riflessione sul ka

Riflessione sul ka

   Mamma era stata geniale. Quando gli aveva allestito la stanzetta, aveva aperto un ripostiglio, all’americana, come dire, niente armadio, ma soprattutto niente porta, lì stava l’astuzia.
“Visto?” gli aveva detto. “Là dentro c’è tutta la tua roba e non ci sono mostri.”
“Sicura sicura?” aveva chiesto lui con il suo gormito stretto al petto.
“I mostri stanno dietro le porte”, lo aveva catechizzato mamma. “Il loro gioco sta nella porta chiusa, nell’agguato. Senza porta sono come… come il re nudo.”
“Il re nudo?” Bocca spalancata e gormito strozzato per la gola.
“Non ti ho mai raccontato questa storia?”
Gli venne da sghignazzare. Il re nudo. Con il pipino che lo vedono tutti?
“No”, rispose con gli occhietti a feritoia e quell’aria birichina di chi comincia a intuire la differenza tra bene e male.
“Ricordamelo, che te la racconto, sai?”
“Ma il re è come il nonno?” chiese mentre mamma li metteva a letto, lui e il gormito assieme.
“In che modo, tesoro?”
“Che dirige tutto, è il gormito super, il gormitone.”
“In un certo senso, si potrebbe dire.”
Lui si rotolò nel letto con il gormito stretto al petto. E rideva dentro il gormito.
“Che ti ha preso, scemotto?” aveva chiesto mamma.
“Il nonno con il pipino fuori”, aveva farfugliato lui nel cuscino.
Poi venne il giorno del nonno e fu emozione e soggezione, quando gli dissero che dormiva dal gormitone. A casa si parlava sempre di lui, a casa e fuori. Naturalmente non poteva sapere che quando mamma aveva telefonato al nonno e gli aveva detto che glielo portava per la notte, il nonno l’aveva presa malissimo.
“Ma io ho un ricevimento stasera, ma scherzi?”
“E’ sangue del tuo sangue , io ho i miei problemi, stasera è andato tutto storto, devo uscire e tu sei il nonno e te lo prendi. Sennò… lo sai, vero?”
“Ti mando l’auto blu e la scorta”, si era rassegnato il nonno a denti stretti.
Viaggiò sull’auto blu con il suo gormito stretto al cuore e lo zainetto flaccido con dentro solo il pigiamino e le ciabattine e gli occhi grossi come uova alla coque. E il nonno ero bellissimo, tutto liscio e plastificato come il suo gormito, un gormitone,  e poi lui camminava sui trampoli. Fantastico.
Era una stanza grandissima, la sua, al piano mansardato della villa, una stanzissima severa senza poster e macchinine, con delle finestre piccole e inaccessibili che ti sorvegliavano da sopra, e un letto così alto che ci voleva lo sgabellino per salirci e poi… quell’armadio. Scuro, rasentava il soffitto, un armadio armadio, dentro la camera, tutto di legno scricchiolante e con le sopracciglia sporgenti sopra occhi quadrati, ma sopracciglia storte, da armadio arrabbiato. E con le ante chiuse.
Un tipico armadio da mostri. Anzi, in un armadio così gigantesco ci stava un’intera tribù di mostri.
Scese con il gormito stretto al petto a cercare il nonno.  Il nonno era un uomo potente, lui sbaragliava tutti i mostri degli armadi, era una vita che sbaragliava mostri.
Il nonno era a pianterreno che urlava al telefono. “Come non viene?” gridò il nonno.
Sarà il mostro? Pensò lui e si strinse il gormito sulla gola. Se non viene è meglio.
“Nonno”, lo chiamò umilmente, “nonno, ho paura dell’armadio.”
Il nonno posò il ricevitore. “Ehi, nipote, che c’è?”
“C’è l’armadio nella mia stanza. C’è il mostro. Ho paura.”
“Ma cosa dici? Non ci sono mostri negli armadi, non ci sono mai stati, è una bufala. Vieni qui, dai.”
Lui gli corse in braccio.
“C’è un bufalo nel tuo armadio?” chiese.
Il nonno gli parlò all’orecchio. “E’ una balla, quella del mostro nell’armadio, l’ho inventata io.”
Allora il nipotino sorrise felice. “Come tutte le altre?”
“Tranquillo, fidati.” Lo prese per mano. “Andiamo su che ti faccio vedere.”
Che bel sorriso che aveva il nonno, come il suo gormito. E che alito buono, al limoncello.
Entrarono insieme nella cameretta mansardata che sapeva di lavanda e camomilla e andarono dritti al catafalco di armadio, mano nella mano, nipotino e nonnino, così piccolini tutti e due che sembrano due fratelli che vanno a comprare il gelato insieme.
Davanti all’armadio, il nipote restò indietro e il nonno dovette tirarlo. “Avanti, su, sono qui con te.” E abbandonò la sua mano e spalancò le ante. Che cigolarono mostruosamente.
“Mamma!” gemette il nipotino finendo in ginocchio con le mani sugli occhi, e il suo gormito cadde per terra, pum.
“Visto?” disse il nonno. Suo nipote aprì gli occhi e vide quel suo bel sorriso gormitico e rassicurante. E guardò nell’armadio. Ripiani su ripiani di lenzuola e federe e coperte. “Biancheria da letto, nient’altro”, disse il nonno e richiuse l’armadio. “E adesso a letto da bravo.” E bravo anche il nonno che lo aiutò a montare su quel letto altissimo e gli rimboccò la coperta e lo baciò sulla fronte e gli restituì il gormito caduto.  Cameratismo tra gormiti grandi e piccoli. “Sogni d’oro”, gli disse e scese a prepararsi per il suo ricevimento.
Si addormentò subito e sognò il nonno che sorrideva, ma gli crebbero i denti, al nonno, che non gli stavano più nella bocca e vennero fuori attraverso il labbro e colavano di sangue. L’armadio si spalancò e uscì il nonno. Anzi, il mostro.
In realtà il nonno era in camera sua che usciva dalla doccia asciugandosi e andava al guardaroba a scegliere i vestiti per il ricevimento. Lui non aveva un armadio, aveva una cabina-armadio. Entrò con l’asciugamano annodato in vita e fece scorrere un’anta canticchiando. E ci fu uno schianto che fece tremare tutta la villa.
Suo nipote stringeva il gormito al petto e stava sognando il mostro che usciva dall’armadio con i denti che uscivano dal labbro e il sangue che gocciolava dal mento e andava al suo letto altissimo e gli soffiava sulla faccia un alito che non era certo di limoncello. E gli parlava. E quando parlò, la sua voce fu uno schianto che fece vibrare tutta la villa fino alla stanzetta mansardata.
Il nonno era furibondo. Quando aveva aperto l’anta gli si erano sfasciati addosso una trentina di scheletri. Adesso c’erano ossa sgretolate dappertutto nella sua bella cabina-armadio e lui era tutto bianco di farina d’osso come talco. Doveva rifarsi la doccia. Andò al telefono spazzandosi polvere d’ossa di dosso. “Quella là!” urlò nel ricevitore. “Quell’imbranata di… di… ma di dov’è, cribbio? Ah, ecco, quell’imbranata di egiziana!… Non è egiziana? Fa niente, fuori, licenziala! Le ho detto mille volte che gli scheletri nell’armadio deve appenderli! Non accatastarli!” E scaraventò giù il ricevitore.
Dalla bocca del nonno-mostro uscito dall’armadio era uscita una voce-schianto. Come di ossa rotte.
Il nipotino si strinse il gormito sotto la gola e si pisciò addosso e aprì gli occhi e cacciò uno strillo guardando l’armadio.
Che però era chiuso. E nella stanza mansardata non c’era nessuno, solo lui, tutto bagnato di fifa. E l’odore della sua pipì cominciava ad avviare un dibattito con il profumo di lavanda e camomilla: allora, come la mettiamo?
No, a casa del nonno no. Mai.
Saltò giù dal letto, rivolse la coperta, strappò via il lenzuolo. Cribbio, c’era una macchia gialla nel coprimaterasso. Via anche quello. Fece un fagotto e lo rimpinzò nel suo zainetto che si gonfiò a dismisura. Ma ci stava. L’idea sua era lucida: l’armadio era pieno di biancheria da letto. Rifaceva il letto con biancheria pulita e quella bagnata e puzzolente la buttava via l’indomani, in qualche cassonetto. Con tutto quello che c’era nell’armadio, nessuno si sarebbe accorto di una parure in meno. Prese lo sgabellino e corse all’armadio accigliato e lo aprì e cadde dallo sgabellino all’indietro sgomento.
Sul ripiano di mezzo, sopra le lenzuola, sedeva un piccolo scheletro, uno scheletro di gormito. Come tutti gli scheletri grandi e piccoli, sorrideva nel suo modo da scheletro.
Sgambettò e sbatté gli ossicini delle dita con un rumore di legnetti.
“Ciao”, disse. Dondolò la testa e i dentini fecero rumore di dentiera. “Sono il primo?”

© tulliodobner

 

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  1. #1 di paolo f il ottobre 23, 2012 - 9:51 pm

    Bel rientro, vecchio mio: un’Ode agli scheletri! Così presenti nella vita di molti…

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