tiddi

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creature (finale)

Come credo sia naturale, quando ho saputo di essere malato ho letto varie testimonianze che altri sfortunati hanno affidato al web e ho notato che spesso il cancro viene definito con termini quali “intruso” o “alieno” o “ospite indesiderato”. La tendenza, mi sembra, è di considerare quei grumi di cellule traviate come corpi estranei. Io non la vedo così.
Ho parlato di “creature” raccontando del mio incontro con questo morbo proprio perché il cancro è cosa nostra, nasce da noi, prodotto da noi, è una nostra creatura, non meno di quanto siamo creature noi stessi.
A differenza di quasi tutte le malattie non ci arriva da fuori. Il cancro è una di quelle che si sviluppa nell’organismo dall’organismo stesso. È l’aspetto che trovo più orribile ed è tanto vero, che per liberarsene bisogna sacrificare un pezzo di sé.
Eppure è un fenomeno ordinario, ne sono vulnerabili tutti gli organismi, anche quelli societari. Aderisco a quel filone dell’antropologia culturale che riconosce nelle strutture delle società umane una replica del modo in cui è organizzato il corpo umano. Come avviene dentro di noi, anche nelle nostre comunità un cellula che pure ne è parte integrante può degenerare mettendo in pericolo l’intera struttura. La storia ci ha offerto e ci offre una messe di esempi, basti ricordare la Germania, la Spagna, l’Italia e la Russia dei primi decenni del ventesimo secolo, gli USA contemporanei. L’alterazione fatale colpisce indifferentemente organismi grandi come le nazioni, ma anche più piccoli, per esempio un partito politico come il Partito Democratico italiano.
In tutti i casi nasce dentro di noi, non ci è stata inoculata dagli omini verdi.

Credo che non scriverò altro su questa disgraziata esperienza. Ci sono in rete altri racconti su questo tema infelice, brillanti, esaurienti, commoventi, alcuni purtroppo tragici. Auguro a tutti di non doverci passare e aggiungo un pensiero per i familiari che assistono i malati di tumore in uno stato di angoscia costante e spietata. Se alcuni malati riescono ad affidarsi a serena rassegnazione, fatalismo o fede, coloro che a loro sono variamente affezionati non hanno salvagente, patiscono la loro impotenza di spettatori inermi e la loro sofferenza è corrosiva e priva di argini. L’ho visto con questi occhi. Anche a voi vada tutta la mia comprensione e solidarietà.

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creature (secondo tempo)

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Il giorno 2 febbraio 2016 mi hanno messo in mano una busta. Dentro c’era scritto:
adenocarcinoma gastrico diffusamente ulcerato. Ho sentito il mio orologio interiore che lentamente si arrestava come una vecchia locomotiva che si ferma in stazione. Poi si è spanto il silenzio. Dentro.
Il giorno 8 febbraio, terminata l’ecografia, il medico ha detto: “Fegato illeso”. Sono andato a sedermi su un guscio di plastica in una piccola derivazione di un gelido corridoio sotterraneo, ho preso per mano mia moglie e sono scoppiato a piangere. Forse ce l’avrei fatta.

Le terapie si sviluppano in settimane di sale d’attesa, mentre il corpo si fiacca progressivamente, ed è tra queste ali di umanità che si manifesta la prima, straordinaria sorpresa. Quando entri la prima volta, titubante e inesperto, una schiera di facce si gira a guardarti con un’espressione che non puoi capire al volo perché ti è ancora ignota. Quando sarai alla seconda settimana guarderai anche tu un nuovo arrivato con quella medesima espressione. È comprensione. Solidarietà. È affetto.
Ogni giorno mille italiani scoprono di avere un cancro. Fanno un milione ogni tre anni. Le sale d’aspetto di oncologia sono sempre affollate, ognuna costituisce istintivamente una rete terapeutica di protezione in cui precipiti al primo ingresso credendo di schiantarti, mentre al contrario vieni accolto e sostenuto. Ed entri a farne parte.
Già il secondo giorno gli sguardi di compassione diventano sorrisi e sono sorrisi speciali. Te li senti entrare nel corpo come sonde amiche, andare a caccia del tuo male per neutralizzarlo, senti che il tuo corpo indebolito dalla malattia si carica giorno dopo giorno di una forza diversa, che non è più fisica ma non è meno efficace. Ogni volta che entri in sala d’aspetto vieni investito da quell’onda di energia e impari velocemente a sintonizzarti con gli altri malati  per ritrasmetterla a tua volta.
A un tratto la tua malattia non è più tua, è nostra, lo smarrimento che ti aveva preso sentendoti diverso, escluso, isolato, perché hai il cancro, viene improvvisamente travolto dal calore e l’impegno dei tuoi mille simili, un cameratismo analogo a quello dei commilitoni in guerra.
So bene quanto questo impeto collettivo ha contribuito alla mia guarigione, anche se non me lo so spiegare. Ancora adesso e per sempre conserverò la gratitudine che ho accumulato verso i miei compagni di viaggio in quei giorni di sofferenza assieme allo  stupore e la commozione per questa inattesa esperienza nelle sale d’attesa di oncologia.

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creature

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Il cancro è sempre neonato e come neonato è sempre vorace. Smette di essere neonato quando finisce di moltiplicarsi, cioè quando di te non resta più nulla e c’è solo lui.
Se inietti zucchero nel sangue, lo zucchero finisce prevalentemente da lui, perché è famelico. Si concentra anche in reni e vescica, ma sono organi riconoscibili e puoi ignorarli. Non ignori invece quella luminosa lampadina che si accende dove non dovrebbe, in questo caso quella forma triangolare all’imbocco dello stomaco che ho evidenziato con un rettagolino. Vien da pensare al cuore luminoso di E.T., ma non è un cuore, è un parassita, una brutta creatura.

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quelli con la bottiglia

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                                     imer guala 1966

Nella variegata moltitudine che popola i grandi ospedali si aggirano individui speciali che passano inosservati perché la loro particolarità è di poco conto: si accompagnano a una bottiglia.
Sono bottigliette d’acqua, quelle da mezzo litro, minerale naturale, bottigliette bianche, verdi, azzurre. Si tengono in mano, spuntano dalle tasche, escono dalle borse quando il portatore o la portatrice si siede.
Nelle mie visite, a volte lunghe al capezzale di un parente, non mi ero mai accorto che esistessero. Adesso quando attraverso l’ospedale li cerco istintivamente con gli occhi, quelli della bottiglia.
Sono quelli che hanno dentro la bestia. Nel corpo, non nella bottiglia.
Adesso che attraverso l’ospedale con la mia bottiglietta li riconosco e mi riconosco.
Anch’io quando mi siedo mi metto a contemplare la mia vita riflessa sulla schermo convesso della mia bottiglia di plastica.

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Alessandra Calanchi e i marziani

alieni

 

C’è poco da dire, molto meglio leggere. Illuminante come il firmamento in febbraio in una notte di mente limpida.

http://www.ibs.it/code/9788898615759/calanchi-alessandra/alieni-a-stelle-e.html=?4620

 

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i greci e le tasse

agorà2015

Stefanì ha utilizzato la norma in aiuto di chi ha contratto debiti che non può saldare per via della crisi e ha ottenuto una sospensione del pagamento delle rate di un muto e congelamento di interessi passivi e more. Sono arrivati i documenti che doveva consegnare in banca e in mancanza di mezzi propri si accingeva a una complicata trasferta con una serie di bus da Pyrgadikia a Salonicco e alla banca. E ritorno.
Così le abbiamo offerto un passaggio e siamo andati a farci un giro in centro dove non mettevamo piede da tanti anni.
Abbiamo fatto un giro a mezza mattina di un giorno feriale in un centro cittadino pieno come un uovo di gente in giro a fare compere – non turisti stranieri perché la stagione è agli sgoccioli – e pochissimi negozi chiusi nel pieno di una catastrofica e umiliante crisi economica imposta da quei cerberi di tedeschi.
E siccome Stefanì e sua sorella gestiscono una taverna dove andiamo ogni tanto a cena, è andata a finire che ci hanno offerto un pranzo.
Questo è un paese di agricoltori e pastori e questa forma di rapporto commerciale è sopravvissuto attraverso i secoli. Nelle campagne è normale andare dall’avvocato con i polli con cui pagargli la consulenza. O fare servizio di taxi in cambio di una cena.
Io non sono un economista, ma mi sembra ovvio che se la transazione avviene brevi manu, se a oggetto o prestazione si corrisponde prestazione o oggetto senza passaggio di moneta, la Stato non ha appigli per applicare una gabella e incassare soldi con cui far funzionare i servizi. Non solo la crisi economica ha intensificato il fenomeno, ma è comprensibile che nell’era moderna una tradizione così fortemente radicata si sia trasformata in un tessuto esteso di economia sommersa, di “nero”, che sfugge a qualsiasi tentativo di controllo e prelievo fiscale.
Appena passato il primo pacchetto di misure correttive volute dall’Europa, Tsipras si è ovviamente dimesso e in vista delle elezioni di domani i sondaggi hanno subito indicato una repentina risalita di Nea Democratia, il partito che come e peggio del sedicente socialista Pasok, ha protetto gli evasori cronici ed è riuscito a far fallire il primo programma di aiuto dell’EU facendo pagare i suoi debiti alle classi meno abbienti senza prelevare un centesimo ad armatori e imprenditori, bottegai e liberi professionisti.
Non è strano. Le mie conversazioni su temi fiscali mi hanno sempre costretto a battere in ritirata di fronte a interlocutori che inorridiscono quando dico che lo Stato non può mantenersi con fondi presi in prestito da altri Stati senza che i greci contribuiscano a sostenerlo. Pretendere che un greco paghi le tasse è un insulto e si spera che un governo di destra riesca per la seconda volta a inventarsi bizantinismi con cui evitare questa “umiliazione”.
Perché sfrondando dalla demagogia le tante descrizioni della crisi greca che si rimbalzano nei media e girando quasi dovendo sgomitare per il centro di Salonicco, con i negozi pieni, i bar pieni, i ristorantini pieni, gli autobus pieni, l’unica vera umiliazione che Germania e Europa cercano di infliggere alla Grecia e di far pagare le tasse ai greci.
Io temo che sia impossibile, ma temo anche che i miei quasi fratelli (così li sento) non si siano resi conto che l’Ue e soprattutto la Germania non permetteranno loro di scantonare una seconda volta. E la Grecia non uscirà dall’euro per un periodo di purificazione, perché appena non dovrà più rispondere a terzi del suo comportamento, tornerà al baratto e resterà fuori per sempre.

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ho comprato una padella in Grecia

t5sipras-660L’altro giorno ho comprato una padella antiaderente in ceramica in un piccolo Carrefour greco. (Anche Carrefour è una storia greca…).
L’ho comprata per la cucina della casa che quindici anni fa con grande fatica ho costruito in Grecia.
Avevo un fraterno amico a organizzare i lavori di costruzione e ricordo ancora i mille viaggi che facevo in tutte le stagioni con la mia asmatica Alfa 33 4×4 per cercare di seguire i lavori come meglio potevo per coordinare le mie richieste con quel che capacità tecniche – molto primitive – e fondi disponibili ci mettevano a disposizione. E lentamente, anno dopo anno, la casa greca venne su. Venne su con cemento greco, mattoni greci, tegole greche, manodopera greca. E quando arrivai quell’anno sul finire dell’inverno e a poche centinaia di metri dal campo dove costruivo vidi spuntare un comignolo da sopra gli alberi, prima mi disperai pensando che qualcuno avesse costruito una casa addosso alla mia, poi, svoltando nel campo da dietro gli alberi, piansi vedendo i muri e il tetto del mio sogno realizzato. Era il mio comignolo.
Poi oltre i muri venne tutto il resto. Serramenti con legni svedesi. Impianto elettrico con cavi tedeschi, impianto idraulico con materiali tedeschi e italiani, pompe italiane, caldaia italiana, piastrelle e sanitari italiani.
Ma anche i muri in fondo non sono del tutto greci. Io sono in una zona sismica. In una scala da 1 a 10, secondo i criteri greci, qui siamo a 9. Dunque il mio cemento è pieno di tondino, che se provi a fare un buco con il trapano hai il 70% di probabilità di incontrare ferro e allora ciccia, la punta non va dentro.
Ferro di siderurgia italiana.
Non ho mai pensato di controllare cosa c’è scritto sui secchi di vernice bianca per esterni e interni, ma ho un timore…
Ho comprato una padella antiaderente per la cucina della mia casa quasigreca e ho letto le istruzioni in inglese sul cartone della confezione (c’erano anche in greco, ma quello lo mastico, l’inglese lo so meglio dell’italiano). Così ho visto cosa c’era scritto sotto: Made in Turkey.
Se vedo meglio, con gli occhiali adatti, capisco che il brevetto è tedesco, ma la fabbrica è turca. Su licenza? Quel bel fenomeno della delocalizzazione? Ma la Germania è in ogni caso per metà turca.
Mica sarà per questo che ce l’ha a morte con la Grecia… Sai com’è, a pensar male si fa peccato, però…
Qui in Grecia non riescono nemmeno a fare padelle su licenza. Ma come fa un paese totalmente privo di manifattura, un paese di solo terziario fiscalmente incontrollabile, con un’agricoltura e una pastorizia di tipo medievale, a sperare in una ripresa economica sulla base di principi puramente logaritmici, completamente avulsi dalla realtà dell’economia reale?
Stasera mi son fatto uno sfugato, frittata greca con cipolla, patate, erbe, uova.
In una padella comprata in Grecia in un Carrefour in franchising francese e prodotta in Turchia.
Le Grecia è quella che sento respirare sotto i piedi quando esco di casa e cammino e quella che cantano gli uccelli e quella che fruscia nelle fronde della macchia mediterranea.
La Grecia nostra madre che l’Europa vuole sgozzare perché non fa padelle con cui si ingozzano i figli obesi dell’Occidente.

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