umberto eco tra homo communicans e animal signans

foto da Il Giorno, 20 febbraio 2016

 

Sull’Espresso del 9 aprile 2015 Umberto Eco rifletteva sull’uso compulsivo del cellulare in seguito a un incidente in cui era stato investito da una signora che camminava “incollata al suo telefonino”. In verità confessava di essersi deliberatamente fermato e voltato dall’altra parte per provocare la collisione. Bravo.
Con lo smartphone  la situazione è precipitata, perché ora camminano digitando. E guidano digitando…
Nel suo pezzo Eco ipotizzava che la sindrome da telefonino realizzi uno dei tre desideri che l’umanità ha da secoli perseguito con la magia ( il titolo è Il telefonino e la regina di Biancaneve), cioè poter volare battendo le braccia, eliminare il nemico recitando  formule magiche e infilzando bamboline e comunicare in un lampo a distanza. Quest’ultima magia sarebbe quella che si ottiene con il cellulare, il contatto istantaneo e senza intermediari con il resto del mondo.
Aveva forse ragione Umberto Eco a ritenere che l’uso maniacale del cellulare fosse originato da un anelito di comunicazione ed è anche un pensiero positivo. Mi sembra però che l’avvento dello smartphone abbia rilevato con maggior precisione quale sia l’istinto che ne diffonde l’uso compulsivo.
A differenza di tutte le altre specie l’animale uomo ha affidato l’evoluzione del proprio organismo alla sinergia cultura-tecnologia, un sistema molto più rapido e pratico che ne ha fatto la specie vincente. Questa tecnica evolutiva, protetica poiché si svolge al di fuori del corpo, ha realizzato a tutti gli effetti i primi due desideri indicati da Eco, con deltaplano e parapendio come minimo nel primo caso, e con i droni con cui polverizzare il nemico standosene comodamente seduti in ufficio nel secondo. Se è vero che il terzo desiderio è quello di comunicare istantaneamente con il mondo, allora lo smartphone assolve anche a questa funzione, ma io mi sento meno ottimista, non credo sia quella fondamentale, mi pare piuttosto un effetto collaterale.
Da quando lo smartphone ha saturato il mercato, per allettare gli utenti a continuare comprarne, i produttore puntano ormai sulla funzione fotografica, offrendone continue migliorie, perché dopo il cicaleccio l’attività prevalente è farsi ritratti. L’uso sfrenato degli scatti poco ha a che fare con la comunicazione e molto con l’inondare il mondo di immagini di se stessi. E l’unica comunicazione (il termine implicherebbe una forma di reciprocità) si limita a una collezione di “mi piace”.
Ricordando che l’uomo appartiene al regno animale è facile dedurre che nell’uso compulsivo dello smartphone sfoghi, tra i tanti che abbiamo demandato alla tecnologia,  un indelebile istinto primordiale, quello di diffondere la propria presenza nell’area più vasta possibile: marcare il territorio.
Cosa può appagare di più  che avere a disposizione un territorio sconfinato da marcare, spargersi nell’intero pianeta, incidere il proprio segno in ogni angolo di mondo?

Mi capitò di vedere Umberto Eco una volta, nei primi anni Settanta. Sedevo in una spaziosa sala della redazione di Bompiani e discutevo con il redattore il testo di una mia traduzione, guarda caso di antropologia culturale. Per problemi logistici ci trovavamo in un locale di passaggio, potrei dire di comunicazione, ed Eco entrò, compì lentamente un ampio giro e uscì da dove era arrivato. Non si accorse di noi, anche perché non saremmo dovuti essere lì. Passò con gli occhi incollati alle pagine di un libro che leggeva camminando adagio.

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