Archivio per aprile 2015

Signor Raffaele Cantone, no

A Cervignano, nel 1968, ero sergente nel gruppo squadroni lancieri di Aosta, quelli con le fiamme rosse. La caserma, che ospitava una brigata di cui facevamo parte anche noi esploratori, era enorme.
Quando fu il mio turno di servire come comandante della guardia, proprio durante la mia notte di corvè ci fu un incidente. Verso le tre di notte, durante il suo turno di guardia in una della postazioni lungo il chilometrico perimetro della caserma, un lanciere del mio reparto abbandonò il suo posto e andò a dormire.
Le guardie erano in servizio per due ore, il loro comandante, io, per 24.
Avevo il mio vice, un caporale, e facevamo lunghissimi giri di ispezione a turno, in modo da tenere sotto controllo al meglio la situazione. Nel novembre del 1968, come si può immaginare, c’era un livello di allarme costante in tutte le caserme, anche se basso. Fu in effetti il caporale a scuotermi sulla mia branda in guardiola, dove m’ero assopito vestito, con gli anfibi ai piedi, dopo che avevo da poco finito di presenziare al cambio delle guardie lungo un perimetro infinito, ad avvertirmi che una guardia era scomparsa.
Andammo subito insieme a verificare la segnalazione. Risultò che mancava proprio un mio lanciere ( un ragazzo davvero problematico che ovviamente conoscevo). Comandai di guardia in quella postazione il mio caporale e mi precipitai in camerata a recuperarlo, lo tirai giù dal letto, lo aiutai a vestirsi e lo riportai praticamente di peso al suo posto.
Ci fu forzatamente un rapporto (il comando della guardia è nella palazzina dell’ingresso e dipende dall’ufficiale di picchetto, che evidentemente aveva visto tutto, non potevo nascondere la mancanza).
Io, come comandante della guardia, fui messo sotto inchiesta.
Dopo aver passato la notte in bianco, fui chiamato a rispondere del mio operato prima dal comandante del mio gruppo squadroni affiancato dai capitani comandanti degli squadroni riuniti in commissione, poi dal generale comandante di brigata affiancato dai colonnelli comandanti dei reggimenti in una commissione di un livello più alto. Dovevo rispondere del mio operato, in qualità di comandante di un servizio di guardia durante il quale una guardia se n’era andato a dormire.
Era andato a dormire lui, non io. E allora?
Allora io ero il responsabile del servizio, io ero il garante del servizio, perché io ero il comandante.
Vado a capo perché, Signor Raffaele Cantone, voglio evidenziare questo punto che credevo e ancora credo saliente: ero il garante del servizio. Specifico: garante.
Quello che garantisce il capo di un servizio è che nessuno abbia a subire danno dal servizio. Né quelli che lo svolgono, né coloro che ne usufruiscono. Mi dica: altrimenti perché è un servizio?
E se il servizio non funzionava a dovere, a risponderne ero io. Anche se ero rimasto sveglio tutta la notte e non ero stato io a lasciare la mia postazione.
Perché, signor Cantone, è così che sta scritto, se leggere è stata l’attività principe di tutta la mia vita. Chi comanda è responsabile di quello che fa la struttura di cui è il vertice. Altrimenti, mi dica lei che ci sta a fare il vertice?
Prima che mi presentassi davanti alle commissioni, fui catechizzato dal mio personale comandante, capitano Guerrini. Volle che gli raccontassi tutto per filo e per segno, insisté perché fossi assolutamente sincero, si assicurò che potessi contare sulle testimonianze del caporale e del tenente di picchetto e che entrambi avrebbero confermato la mia cronologia dei fatti.
Era giustamente preoccupato per me e il mio futuro. Se fosse stata provata una mia negligenza, “in qualità di comandante della guardia” la punizione sarebbe stata esemplare e avrebbe pesantemente inciso sul seguito della ferma. Non per essere colpevole di una mancanza, ma per essere il garante che quella mancanza non producesse danni.
A me sembra così elementare da ricordarmi le tabelline.
Le dirò che fui scagionato da entrambe le commissioni, perché proprio per aver articolato bene le mie ispezioni notturne, io e il mio vice ci accorgemmo subito della mancanza. E fui proprio io che, come comandante vigile e presente, impedii che la mancanza diventasse grave, facendo in modo che la postazione restasse scoperta per poche decine di minuti.
In tutte le situazioni gerarchiche credo che funzioni così. Dappertutto, almeno nell’Europa più avanzata. E lei lo sa, signor Cantone, non può non saperlo. Ed è questo che mi fa male. Quel punto per cui il Martin italiano perde sempre la cappa. Quel brutto vizio per cui agli italiani piace scivolare sull’olio del “quasi”, del “però”, che dà tanto, giustissimo fastidio all’Europa che conta.
Se io fossi stato ignaro di quel che accadeva durante il mio servizio e qualcuno fosse penetrato dal settore incustodito magari a rubare esplosivi per qualche attentato, che era nostra prima preoccupazione, io sarei stato punito. Anche se non ero stato io a commettere la mancanza.
Sarei stato punito anche se ad accorgersi del posto di guardia vacante fosse stato l’ufficiale di picchetto o il capitano d’ispezione o chiunque altro prima che me ne accorgessi io e anche se comunque non ci fossero state conseguenze gravi come un furto.
Sarei stato punito perché ero responsabile del servizio e quindi di come il servizio veniva svolto.
Forse per lei la parola responsabile ha un valore marginale.
Forse essere il responsabile della polizia è solo un’icona istituzionale che percepisce un invidiabile stipendio, un avatar che occupa una poltrona dietro una bella scrivania in un bell’ufficio, e tutto quello che fanno i suoi sottoposti non gli compete perché la carica di capo è solo formale, è un’onorificenza, una targhetta.
Allora io non ho capito niente, non capisco perché ho rischiato una pesante punizione da sergente, non capisco perché se i tifosi insultano, la società calcistica di cui sono sostenitori viene multata, non capisco perché il signor Lupi si è dovuto dimettere.
Signor Cantone, abbia pazienza, l’assoluzione da responsabilità penali non c’entra niente. E’ talmente fuori luogo anche solo citarla, che più che meravigliato mi sento profondamente deluso.
Ho perso il conto delle volte in cui i rappresentanti delle nostre istituzioni mi fanno restare male. Mi sarei volentieri risparmiato di ascoltare le sue parole.

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