le due facce dell’amore… forse

schiffer-viso

Nella mia vita non ho capito quasi niente e ho scelto di mettere qui il dolce sorriso di Claudia Schiffer perché è tedesca e perché anche quando non si capisce, non bisogna mai smettere di sperare. Credo.

Nell’autunno e inverno 1967, a 21 anni, ero a Monaco di Baviera, lavoravo in una nuvola di ammoniaca alla Lichtpauserei (reparto fotocopie) della Siemens & Halske e abitavo alla Wohnheim, il dormitorio aziendale.
La Wohnheim era costituita da alcune palazzine sui due lati di un viale ed erano occupate su un lato prevalentemente da lavoratori tedeschi e sull’altro da stranieri. Io dividevo la mia stanza da quattro al pianterreno con due soli compagni immigrati italiani, che chiamerò Pino e Salvatore, di dove fossero è irrilevante. Pino, di statura un po’ sotto la media, aveva i muscoli del Tom Cruise trentenne. Salvatore, parecchio sotto la statura media, aveva un naso principesco e mani come badili. Non ricordo cosa facesse Salvatore in azienda, ma ricordo bene che il Pino faceva le pulizie, vale a dire lui entrava quando uscivamo noi del turno diurno. Quindi lo vedevo solo per pochi minuti al giorno, incrociandolo in camera.
Ero lì da un paio di mesi, quando, uscendo dallo stabilimento  alle quattro e mezzo, fui fermato al cancello da una donna che mi chiamò per nome. Mi sorprese che conoscesse il mio nome e molto di più mi sorprese che riuscisse ad articolare qualcosa di decifrabile da labbra così tumefatte in una faccia che sembrava gonfiata con una pompa per biciclette. O che mi avesse visto da occhi sprofondati in due lividi leberknödeln  che sporgevano oltre gli zigomi. Non ricordo un centimetro della pelle del suo viso che non avesse un colore innaturale, dal giallo al rosso, dal viola al carminio, il porpora, l’ocra.
Quando cominciò a parlare, cominciò a piangere, poi a singhiozzare. Gli altri lavoratori ci sfilavano accanto senza che me ne accorgessi, concentrato com’ero a cercare di capire cosa mi stesse dicendo senza praticamente aprire la bocca, mescolando gemiti e singulti a un dialetto bavarese che conoscevo ancora troppo poco. Così la costrinsi a ripetere la sua storia non so quante volte, interrompendola per ricostruirne dei brani nel mio tedesco stentato e chiederle conferma. Alla fine, oltre che massacrata di botte, era anche affranta e sfinita, con quella sua povera maschera dell’orrore inondata di pianto. Fin dal principio aveva avuto in mano un fazzoletto appallottolato, inutile per quanto era zuppo, e mentre raccontava se lo avvicinava ogni tanto a questo o quell’altro zigomo, ma si sfiorava soltanto, non poteva asciugarsi perché le faceva troppo male.
Fece quel gesto quand’ebbe finito il suo racconto. Il suo appello. Si toccò gli occhi con il fazzoletto appallottolato, mentre io cercavo di accettare di aver capito.

A distanza di tanti anni non ricordo più quale fosse stata la causa scatenante, forse l’aver ballato con troppo abbandono con un altro, ma non è rilevante. Lei era bavarese, faceva anche lei le pulizie in fabbrica e stava con il Pino, e il sabato precedente, quando erano usciti dal locale, lui l’aveva pestata a sangue. Erano tre giorni che lei lo cercava e lui si faceva negare. Allora lei era venuta a cercare uno dei suoi compagni di stanza, me, perché intercedesse per lei. Lo amava, gli chiedeva perdono, che lo convincessi io della sua devozione, che lo convincessi a tornare da lei.

A ventun anni non ero in grado di elaborare quella situazioni in alcun altro modo che tornando in camera e affrontando il Pino come il Giudizio di Dio. Gliene urlai in faccia di tutti i colori, il Pino reagì come era prevedibile e in quell’occasione forse il piccolo Salvatore dalle mani enormi mi salvò la vita catapultandomi in corridoio e chiudendosi in stanza con lui.
Non so come andò a finire tra l’operaia tedesca e il Pino. Io chiesi e ottenni di essere trasferito e il giorno stesso andai ad abitare in una delle palazzine di fronte, quelle dei tedeschi. Per arrivarci dal ritorno dal lavoro passavo davanti alla finestra della mia vecchia stanza. Tutti i pomeriggi, in pieno inverno, quando arrivavo io, la finestra era spalancata e il Pino vi si stagliava dentro a torso nudo, con i suoi muscoli da Schwarzenegger, e si asciugava il torace abbaiandomi come un cane da quando sbucavo da dietro l’angolo sul marcapiede opposto a quando entravo nel mio androne.

Un breve corollario a questa storia lascio a un secondo tempo perché non è pertinente.
Tirando un po’ di somme, mi accorgo che in tanti decenni di vita vissuta non ho capito quasi niente, però questo fatto è sicuramente uno di quelli che mi sono rimasti dentro come più enigmatici, ma anche indigeribili, dolorosi, e pesanti sul cuore. Assieme al turbamento immortale di non aver mai visto la faccia di quella giovane donna innamorata di un mostro, ma solo, stampato su di essa, il riflesso della faccia del suo mostro.
Eppure vedo oggi quanta gente, dopo aver subito ed essere stata umiliata, ne chiede ancora.
E continuerò a non capire.

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  1. #1 di Lizette il luglio 18, 2013 - 10:17 am

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