Ma sì, fatti sotto, mio piccolo grande cacciatore, vediamo chi resiste di più.
Che cosa ridicola, questo umano grande e grosso, per te, e grasso, per tutti, e tu con i canini (ma perché canini? Non sarebbero gattini o felini?) fuori e quelle splendide unghie che avete voi, che sono come le nostre dita… e, tolte le scimmie, quale altro animale le ha? Dita affilate, sì, ma che tu sapevi trattenere quando te lo ordinavo.

Pochi capiscono i gatti, io non ti ho capito, ti ho accettato e amato, Kupfer, ti ho riconosciuto umano e mio simile come un cane non potrà mai essere.  Ma ancora di più, tu, Kupfer, mia anima speculare, per come eri graffiante e romantico, bisognoso di coccole ma solo quando le volevi tu, sorvegliante del mondo, esploratore di antri e cantoni, curioso e pieno di timori come me, ma sempre pronto a buttarti nell’ignoto per poi scappare terrorizzato, sempre pronto ad affondare i denti anche in chi amavi se ti faceva torto.
Tu sei stato gatto vero, fino in fondo, stupido, incomprensibile, sfuggente e amoroso, indipendente e gregario, superiore e sottomesso, sei stato così tremendamente umano.
Ma no, ovviamente sbaglio. Per questo mi manca tanto, perché Kupfer fu così… tullio.

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