Archivio per novembre 2017

Incipit no more (hit the road Jack)

1965 englishmant.d. 1965

 

All you need is love
The Beatles 1967

Quattro anni di immersioni nelle acque gelide e grigie della Manica. Ma ormai sapevo nuotare. Quattro anni durante i quali tutta la mia vita si concentrava in sei travolgenti settimane britanniche, intervallate da dieci mesi e mezzo di frigida routine scolastica e sportiva in Italia.
Mummy Jo era pittrice ritrattista e questa attività insolita le apriva le porte del jet set, sia per motivi professionali, visto che solo i benestanti potevano permettersi il lusso di commissionare ritratti di sé e dei propri figli, sia per la vanità di chi si compiaceva di esibire in pubblico «l’amica artista». Io partecipavo alla sua vita, quella domestica, quella professionale, quella sociale. Così si sviluppavano per me estati intense e multiformi, tra le partite a ramino con Mummy Jo e Aunty Doris, le passeggiate, i cinema e i pomeriggi in spiaggia con Carol, le visite alle sontuose residenze dei clienti della pittrice immerse in parchi di alberi secolari, gli aperitivi sulla terrazza del Beach Hotel, le partite di tennis con i figli di Jo, le settimane da sguattero alla Cafeteria, le regate (a fare da zavorra) davanti alla foce dell’Arun, le serate al country club, dove sfogavo l’esuberanza della mia età in sfiancanti sessioni di twist o a cazzeggiare con i coetanei sulle fini dune di West Beach, o a seguire l’amico Peter e la sua band nei borghi della regione dove andava ad esibirsi con un repertorio di hit statunitensi e un paio di pezzi di un emergente gruppo inglese di Liverpool che aveva scalato le classifiche.
Parlavo, cantavo, sognavo, pensavo in inglese. Guardavo, ascoltavo, dormivo, ridevo, camminavo, saltavo, mi sedevo e mi alzavo in inglese. Piangevo, imprecavo, desideravo, rifiutavo, amavo in inglese. La prima volta che accompagnai Mummy Jo a prendere Brett e Rohan alla loro boarding school all’inizio delle vacanze estive, ci fermammo a pranzo nel bungalow di certi loro lontani parenti che abitavano lungo il tragitto e conobbi Jane, vagamente definita cugina: capelli crespi, occhi celesti, di poco più giovane di me, riservata quel tanto da incuriosirti, arrossiva ogni volta che la guardavo.
Avevo trovato la bionda.
Mi capitò di rivedere un paio di volte Jane al suo bungalow, prima  che venisse a trascorre qualche giorno ospite a casa nostra. Carol, il cui intuito femminile sopravanzava il mio di alcune ere geologiche, subodorò subito il pericolo, cosicché trascorremmo quelle giornate sempre in tre perché non voleva che restassi solo con la bionda, nemmeno sul campo da tennis. Fu lì che scoprii, grazie alla gonnellina bianca, che quando arrossiva in viso, Jane  arrossiva dappertutto. Quando sbagliava un colpo se ne faceva cruccio e le cosce le diventavano paonazze come per una scottatura.
Cominciò una storia d’amore che dopo tante vicissitudini sfocerà in un matrimonio e una figlia.
Dopo un paio di anni venivo scambiato regolarmente per inglese da chi non mi conosceva e calcolare quanto tempo passava prima che il mio occasionale interlocutore sospettasse che fossi straniero, prendendomi quasi sempre per norvegese, era diventato un gioco tra gli amici. Il mio amore adolescenziale mi aveva insegnato a provare sentimenti in inglese, accoglierli ed esprimerli in inglese. I pomeriggi a bere tè chiaro nelle ville del Surrey e le sere a bere Pimm’s al country club mi avevano fatto essere inglese con l’alta borghesia britannica, le serate a bere birra nelle dancing hall di provincia al seguito Peter mi avevano fatto essere inglese con la piccola borghesia britannica,  le pause delle giornate da sguattero  a bere tè più scuro di un caffellatte con i camerieri e i cucinieri alla tavola calda del Sussex mi avevano fatto essere inglese con la classe lavoratrice britannica. Mi fidavo a tal punto della mia padronanza dell’inglesità che quando, mentre sparecchiavo un tavolo, un omino mi si avvicinò e mi mormorò all’orecchio con un’aria tra il timoroso e il furtivo qualcosa che non capii, lo spedii senz’altro al cesso. Qualche istante dopo, vedendolo riemergere disorientato, decifrai in ritardo la sua domanda e corsi a nascondermi. Mi aveva chiesto: «May I have a Worthington [una marca di birra], please?»
Fu forse quella la mia prima, colossale cantonata da traduttore, ma senza dubbio a diciotto anni non immaginavo che quella sarebbe stata la mia professione per cinquant’anni. E invece…
Dopo esserci lasciati e ritrovati in giro per l’Europa, l’amore fanciullo riprese vita, ormai maturo, qualche anno dopo. Nell’autunno del 1969 Jane mi telefonò dal Sussex per informarmi che aveva trovato lavoro alla Berlitz e che si sarebbe trasferita a Milano qualche giorno dopo con il proposito di vivere con me. Io abitavo ancora con i miei e studiavo all’università. Avrei dovuto trovare un’attività lavorativa per mettere su casa e non sapevo fare niente. L’unica mia competenza speciale era l’inglese. Conoscevo Lisa Morpurgo, nota astrologa madre di un mio ex compagno di classe, che all’epoca era direttrice editoriale alla Longanesi. Andai da lei e le chiesi di mettermi alla prova come traduttore.n novembre consegnai alla Longanesi il testo della mia prima traduzione, Metti una bionda nel motore, (Ring Around the Rogue), di J.M.Flynn. Dopo d’allora avrei proseguito traducendo oltre cinquecento titoli.
Ero diventato traduttore per amore. Credo di poter dire in sincerità: traduttore a mia insaputa.

And in the end, the love you take is equal to the love you make
The Beatles 1969

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Incipit number three

Lh149

In quella memorabile mattina del 1961 avevo adottato lo spartito di Mummy Jo, leggevo le suo note e capivo la sua melodia, «vedevo» i nessi che le legavano assieme e utilizzavo quella nuova conoscenza per rispondere nella stessa chiave, per rispondere «a tono», e il dialogo funzionava, dava risultati. Ma ero ancora lontanissimo dal sentire il suo linguaggio, reagivo ad esso con l’intelligenza ma non con la mia «persona», ne usavo con disinvoltura i processi logici ma non quelli analogici,  e questa mia carenza era giustificata, perché il mio orecchio era sensibile alle misure della mia lingua madre, mentre lei parlava sui tempi e i ritmi della sua.
Forse c’era una speciale fatalità nel fatto che per me Miss Aveline sia stata sempre «mamma» Jo. In casa c’era un altro studente ospite pagante, Eric, di Parigi, con il quale conversavo in inglese. Per lui Josephine era Miss Aveline, ma per me era Mummy Jo. Non era signorina, era ridiventata Miss dopo il divorzio da Mr Barnett, e aveva due figli maschi di quindici e tredici anni, Rohan e Brett. Li avrei conosciuti solo negli ultimi giorni della mia vacanza, perché studiavano in una boarding school.
Io comunque ero solo, animato da sano spirito esplorativo e avventuroso, ma solo. Eric, che arrivò solo dieci giorni dopo di me, mi era più giovane di un anno e a quell’età tra maschi la differenza era grande come tra un triciclo e una monovolume, perciò non legai con lui. Mummy Jo lavorava e comunque non avrebbe potuto assistere più che tanto un quindicenne in vacanza. Invitata da Mummy Jo venne a prendere visione dell’ospite italiano Carol, un’amica dei due figli di Jo, che abitava nella stessa strada, sebbene a più di un chilometro da noi. Carol frequentava una scuola locale diurna, perciò il pomeriggio tardi era libera e presente e Mummy Jo aveva favorito l’incontro per togliermi dall’isolamento. Venne, naturalmente, a prendere un tè.
Entrò nella front room questa ragazzina bassa di statura ma abbondantemente ricompensata altrove. Era così brevilinea da riuscire a nascondersi quasi completamente, e credo volutamente, nei capelli, che erano lisci, fulvi, lunghissimi e dappertutto, specie davanti alla faccia. Non ricordo se bevve il tè, ma non so come avrebbe potuto, visto che, sebbene seduta, riuscì a non stare ferma un momento. Per il tempo che fu a casa nostra si dimenò in continuazione assumendo pose, immagino, da autentica contorsionista; potevo solo immaginarlo perché tanta agitazione avveniva dentro il nembo fiammeggiante di quei capelli, da cui spuntavano ogni tanto occhi scintillanti e birichini che mi guardavano sempre e solo di traverso e per pochi istanti.  Lo stesso quando parlava: sempre domande, sempre mitragliate con la velocità con cui l’acqua sgorga dalla falla in una diga, sempre posate su un fiato quasi apprensivo. Inutile dire che non capivo niente. Più che imbarazzato ero stordito. Andò via lasciandomi la sensazione d’essere stato preso a spintoni per un’ora.
Carol sarebbe stata la mia Virgilio nell’esplorazione non solo di Littlehampton, ma soprattutto dell’inglesità. Con il vantaggio tutto speciale d’essere accolto nel mondo esoterico dell’adolescenza locale di cui imparare i riti e soprattutto il gergo.

Littlehampton è un luogo di villeggiatura sulla Manica, oscurato dalla vicina presenza della più nota Worthing. Fuori dalle principali rotte turistiche, in tanti anni che ci sono andato, non vi ho trovato altri italiani che quei pochi che vennero una volta con me. Transitavano stranieri e studenti come me, iscritti a corsi estivi di varie scuole, ma erano tutti svedesi e norvegesi. Ciò significa che avevo solo la lingua inglese con cui comunicare e che non ascoltavo che inglese in casa e fuori. South Terrace, la via in cui abitavo al numero 39, era lunghissima, di fronte al mare, o per meglio dire, di fronte a una striscia erbosa altrettanto lunga e larga il doppio di un campo di calcio, delimitata sull’altro lato da un argine di due metri circa, sopra il quale correva il lungomare vero e proprio, la promenade. Da lassù si scendeva in spiaggia per mezzo di scalette disposte a intervalli. Quando non accompagnavo Mummy Jo in qualche commissione, trascorrevo le mattine di tempo buono in spiaggia a leggere e le concludevo al Butlin’s Park, una specie di Paese delle Meraviglie dov’era condensata la più esaustiva collezione di giostre, baracconi e macchine mangiasoldi che abbia mai visto.

La mia iniziazione da fanciullo a giovane uomo avvenne a Littlehampton. La mia adolescenza si è svolta lassù tra i quindici e i diciannove anni. In Italia frequentavo una delle scuole più impegnative d’Italia, il ginnasio e liceo Parini di Milano, lo studio a casa era massacrante e le mie serate erano dedicate agli allenamenti. Il sabato sera per tutto l’inverno avevo le gare di nuoto. Svaghi e compagnie di coetanei erano dunque circoscritti alle vacanze estive, sempre monche perché non ci fu anno senza che sostenessi esami di riparazione a settembre. Sono stato rimandato, in anni diversi, in tutte le materia. Compresa ginnastica. Ma le mie vacanze, le trascorrevo a Littlehampton, in una casa che era diventata casa mia, presso una signora che era diventata una mamma, due amici che erano due fratelli, una zia adottata che era diventata anche zia mia. La mia adolescenza, quella vera, quella delle prime bevute, le prime sigarette, i filarini, le trasgressioni innocenti, le grandi confidenze e le passioni struggenti, quella adolescenza pensava in inglese e parlava inglese.
Nei tardi pomeriggi del 1961 raggiungevo a piedi l’abitazione di Carol e mi beavo per un’ora o due delle sue convulse moine, dandole sicuramente l’impressione di essere un ritardato per la mia scarsa reattività ai suoi discorsi e alle sue domande. Si passeggiava, ci si sedeva sull’argine con i piedi a penzoloni, lei mi guarda sempre di sottecchi attraverso i capelli, mi sorrideva con una ciocca di capelli tra le labbra, mentre se li masticava, mi scoccava domande velocissime e mi faceva una gran compagnia. Io dal canto mio la fissavo spesso, soprattutto per cercare di interpretare le sue frasi osservandole il movimento della bocca, impresa vana. Aveva un viso perfetto, incantevole, l’avrei ritrovato anni dopo al cinema in quello di Candice Bergen di Conoscenza carnale. Ed ebbe con me una pazienza da missionaria da molti punti di vista. L’impossibilità di dare significato alle sue repentine scariche verbali mi spinse a salire a un superiore livello interpretativo del linguaggio e supplire con un contemporaneo esame di tutta la sua mimica e del tono ogni volta che mi parlava. Dovevo ascoltarla insomma non solo con le orecchie, ma con il cuore. È un esercizio che non avrei mai più abbandonato. (Da traduttore, oltre che con le orecchie, ho sempre letto con il cuore.)
Ho notato, con gli anni, che ciascuno di noi conserva buona memoria delle proprie gaffe e brutte figure e cerco di trovare consolazione nella consapevolezza che le vittime e i testimoni delle nostre «toppate» ne perdono quasi subito traccia.
Ricordo con precisione la piazzetta ombreggiata dalle querce dove, durante una delle nostre passeggiate, Carol si lanciò contemporaneamente in uno dei suoi reiterati tentativi di attirarmi su un piano di relazione più intimo e in uno sforzo di mostrarsi quattordicenne matura ed emancipata. Per la sua duplice strategia scelse una barzelletta piccante. Funzionava più o meno così: un tizio cerca una stazione alla radio e passa velocemente da un programma all’altro cogliendo di ciascuno solo uno stralcio brevissimo. La successione è la seguente: una canzone d’amore, un incontro di pugilato, una partita di tennis, uno sceneggiato radiofonico. E la serie che viene a comporsi è: «Darling, I love you» «Now they are on the floor» «In out in out in out» «And after nine months a little boy was born».
Non mi fu d’aiuto la sua recitazione ansimante e ovattata dai capelli, ma la verità è che la mia stentata comprensione dell’inglese mi negò la capacità di sintesi e mentre stavo ancora compitando mentalmente le singole parole, lei aveva accantonato l’argomento più imbarazzata che spazientita. «You didn’t like it», disse. «Oh, well, it wasn’t that good.»
L’incidente rimase però sospeso tra di noi per il resto del pomeriggio come una proposta di matrimonio rifiutata, e fu solo a sera, dopo averci a lungo ragionato, che ricostruii il senso della storiella. Sentendomi un perfetto idiota. Per questo non me lo posso più dimenticare.
Questo episodio per me un po’ commovente per il suo infantile  candore mi serve da esempio per spiegare che cosa intendo per ascolto analitico e ascolto sintetico. Finché la percezione dell’espressione verbale muove solo meccanismi mentali analitici c’è il rischio  di non cogliere il senso totale di ciò che è stato detto. Il pensiero analitico si sviluppa necessariamente secondo schemi logici, mentre in quello sintetico interviene in modo decisivo la componente analogica, ampliando il senso intrinseco del testo (parlato o scritto) per inglobare in esso un gran numero di risonanze associative. Se non possiamo fare a meno di reagire emotivamente alla musica è proprio perché, nell’ascoltare una nota,  il nostro orecchio ne percepisce anche numerose armoniche, le quali a loro volta si legano alle armoniche delle note seguenti occupando tutto lo spazio uditivo circostante il tema melodico come un paesaggio  avvolge un fiume. Se guardiamo il fiume con un potente binocolo, ne potremo giudicare le caratteristiche specifiche come velocità e grado di limpidezza dell’acqua, presenza di rapide e gorghi, affioramento di sassi o rocce; ma solo spaziando con lo sguardo ne apprezzeremo la portata, le anse, i giochi cromatici, l’influenza estetica e anche economica sulle campagne circostanti.
Se non esistesse la componente analogica nell’espressione verbale, non esisterebbero le barzellette. Né belle, né scadenti.
Il limite che ci si oppone con una lingua di cui non abbiamo padronanza è analogo all’angolo entro cui ci obbliga il binocolo. Per decifrare la frase dobbiamo concentrarci sulle parole, la grammatica e la sintassi, e troppo spesso ciò che ne ricaviamo è solo il suo significato immanente, diciamo unidimensionale, mentre la lingua, come il suono, esprime i suoi concetti in maniera pluridimensionale, non solo nello spazio e nel tempo, ma persino nella coscienza e nell’inconscio, cioè là dove la nostra percezione è sensibile agli impliciti della lingua madre e stenta pertanto a reagire a quelli di una lingua straniera. Concorrono nell’esposizione di un concetto oltre ai legami fisici tra le parole anche la scelta dei singoli vocaboli con tutto il loro peso filologico, onomatopeico ed estetico, la costruzione con la sua altalena di enfasi, le associazioni, le allusioni, le insinuazioni, le provocazioni che ne rivestono e arricchiscono la stesura sic et simpliciter. Nel periodo precedente ho utilizzato volutamente una costruzione particolare, iniziando con la forma verbale «concorrono» perché il lettore leggesse tutto il brano avendo subito come punto di riferimento fondamentale l’immagine di un affollarsi e sovrapporsi.

Per tornare alla musica e all’amico Renzo, la frase va letta nel suo insieme, non parola per parola, come il rigo musicale non va visto nota per nota. Ma perché ciò avvenga è necessario essere sorretti dalla percezione di quella che Umberto Eco chiamerebbe la «sceneggiatura», il contesto. Quello del romanzo o racconto in cui la frase è inserita, senz’altro sì, ma non solo. Perché nel suo aspetto formale la lingua rimanda in continuazione a un contesto più ampio, fuori della copertina, rimanda cioè a quella Sceneggiatura con la S maiuscola che si compone della storia, la psicologia, la struttura sociale del popolo che in quella lingua si esprime. Come dire che Renzo non solo sente la melodia mentre legge le note, ma la rapporta istintivamente alla musica che conosce e che è alla base della sua formazione, da Mozart ai 99 Posse.
Come dire che pensando all’Arno, non viene in mente solo un serpente di acque poco chiare, ma riaffiorano subito Firenze e Pisa, e i loro ponti e balconi, e poi chiese, monumenti, statue, guelfi e ghibellini, repubblica marinara e signoria, Lorenzo, Caterina, la cucina francese (Caterina portò l’arte culinaria in Francia), l’anatra a l’orange. Senti dire «Arno» e magari pensi: «Un Corton de Renardes 1998, s’il vouz plais». Si sposa con il canard.
Ma quali associazioni inglesi avrebbe potuto estrarre dal mio bagaglio culturale la storiella di Carol, quando le mie valigie erano piene di italianità?
Il mio fu un faticoso rinascere, del resto in un’età propizia perché assegnata da sempre a una delle metamorfosi cardine nell’esistenza di un individuo, in una realtà molto diversa da quella che conoscevo. La lingua, che è il  cemento principale di una società, ne è anche il riflesso insistente e onnipresente. Io intraprendevo quell’estate un percorso inverso a quello naturale, partivo da una scarsa conoscenza dell’inglese per calarmi nell’inglesità e avrei dovuto scendere in essa come un palombaro fino a toccare il fondo. Solo allora avrei potuto darmi la spinta con cui riemergere in superficie… avendo imparato a nuotare nell’inglese come sapevo nuotare nell’acqua.
Per riuscirci, dovevo abbandonarmi, lasciarmi andare, come quando si impara a nuotare, appunto, o ad andare in bicicletta, o a fare l’amore. Presenza di spirito e abbandono, mi ci volevano, la passione dell’esploratore, che viaggia vigile e curiosa e archivia in continuazione, ma tiene mente e cuore sempre aperti a qualsiasi sorpresa, sempre pronti ad accogliere tutto e di tutto.
Non lo feci consapevolmente. Ma stavo bene, circondato da persone che mi volevano bene, e forse anche grazie all’impulso naturale in un quasi quindicenne a farsi accettare, ad appartenere, buttai fuori tutto il mio fiato italiano e cominciai a scendere verso il fondo. Quando vi avessi posato finalmente i piedi, mi sarei spinto fuori e la prima boccata sarebbe stata di aria inglese.
E venne il mattino in cui mi svegliai sulla scia di un sogno e nel rendermi conto di averlo concepito in inglese mi accorsi che anche cercando di ricostruirlo, come accade di fare quando si ricorda qualcosa di ciò che si è sognato, stavo riflettendo in inglese.
Linguisticamente ero stato adottato.

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