Incipit no more (hit the road Jack)

1965 englishmant.d. 1965

 

All you need is love
The Beatles 1967

Quattro anni di immersioni nelle acque gelide e grigie della Manica. Ma ormai sapevo nuotare. Quattro anni durante i quali tutta la mia vita si concentrava in sei travolgenti settimane britanniche, intervallate da dieci mesi e mezzo di frigida routine scolastica e sportiva in Italia.
Mummy Jo era pittrice ritrattista e questa attività insolita le apriva le porte del jet set, sia per motivi professionali, visto che solo i benestanti potevano permettersi il lusso di commissionare ritratti di sé e dei propri figli, sia per la vanità di chi si compiaceva di esibire in pubblico «l’amica artista». Io partecipavo alla sua vita, quella domestica, quella professionale, quella sociale. Così si sviluppavano per me estati intense e multiformi, tra le partite a ramino con Mummy Jo e Aunty Doris, le passeggiate, i cinema e i pomeriggi in spiaggia con Carol, le visite alle sontuose residenze dei clienti della pittrice immerse in parchi di alberi secolari, gli aperitivi sulla terrazza del Beach Hotel, le partite di tennis con i figli di Jo, le settimane da sguattero alla Cafeteria, le regate (a fare da zavorra) davanti alla foce dell’Arun, le serate al country club, dove sfogavo l’esuberanza della mia età in sfiancanti sessioni di twist o a cazzeggiare con i coetanei sulle fini dune di West Beach, o a seguire l’amico Peter e la sua band nei borghi della regione dove andava ad esibirsi con un repertorio di hit statunitensi e un paio di pezzi di un emergente gruppo inglese di Liverpool che aveva scalato le classifiche.
Parlavo, cantavo, sognavo, pensavo in inglese. Guardavo, ascoltavo, dormivo, ridevo, camminavo, saltavo, mi sedevo e mi alzavo in inglese. Piangevo, imprecavo, desideravo, rifiutavo, amavo in inglese. La prima volta che accompagnai Mummy Jo a prendere Brett e Rohan alla loro boarding school all’inizio delle vacanze estive, ci fermammo a pranzo nel bungalow di certi loro lontani parenti che abitavano lungo il tragitto e conobbi Jane, vagamente definita cugina: capelli crespi, occhi celesti, di poco più giovane di me, riservata quel tanto da incuriosirti, arrossiva ogni volta che la guardavo.
Avevo trovato la bionda.
Mi capitò di rivedere un paio di volte Jane al suo bungalow, prima  che venisse a trascorre qualche giorno ospite a casa nostra. Carol, il cui intuito femminile sopravanzava il mio di alcune ere geologiche, subodorò subito il pericolo, cosicché trascorremmo quelle giornate sempre in tre perché non voleva che restassi solo con la bionda, nemmeno sul campo da tennis. Fu lì che scoprii, grazie alla gonnellina bianca, che quando arrossiva in viso, Jane  arrossiva dappertutto. Quando sbagliava un colpo se ne faceva cruccio e le cosce le diventavano paonazze come per una scottatura.
Cominciò una storia d’amore che dopo tante vicissitudini sfocerà in un matrimonio e una figlia.
Dopo un paio di anni venivo scambiato regolarmente per inglese da chi non mi conosceva e calcolare quanto tempo passava prima che il mio occasionale interlocutore sospettasse che fossi straniero, prendendomi quasi sempre per norvegese, era diventato un gioco tra gli amici. Il mio amore adolescenziale mi aveva insegnato a provare sentimenti in inglese, accoglierli ed esprimerli in inglese. I pomeriggi a bere tè chiaro nelle ville del Surrey e le sere a bere Pimm’s al country club mi avevano fatto essere inglese con l’alta borghesia britannica, le serate a bere birra nelle dancing hall di provincia al seguito Peter mi avevano fatto essere inglese con la piccola borghesia britannica,  le pause delle giornate da sguattero  a bere tè più scuro di un caffellatte con i camerieri e i cucinieri alla tavola calda del Sussex mi avevano fatto essere inglese con la classe lavoratrice britannica. Mi fidavo a tal punto della mia padronanza dell’inglesità che quando, mentre sparecchiavo un tavolo, un omino mi si avvicinò e mi mormorò all’orecchio con un’aria tra il timoroso e il furtivo qualcosa che non capii, lo spedii senz’altro al cesso. Qualche istante dopo, vedendolo riemergere disorientato, decifrai in ritardo la sua domanda e corsi a nascondermi. Mi aveva chiesto: «May I have a Worthington [una marca di birra], please?»
Fu forse quella la mia prima, colossale cantonata da traduttore, ma senza dubbio a diciotto anni non immaginavo che quella sarebbe stata la mia professione per cinquant’anni. E invece…
Dopo esserci lasciati e ritrovati in giro per l’Europa, l’amore fanciullo riprese vita, ormai maturo, qualche anno dopo. Nell’autunno del 1969 Jane mi telefonò dal Sussex per informarmi che aveva trovato lavoro alla Berlitz e che si sarebbe trasferita a Milano qualche giorno dopo con il proposito di vivere con me. Io abitavo ancora con i miei e studiavo all’università. Avrei dovuto trovare un’attività lavorativa per mettere su casa e non sapevo fare niente. L’unica mia competenza speciale era l’inglese. Conoscevo Lisa Morpurgo, nota astrologa madre di un mio ex compagno di classe, che all’epoca era direttrice editoriale alla Longanesi. Andai da lei e le chiesi di mettermi alla prova come traduttore.n novembre consegnai alla Longanesi il testo della mia prima traduzione, Metti una bionda nel motore, (Ring Around the Rogue), di J.M.Flynn. Dopo d’allora avrei proseguito traducendo oltre cinquecento titoli.
Ero diventato traduttore per amore. Credo di poter dire in sincerità: traduttore a mia insaputa.

And in the end, the love you take is equal to the love you make
The Beatles 1969

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