Archivio per novembre 2011

ELEFANTASY

 

Sono passato per molte diverse abitazioni nella mia vita, ma un rito era costante: dopo il caffè con gli occhi ancora gonfi, infilarsi in quello che ieri sera hai più o meno abbandonato nel percorso dal divano al letto e scendere per andare all’edicola a comprare il quotidiano.
Il rito era sempre quello, cambiavano l’edicola e il quotidiano, l’edicola per evidenti ragioni logistiche, il quotidiano per mantenere una rotta filosofica-civica-esistenziale costante a dispetto dalle capriole padronali delle testate.
Sono cambiati i tempi, sono invecchiato io, ora l’edicola si trova alla fine di un lungo percorso elegante di ville e cani assordanti, mi mancano i marciapiede con gli sgambetii mattutini e mi manca la forza – la voglia – nella gambe. Ma soprattutto si sono appannati i quotidiani, sono vecchi e stanchi anche loro, la televisione e il web ti bombardano di ultim’ore e il quotidiano nasce con la barba bianca o, peggio ancora, nascono biancobarbosi.  Così succhio le rassegne.
M’alzo prima dell’alba e mentre preparo il caffè accendo radio e tele e ascolto le rassegne-stampa. Ha un vantaggio rispetto al mio vecchio rito: non leggo un solo quotidiano e invece mi faccio un’infarinata di tanti. Anche quelli che non leggerei mai. Anche quelli che non sapevo che esistessero.
Uno in particolare, di questa ultima categoria, si chiama Foglio. Lo facciamo noi, nel senso di noi contribuenti, i pochi che in questo Paese contribuiscono a suon di tasse fino a svenarsi, perché non vende, non lo compra nessuno, e allora viene finanziato da noi. Non esiste, appunto. Come non esistono più i soldi che avevamo in tasca prima di finanziarne l’esistenza.
Ma appare magicamente ogni mattina nelle rassegne.
Sono otto anni che ho appeso il mio vecchio rito al chiodo dalla tivvù e da otto anni ascolto lunghi brani di editoriali di questo quotidiano e per otto anni, ascoltando, sono passato scioccamente dall’addolorata compassione al furore, a seconda dello stato d’animo della mia levata da letto e della qualità del caffè in ultrapazzescoscontostracciato acquistato nell’ultima sortita all’iperultragalattimercato.
L’addolorata compassione mi veniva dal pensare che un simile cumulo di castronerie fosse il prodotto di ingenuità fanciullesca, o stupidità innocente, o preistorica rozzezza intellettiva.
Il furore mi veniva dal sospetto che una così raccapricciante montagna di stupidaggini fosse la  senziente, puntuale, perniciosa e pervicace inoculazione di astute ipocrisie, di teoremi presentati alla rovescia, di surrettizie disinformazioni e travisamenti del vero e artificiose e sgangherate ricostruzioni confezionata malignamente al solo scopo di obliterare la mente dei lettori e ridurli alla pecoreccia ubbidienza. Peggio dell’oppio.

Poi, ah, l’illuminazione. La paranoia mi ha come al solito spinto a deformare la semplice e serena realtà che avevo sotto gli occhi. Un  fantasy.
Da anni, per anni, il Foglio pubblica un fantasy a puntate e se io non fossi stato così inquinato dai mie autoprodotti veleni, me ne sarei accorto e magari mi sarei addirittura abbonato per non perdere la prossima puntata.
Un fantasy delizioso, con un protagonista inesistente, pieno di idee e propositi inesistenti, che fa cose inesistenti spinto dall’entusiasmo inesistente di una massa di individui inesistenti in un’epoca inesistente, dentro un paese inesistente.

E’ spuntato il sole. Spengo la tele e la rassegna stampa. Ma domani, prima dell’alba, non voglio perdermi la prossima puntata. Adesso però si va a vedere se magari è arrivata una e-mail con l’offerta di un lavoro per il prossimo mese. Mi farebbe comodo. Se finisce che devo vendere la tele, mi tocca farmi tutta quella scarpinata tra ville e cani ringhiosi per andare a comprare il Foglio all’edicola.
Per sentirmi dire che non ce l’hanno.
Lo vedi che ha rinscemito anche me? Ho ben detto che non esiste, viene solo raccontato in tivvù.
Che brutta situazione. Senza tivvù, niente Foglio, niente fantasy… ma la tivvù di chi?

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Papandreou i perì tou sosialismòu

 

Io che vivo per sei mesi in Grecia non riesco a negarmi un breve commento.
Sono ripartito da laggiù un mese fa lasciandomi dietro una culla della civiltà con le muffe che cominciano a rincorrersi lungo i suoi vimini e cigolii preoccupanti dei ganci che la reggono. La gente che frequento io è gente di paese, e soffre. Sono contadini e caprai e pescatori, ma la Grecia è ancora questa, la Grecia che lavora e produce.
Poi c’è l’altra Grecia, quella alimentata e promossa da tutti i governi – così mi raccontano – che si sono succeduti dalla guerra civile in poi, di sinistra e destra. La Grecia dei “dipendenti pubblici”. Sembra che metà dei greci siano nell’amministrazione pubblica, centrale o locale.
E’ vero. Una follia. Questa altra Grecia , quella dei passacarte mantenuti dai contadini e caprai, ha ammazzato il paese. E questa è la storia.
Ho sentito che un giornale tedesco scrive oggi che la Grecia ha falsificato i conti per entrare nell’euro. Balle.
Simitis fece fare una dieta da anoressici ai greci perché potessero aderire all’euro. I conti falsi sono di Karamanlis, il predecessore di Papandreou. Chissà perché il primo socialista e il secondo populista-allegronista (unica definizione della destra del mondo occidentale odierno). Uno ha cercato di agganciare il piccolo carro greco al futuro dell’Europa, il secondo si è mangiato le provviste che c’erano sul carro e poi anche i mozzi delle ruote.

Mi sento di fare tre considerazioni, frugando in quello che ho visto e sentito in sei mesi di Grecia.

1) L’iniziativa del referendum fa inorridire gli europei che guardano solo al proprio interesse, temono di dover pagare il default della Grecia. Agli europei dei greci non gliene frega niente. Per gli europei sono tutti mascalzoni e tutti ladri. Io so che non solo non è vero, ma che lì  come altrove i farabutti sono una minoranza che vive da nababbi a spese dei contadini, i caprai, i pescatori.
Precisamente come avviene da noi.

2) Esistono i socialisti. Orco, che scoop!!!!! Uno c’è. E non gli Zapatero, eh no, socialisti veri,gli Zapata. Ma non li avevano sterminati? No, quelli erano i comunisti, che meritavano di essere sterminati. No. Un socialista, un giapponese dell’ultima guerra mondiale, è rimasto in giro per i monti glabri della bella Grecia deforestata, e ci ricorda che la democrazia non è uno scherzo, non è una parola che diventa parolaccia in bocca alla nostra classe politica. Democrazia vuol dire che “decide il popolo”.

3) Nessuno qui sa che il dibattito in Grecia è un altro: euro sì, euro no. Ed è questo il tema vero del referendum. La spinta a uscire dall’euro è fortissima. E Papandreou vuole, secondo me giustamente, che il popolo abbia il coraggio di scegliere.
Quale che sarà il quesito, alla fine si chiederà di scegliere se stare nell’euro e accettare il prestito, dimezzare i redditi fasulli di adesso e restituire il prestito, o tornare alla dracma, subire una svalutazione del cento a uno e scoprire che il bmw che ti sei comprato ieri a 40000 euro ti costa in dracme il corrispondente di 100.000 e la benzina che oggi paghi 1,6 euro al litro ti costerà in dracme il corrispondente di 3 euro.

Io dico che Papandreou ci sta dando una piccola lezione di serietà democratica:
la Grecia siete voi, io sono stato eletto pe risolvere un problema creato da voi che avete eletto prima di me altri che hanno sbagliato, io ho una ricetta, ma se non vi piace la mia ricetta, avete il diritto di rifiutarla.
Perché quello che non si mette in risalto è che quello che viene chiesto ai greci è di dimezzarsi.
Chiedo a ciascuno di noi di dimezzarsi il reddito figurativamente e di pensare che tipo di vita gli si propone rispetto a quella fatta fino a ieri.
Se imponi qualcosa del genere alla popolazione di un paese, secondo me è regime.

Papandreou non è Berlusconi.

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