Archivio per giugno 2013

Le due facce dell’amore, la nemesi

Come si fa a sapere che fine fece quella relazione patologica? La storia di questi personaggi piccolissimi si è persa nella grande risacca del mare dell’esistenza, che porta vicissitudini sulla spiaggia, ce le mostra per un istante tracciate dentro sassolini e rena, e poi in un lampo ce le cancella.
Nel 1967 Monaco di Baviera si preparava alle Olimpiadi del 1972. Il centro cittadino non esisteva, era un cantiere spaventoso, non si capiva niente, poco sicuramente capivano i tedeschi, io poi ero disorientato nella maniera più totale.
Dalla lontanissima periferia dove stava la Whonheim, mi facevo i miei mezzi chilometri a piedi e prendevo quei tram stretti e lunghi e velocissimi che a confronto con i mie tram milanesi erano missili di un film di fantascienza. E dopo qualche mezz’ora entravano in un caos di voragini, macchine movimento terra, cumuli di lastrici, fotoelettriche (parlo di gennaio, febbraio, notti infinite che cominciavano alle 4 del pomeriggio e geli spaventosi), andavo in centro per cercare di vivere un po’.
Se qualcuno va oggi nel centro di Monaco non può immaginare l’odore di terra, i pasticci di fango da scavalcare, i tram da schivare (arrivavano a velocità impressionante, scocciati del caos, e ti tiravano sotto come niente) in mezzo a cumuli di terra e lastre di cemento. Oggi il centro di Monaco è una delle chicche d’Europa.
Nel febbraio del 1968 presi uno dei quei tram filanti per andare in centro, il tram rallentò in mezzo ai cantieri in un buio che uno alle 5 del pomeriggio non ci crederebbe, e scesi nei pressi della stazione ferroviaria. (Come tutti gli emigranti, la stazione ferroviaria da dove sei scaturito è come l’utero della mamma: è lì che torni quando sei alla deriva in un paese che non conosci.)
Arrivando da Marienplatz passo davanti a posticini allettanti dai profumi irresistibili di salsicce, stinchi, crauti, mamma mia, come dire: esci dalla stazione e ti concupiscono subito con le loro fette di pane nero e i loro bratwurstel.
C’è Salvarore. Salvatore! Ehi!
Come va, Salvatore. Bene, dice lui, guardandomi da sotto (io non sono molto alto, ma lui è proprio piccolo). Non ti ho più visto. Non sono più alla Siemens, mi dice. Lavoro ai cantieri della metrò. Ti hanno licenziato? chiedo io. Ma perché?
Salvatore era piccolo e nerboruto, era un nanino impressionante, con quel naso lungo che non si capisce come trovi posto nella sua faccia, era piccolo non di busto ma di gambe, gambe cortissime. E mani che nemmeno Morandi.
L’ho menato, mi disse, e mi hanno sbattuto fuori.
Menato? Chiesi io con un batticuore. Chi hai menato?
Salvatore, piccolissimo uomo di pochissime parole, mi sorrise. Anche le labbra aveva grosse e sorrideva stendendole senza schiuderle, ma quella volta mi mostrò i denti grandi come le mani
Salvatore sorrise e per un istante che non posso dimenticare i suoi occhi sempre languidi si accesero. Il Pino, l’ho menato, mi ha fatto incazzare, quello è proprio storto. L’ho spedito in ospedale e mi hanno licenziato. Alzò verso di me le mani e le girò, dorso in su, le sue mani spaventose come pinne. Tutte le nocche coperte da croste.
Ma lavoro per la nuova metropolitana, mi disse. E si infilò le manone in tasca e si strinse nelle spalle. Io guardai il movimento delle mani e vidi che in tasca entravano solo le dita.
Le croste restarono fuori.

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