Archivio per luglio 2017

Incipit number one

Grandi Viaggi

Ho cominciato a viaggiare da molto piccolo.
Nel 1952, compiuti sei anni a un mese dall’apertura delle scuole, fui iscritto all’istituto elementare di fianco a casa, in viale Mugello a Milano, e contemporaneamente cominciai a prendere lezioni private d’inglese da Miss Faa.
Miss Faa e sua madre Mrs Faa, che a me sembrava, quando la incrociavo, appena scesa da un dipinto dell’Ottocento per una tazza di tè, vivevano in via Elba e per arrivarci mamma e io attraversavamo la città prendendo due tram (due biglietti, all’epoca). Se ne andava via il pomeriggio intero.
Quando nel 1957 lasciammo l’abitazione in affitto di viale Mugello per trasferirci in quella di proprietà vicino a piazza Istria, il viaggio per le lezioni d’inglese non si abbreviò. Avrei smesso di compierlo ormai diciottenne nel 1964, dopo non aver praticamente saltato una sola delle mie settimanali conversazioni con Miss Faa per ben dodici anni.
Il viaggio era così lungo e la destinazione così aliena, che mi sembrava di recarmi all’estero. L’abitazione delle signore Faa, naturalmente un pianterreno con giardino, era il New England di Milano. Appena io e mio fratello entravamo, gli schiamazzi da marciapiede si sfibravano in bisbigli chiesastici, e tutta la lezione era uno scambio di mormorii in un silenzio profondo abbastanza da dar risalto a un voltar di pagina, tra i vetri colorati e i capolini di rose alle finestre.
Per questo, immagino, l’Inghilterra vera, quando ci arrivai, non mi colse troppo impreparato.
Partii da Milano nel luglio 1961, ancora quattordicenne, affidato, insieme con molti altri ragazzi tutti più grandi di me, all’organizzazione Grandi Viaggi, con una valigia e un foglietto  con il mio nome e la mia destinazione finale, con cui mi sarei fatto riconoscere da Miss Josephine Aveline, la signora presso la quale sarei stato ospite pagante.
Andò tutto storto. Partimmo in grave ritardo dalla Centrale di Milano, perdemmo le coincidenze internazionali, il nostro vagone fu ripetutamente staccato da un convoglio e agganciato a un altro, a Calais finimmo su non so quale binario morto e attraversammo come un branco di profughi un intero scalo ferroviario per recarci a piedi, con i nostri bagagli sulle spalle, alla dogana e al controllo passaporti. Prima di traversare la Manica eravamo già in ritardo di un giorno. A Dover restammo appiedati e dopo altre ore di attesa su una carrozza ferma, compimmo l’ultimo tratto di epopea giungendo a Londra dopo trentasei ore da quando il primo treno aveva lasciato la Stazione Centrale di Milano.
Il caos del nostro gruppo era ormai al colmo, i pochi adulti correvano trafelati su e giù per il marciapiede della stazione cercando di tenere insieme la loro nidiata e affidando di tanto in tanto i più fortunati a chi era venuto a prenderli in consegna.
Seduto sulla mia valigia accostata agli altri bagagli ammonticchiati, per un po’ osservai con una punta d’invidia quelli tra i miei compagni di viaggio che venivano accolti dagli emissari di qualche famiglia indigena e ripartivano per la loro vacanza britannica, poi mi alzai e intercettai uno degli accompagnatori.
«Io devo prendere un altro treno e ho già il biglietto», gli dissi. «Posso andare a vedere se ce n’è uno?»
Mentii quando promisi di tornare a informarlo, ma lui fu lieto di sbarazzarsi di me e mi autorizzò ad allontanarmi. Così andai a leggere sul tabellone dove e quando avrei potuto prendere un treno per Littlehampton, la località dov’ero diretto. Mi parve di trovarne uno che partiva di lì a non molto, fermai un ferroviere e gli chiesi conferma. Lui emise una serie di suoni dalla bocca senza aprire le labbra e io, che studiavo inglese da otto anni, non ebbi il coraggio di chiedergli di ripetere. O astutamente intuii che avrei riascoltato la stessa enigmatica sequenza. Mostrai il mio biglietto al controllore in testa al marciapiede e mi precipitai a bordo perché dal tabellone risultava che il convoglio era in partenza. I due signori con cui ebbi a dividere lo scompartimento furono tanto gentili da spiegarmi che ci sarebbe stato un ritardo. Di nuovo! Perché capissi dovettero reillustrarmi il problema una dozzina di volta.
Quando il treno finalmente partì, fu tale il mio sollievo e tanta era la stanchezza accumulata, che mi addormentai. Furono i miei due gentili signori a svegliarmi in tempo perché scendessi alla stazione intermedia dove dovevo prendere una coincidenza. Agguantata a stento a causa del  ritardo con cui il mio convoglio era partito dalla Waterloo.
A Littlehampton arrivai alle undici di sera, presentai in biglietteria il foglietto su cui c’erano il mio nome e quello della signora che mi doveva ospitare con indirizzo e numero di telefono, l’impiegato telefonò a Miss Aveline per annunciare la mia epifania e di lì a mezz’ora la mia signora venne a prendermi con un taxi.
Tanto travaglio si può spiegare, con il senno di poi, con una seconda venuta al mondo. Così fu, in effetti. O per meglio dire, in quel momento e con tanta fatica, veniva al mondo un mio gemello, la mia metà oscura, il mio fratello siamese anglofono che forse è alla base di quella schizofrenia che alcuni ritengono indispensabile per fare il traduttore.
Miss Josephine Aveline – Mummy Jo – era una donna bellissima, alta, capelli biondi, occhi celesti e tristi, come quelli di molte inglesi, fisico matronesco, lineamenti preziosi. A casa, dopo un tè, fui rapidamente insediato nella mia camera all’ultimo piano dove finalmente smaltire le fatiche di tanto viaggio in un sonno ristoratore. Convenevoli e racconti furono posticipati al mattino seguente.
Fu dunque solo l’indomani che precipitai nell’imprevisto incubo dell’alienazione.
Alla materna premura e tenerezza di Mummy Jo non corrispondeva niente di vocalmente intelligibile. Dalle sue dolci labbra sempre prive di rossetto uscivano geroglifici orali che, sopra una torre di triangolini di pane tostato e imburrato, si spargevano nell’aria della cucina come il sottofondo della risacca portato dal vento confondendosi, incomprensibili, nei profumi di uova e bacon. Mangiai moltissimo, quella mattina, così da avere sempre la bocca piena e non dover rispondere. Mangiai toast e uova e bacon e sgomento.
Otto anni di attraversamenti cittadini per la sessione settimanale con Miss Faa, otto anni di letture in inglese, otto anni di esercizi, otto anni di temi. E a quale prezzo, non solo per i miei genitori che pagavano le mie lezioni, ma anche mio. Finché avevo frequentato le elementari, le visite a Miss Faa erano un piacevole diversivo. Ma la scuola media aveva trasformato il gioco in incombenza e il ginnasio in tortura.  A tredici anni ero entrato nella Rari Nantes Milano e l’agonismo mi impegnava almeno tre volte alla settimana con allenamenti in piscina dalle sei alle nove di sera. Tra lo studio e il nuoto non avevo tempo per respirare e la gita da Miss Faa mi costava uno sforzo inumano. Tanto sacrificio si rivelava ora inutile. Tanto valeva che avessi studiato venusiano.
Prima che finissi di consumare quella colazione pantagruelica annuendo come un idiota ogni volta che Mummy Jo muoveva la bocca, venne a conoscermi Aunty Doris.
Aunty Doris non era né zia, né parente, era una inquilina dello stesso stabile, occupava il monolocale del pianterreno, viveva sola e frequentava Mummy Jo come una sorella. Uno gnomo di donnino, sotto i quaranta chili, bruna e brizzolata, occhi enormi tra ossi lucidi, rossetto in quantità industriale, una sigaretta sbavata di vermiglio o in bocca o tra due dita, voce ruvida e gutturale da fumatrice incallita. Per non dire dei suoi attacchi di tosse.
Quando le due donne cominciarono a parlarsi, avendo evidentemente me come argomento, il mio disorientamento iniziale si trasformò in angoscia. Non avrei saputo interpretare i loro scambi verbali più che i cinguettii degli uccelli in cortile. Pensai di aver sbagliato tutto, aver sbagliato nelle mie puntigliose frequentazione di casa Faa, sbagliato ad attraversare l’Europa con la presunzione di sfoderare sapienza anglosassone in casa loro. Non sapevo che cosa mi avesse insegnato Miss Faa per tanti anni, ma non era la lingua inglese, non poteva esserlo, non somigliava neppure lontanamente all’idioma astruso che usavano quelle due signore.
Avrei avuto conferma del mio sospetto appena messo piede fuor di casa. Attraversai il prato antistante e scesi in spiaggia, dove intercettai brani di conversazioni tra estranei, madri che parlavano con i propri figli piccoli, ragazzini che comperavano dolciumi e gelati al baracchino, altre signore che si scambiavano opinioni e pettegolezzi. Non capivo un tubo. Ero rovinato.
Il blocco delle comunicazioni durò una settimana. Una mattina mi svegliai, svolsi le mie attività preliminari come tutti i giorni precedenti, scesi in cucina, mi sedetti davanti a pane tostato, salsicce, cetrioli, uova e bacon, succo d’arancia e tè e organizzai la mia giornata con Mummy Jo come un qualsiasi figlio adolescente in vacanza fa con la propria madre. Capivo tutto al volo. Parlavo con proprietà. Formulavo alternative, modificavo proposte e ne rilanciavo di mie, concordavo orari e appuntamenti. Tutto in inglese. Credo che tremai tutto il giorno per l’emozione. Fu come se, a quel risveglio, là dove fino alla sera prima c’era un muro invalicabile si aprisse ora a vista d’occhio una prateria, ricca di uomini, animali, occasioni; mi sentivo come un naufrago che, stremato da una settimana di inutili bracciate nel mezzo dell’oceano, si ritrovava d’incanto al timone di una barca a vela con tanto di bussola, sestante, carte nautiche, radio, grammofono con i dischi di Elvis e birra ghiacciata in frigo. Mi mancava solo la bionda.
L’avrei trovata di lì a poche settimane.

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