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Incipit number two

Louvre - photo Marie-Lan Nguyen 2009

Louvre – photo Marie-Lan Nguyen 2009

 

La propria lingua, quella in cui si nasce e cresce, la chiamiamo lingua madre. È anche la lingua della mamma, la si sente parlare prima di venire al mondo, provoca vibrazioni nella placenta dal diaframma e stabilisce a quale tipo di musicalità linguistica ci conformeremo per istinto. Per questo negli USA ci sono gli Aerosmith e da noi c’è Nino D’Angelo.
Uno studio condotto da Christine Moon, Hugo Lagercrantz e Patrica K Kuhl nel 2012 su due gruppi di neonati americano e svedese ha determinato che l’individuo distingue i fonemi della lingua parlata dalla madre, e ascoltata nell’utero, da quelli di una lingua che non ha mai sentito.
La lingua madre si apprende con l’orecchio prima che con l’occhio, è composta da suoni, come una partitura. Il lemma “suono” ha nelle sue origini il vocabolo provenzale so che significava anche «melodia», dal greco melos, musica, la quale appunto si suona.
Sarà perché sono cresciuto  tra letterati e musicofili, ma per me lingua e musica sono realtà indistricabili. Per spiegarmi, e scagionami, chiedo aiuto a Joachim-Ernst Berendt.
Una somma di parole si trasforma in lingua quando i rapporti tra esse vengono disciplinati secondo uno schema normativo, una sintassi (sin = insieme e taxis = ordine).  Nella costruzione di una frase si utilizzano delle cerniere che articolano le parole: la radice ar- (armozo, in greco moderno vuol dire montare, lo trovi scritto sul foglietto che accompagna la brugola nel cartone dell’Ikea), è quella di harmonia, accordo, e arithmos, numero. E i numeri ci servono per «misurare», un termine che attraverso il latino ci arriva dal radicale me-, origine di vocaboli che si riferiscono sia a misura sia a tempo, tra cui il sanscrito matram, ciò che è misurabile (vedi “materia”), da cui l’italiano «metro».
I musicisti parlano sempre di «misure», perché è in misure che suddividono una frase musicale, che si sviluppa in una successione di momenti di tempo. La costruzione melodica si forma cioè in una struttura metrica. Ma matram, misura, e metro, hanno entrambi origine da metra, utero, da cui deriva anche mater, madre.
Lingua madre. Lingua misura. Madre misura. C’era qualche dubbio che Dio avesse creato la donna e non l’uomo?
Prima di nascere, ascoltando la mamma, ascoltiamo la misura che sarà quella su cui ci esprimeremo per la vita, quella che detterà i tempi delle nostre articolazioni verbali.
Ma la lingua è madre anche perché ci genera a livello antropologico. Una lingua è inscindibile dal complesso storico-sociale della gente che la usa, ci trasmette il nostro «modo» di essere. La lingua può ben essere madre «adottiva», come lascia intendere giustamente Frau Zorzenon quando sostiene che «di madrelingua si diventa e non si nasce». Sebbene questa affermazione sia forse troppo spregiudicata e non accettabile tout-court, è tuttavia vero che nessuno ci impedisce di cambiare famiglia e farci adottare da un’altra madre lingua diversa da quella parlata dalla nostra madre biologica.
Basti ascoltare la tennista brindisina Flavia Pennetta che ormai parla italiano con un percepibile accento spagnolo. Però italiano e spagnolo non sono più diversi tra loro che un caffè fatto con la moka da quello fatto con la  cuccumella napoletana (che, a proposito di adozioni, fu inventata da un francese). Se invece un italofono tenta di inglesizzarsi trasferendosi tra lingue che sono strutturalmente, e quindi antropologicamente, quasi contrapposte?
Qui la mia esperienza di vita rivela l’azzardo dell’affermazione di Zorzenon. Dei tantissimi esempi che potrei ricordare riporterò solo uno. A 19 anni andai a lavorare in Germania una prima volta e legai con Mario, un emigrato napoletano. Sapeva solo qualche parola di tedesco. Negli anni successivi, studiando tedesco ed elettrotecnica alle serali, ha fatto carriera, si è sposato e risposato, ora vive una agiata pensione a Monaco di Baviera. A distanza di 50 anni da allora parla correntemente il tedesco, ormai meglio dell’italiano. Ma se lo ascolti da lontano e di quel che dici cogli solo accento e cadenza, giureresti che sta parlando napoletano. Della sua lingua madre ha comunque avuto il sopravvento la struttura musicale. Flavia ha spagnolizzato l’italiano adottando lo spagnolo, Mario ha italianizzato il tedesco perché in realtà non ha adottato il tedesco. E questo avviene 90 volte su cento in chi si trasferisce all’estero. Cento volte su cento in chi impara un’altra lingua restando nel paese d’origine.
Si può adottare facilmente un’altra lingua, ma farsi adottare, cioè acquisire un’altra lingua madre diversa da quella naturale, è difficilissimo, quasi raro.
Il primo passo è nell’imitazione, come fanno i bambini.

Io avevo improvvisamente cominciato a capire e farmi capire in inglese perché ero entrato finalmente in sintonia con la metrica locale, ne percepivo e soprattutto imitavo le misure, insomma ero a Roma e mangiavo da romano; ma tra capire e sentire c’era un abisso, del quale ero ancora inconsapevole e per colmare il quale ci voleva la bionda. Prima però dovevo attraversare un’altra fase.
Se è vero che la stazione eretta ha concesso alla scimmia di avere le mani libere e che fu la collaborazione di mani e occhi a trasformarla in uomo, leggendo l’illuminante Il terzo orecchio di Joachim-Ernst Berendt, a cui ho fatto riferimento per molti degli etimi di cui sopra, si giunge a riconoscere la straordinaria importanza dell’udito. Immagino che in assenza di orecchie la lingua si sarebbe potuta evolvere lo stesso, l’avremmo chiamata «la scritta» (noto di aver usato il verbo chiamare), perché sarebbe esistita solo in quella forma, ma temo che ci saremmo estinti prima. Fatico a figurarmi il cacciatore primitivo che vede la tigre con i denti a sciabola piombare sulla sua donna e trovandosi lontano dalla grotta si stacca precipitosamente dal fianco il cellulare di quei tempi – una lastra di pietra – e vi scolpisce in fretta e furia la parola «Scappa» per mostrarla alla sventurata. Posto sempre che la tigre non avesse già usato lui come antipasto, visto che non l’avrebbe sentita avvicinarsi.
L’udito, guarda caso, è al contrario della vista un senso «femmina», perché ricettivo; lo sguardo infatti è spesso rappresentato con una serie di freccette, simbolo maschile. È sintomatico che l’avvento della cultura visiva coincida con il passaggio dal matriarcato al patriarcato e il nuovo Dio sia rappresentato da un triangolo con dentro un grande occhio. Altrettanto lo è il fatto che gli scienziati, che per necessità professionale devono avere del mondo una visione forse teleologica ma mai teologica, nel sintetizzare l’ipotesi oggi più accreditata dell’origine dell’universo abbiano adottato l’espressione «Big Bang», il grande fragore. (Intrigante l’intuizione di Pitagora secondo cui i movimenti dei pianeti del nostro sistema solare producono un “suono armonico” a noi impercettibile ma con noi assonante: come fosse il teorizzato residuo del Big Bang.)
L’orecchio è anche l’organo preposto alle misurazioni, ascolta i suoni interpretandoli in base alle frequenze e ne coglie il senso lungo un segmento temporale, si può avere un colpo d’occhio  di un’immagine, ma non un colpo d’orecchio di una frase, ci ricorda Joachim-Ernst Berendt. Cosicché l’occhio è spesso approssimativo, l’orecchio mai. Come l’uomo e la donna, appunto.
La stereoscopia ci permette di percepire la tridimensionalità dello spazio, ma l’orecchio fa di più giacché coglie spazio e tempo insieme. Torniamo ai «momenti di tempo», a quel me– che sta dentro a melodia. Ascoltando con gli occhi chiusi si ha preciso il senso dello spazio, lo porge l’orecchio. Se in esso si introducono prima un suono e poi un altro, si ha preciso il senso del tempo intercorso tra i due, l’intervallo… e qualcosa di più: la relazione tra i due suoni, perché il primo suono si arricchisce di un significato ulteriore in base al secondo e viceversa. Un suono è un suono, due suoni sono melodia, perché li unisce un momento di tempo. Una misura. È così sensibile il nostro orecchio alla componente temporale dell’udire che se ascoltiamo un brano musicale «sentiamo» fin dal principio dove si risolverà: i rapporti tra le singole frequenze ci informano sulla tonalità, quella che impropriamente chiamiamo «chiave», e anche se non la sappiamo riconoscere con il suo nome, non sappiamo se è un do, un mi, un si bemolle, ci aspettiamo che nell’ultimo accordo quella nota ricompaia, come una chiave, a chiudere la porta che ha aperto all’inizio. Se non c’è, la immaginiamo e creiamo mentalmente.
Credo che questa sensibilità sia conseguenza del fatto che l’udito è il primo dei nostri sensi, quello che ci fa ascoltare ancor prima di nascere. Joachim-Ernst Berendt ci fa notare che il feto se ne sta raggomitolato nel ventre materno… a forma di orecchio.
Da qui il discorso potrebbe scorrazzare (lat.: discurrere)  letteralmente all’infinito passando attraverso la pitagorica armonia delle sfere celesti, nelle numerose teorie di “accordi”  e “disaccordi” armonici tra uomo e universo, ma mi rassegno a rimanere nei confini della mia fugace esperienza terrena.

Il mio amico Renzo è musicista. Quando anni fa decisi di cimentarmi con la tromba, mi fece da compagno  con il suo clarinetto, straziando con me il vicinato. Non avevo difficoltà a suonare la tromba, ma non sapevo leggere la musica e Renzo cercò di insegnarmelo. Imparai grazie a lui a leggere le note, ma la pigrizia mi impedì di proseguire in quell’apprendimento senza il quale è impossibile suonare uno strumento a  fiato. E saper leggere uno spartito non basta. Al punto in cui ero arrivato io, capivo la musica scritta, ma non la sentivo.
Il mio amico Renzo non legge uno spartito, lui lo ascolta. Non vede le note, lui le sente guardandole e sente le misure, le relazioni tra le note.
La letteratura è fatta con le parole, come la musica con le note, e frasi e periodi si formano con i rapporti tra le parole, le relazioni, i momenti di tempo che le uniscono e separano. Diciamo periodo un complesso di frasi legate tra loro da diverse relazioni sintattiche e utilizziamo per la definizione un vocabolo che fa riferimento al tempo. Sono sempre stato convinto che per cogliere il senso profondo di un testo scritto, bisogna ascoltarlo. Con quale senso della misura? Quello che ci detta la lingua in cui è scritto. Ma quando non è la nostra lingua nativa e non sollecita il nostro orecchio, sensibile a un contesto melodico molto diverso, bisogna prima calarsi spirito e corpo nella cultura di cui quella lingua è espressione. Non adottare ma farsi adottare.

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Incipit number one

Grandi Viaggi

Ho cominciato a viaggiare da molto piccolo.
Nel 1952, compiuti sei anni a un mese dall’apertura delle scuole, fui iscritto all’istituto elementare di fianco a casa, in viale Mugello a Milano, e contemporaneamente cominciai a prendere lezioni private d’inglese da Miss Faa.
Miss Faa e sua madre Mrs Faa, che a me sembrava, quando la incrociavo, appena scesa da un dipinto dell’Ottocento per una tazza di tè, vivevano in via Elba e per arrivarci mamma e io attraversavamo la città prendendo due tram (due biglietti, all’epoca). Se ne andava via il pomeriggio intero.
Quando nel 1957 lasciammo l’abitazione in affitto di viale Mugello per trasferirci in quella di proprietà vicino a piazza Istria, il viaggio per le lezioni d’inglese non si abbreviò. Avrei smesso di compierlo ormai diciottenne nel 1964, dopo non aver praticamente saltato una sola delle mie settimanali conversazioni con Miss Faa per ben dodici anni.
Il viaggio era così lungo e la destinazione così aliena, che mi sembrava di recarmi all’estero. L’abitazione delle signore Faa, naturalmente un pianterreno con giardino, era il New England di Milano. Appena io e mio fratello entravamo, gli schiamazzi da marciapiede si sfibravano in bisbigli chiesastici, e tutta la lezione era uno scambio di mormorii in un silenzio profondo abbastanza da dar risalto a un voltar di pagina, tra i vetri colorati e i capolini di rose alle finestre.
Per questo, immagino, l’Inghilterra vera, quando ci arrivai, non mi colse troppo impreparato.
Partii da Milano nel luglio 1961, ancora quattordicenne, affidato, insieme con molti altri ragazzi tutti più grandi di me, all’organizzazione Grandi Viaggi, con una valigia e un foglietto  con il mio nome e la mia destinazione finale, con cui mi sarei fatto riconoscere da Miss Josephine Aveline, la signora presso la quale sarei stato ospite pagante.
Andò tutto storto. Partimmo in grave ritardo dalla Centrale di Milano, perdemmo le coincidenze internazionali, il nostro vagone fu ripetutamente staccato da un convoglio e agganciato a un altro, a Calais finimmo su non so quale binario morto e attraversammo come un branco di profughi un intero scalo ferroviario per recarci a piedi, con i nostri bagagli sulle spalle, alla dogana e al controllo passaporti. Prima di traversare la Manica eravamo già in ritardo di un giorno. A Dover restammo appiedati e dopo altre ore di attesa su una carrozza ferma, compimmo l’ultimo tratto di epopea giungendo a Londra dopo trentasei ore da quando il primo treno aveva lasciato la Stazione Centrale di Milano.
Il caos del nostro gruppo era ormai al colmo, i pochi adulti correvano trafelati su e giù per il marciapiede della stazione cercando di tenere insieme la loro nidiata e affidando di tanto in tanto i più fortunati a chi era venuto a prenderli in consegna.
Seduto sulla mia valigia accostata agli altri bagagli ammonticchiati, per un po’ osservai con una punta d’invidia quelli tra i miei compagni di viaggio che venivano accolti dagli emissari di qualche famiglia indigena e ripartivano per la loro vacanza britannica, poi mi alzai e intercettai uno degli accompagnatori.
«Io devo prendere un altro treno e ho già il biglietto», gli dissi. «Posso andare a vedere se ce n’è uno?»
Mentii quando promisi di tornare a informarlo, ma lui fu lieto di sbarazzarsi di me e mi autorizzò ad allontanarmi. Così andai a leggere sul tabellone dove e quando avrei potuto prendere un treno per Littlehampton, la località dov’ero diretto. Mi parve di trovarne uno che partiva di lì a non molto, fermai un ferroviere e gli chiesi conferma. Lui emise una serie di suoni dalla bocca senza aprire le labbra e io, che studiavo inglese da otto anni, non ebbi il coraggio di chiedergli di ripetere. O astutamente intuii che avrei riascoltato la stessa enigmatica sequenza. Mostrai il mio biglietto al controllore in testa al marciapiede e mi precipitai a bordo perché dal tabellone risultava che il convoglio era in partenza. I due signori con cui ebbi a dividere lo scompartimento furono tanto gentili da spiegarmi che ci sarebbe stato un ritardo. Di nuovo! Perché capissi dovettero reillustrarmi il problema una dozzina di volta.
Quando il treno finalmente partì, fu tale il mio sollievo e tanta era la stanchezza accumulata, che mi addormentai. Furono i miei due gentili signori a svegliarmi in tempo perché scendessi alla stazione intermedia dove dovevo prendere una coincidenza. Agguantata a stento a causa del  ritardo con cui il mio convoglio era partito dalla Waterloo.
A Littlehampton arrivai alle undici di sera, presentai in biglietteria il foglietto su cui c’erano il mio nome e quello della signora che mi doveva ospitare con indirizzo e numero di telefono, l’impiegato telefonò a Miss Aveline per annunciare la mia epifania e di lì a mezz’ora la mia signora venne a prendermi con un taxi.
Tanto travaglio si può spiegare, con il senno di poi, con una seconda venuta al mondo. Così fu, in effetti. O per meglio dire, in quel momento e con tanta fatica, veniva al mondo un mio gemello, la mia metà oscura, il mio fratello siamese anglofono che forse è alla base di quella schizofrenia che alcuni ritengono indispensabile per fare il traduttore.
Miss Josephine Aveline – Mummy Jo – era una donna bellissima, alta, capelli biondi, occhi celesti e tristi, come quelli di molte inglesi, fisico matronesco, lineamenti preziosi. A casa, dopo un tè, fui rapidamente insediato nella mia camera all’ultimo piano dove finalmente smaltire le fatiche di tanto viaggio in un sonno ristoratore. Convenevoli e racconti furono posticipati al mattino seguente.
Fu dunque solo l’indomani che precipitai nell’imprevisto incubo dell’alienazione.
Alla materna premura e tenerezza di Mummy Jo non corrispondeva niente di vocalmente intelligibile. Dalle sue dolci labbra sempre prive di rossetto uscivano geroglifici orali che, sopra una torre di triangolini di pane tostato e imburrato, si spargevano nell’aria della cucina come il sottofondo della risacca portato dal vento confondendosi, incomprensibili, nei profumi di uova e bacon. Mangiai moltissimo, quella mattina, così da avere sempre la bocca piena e non dover rispondere. Mangiai toast e uova e bacon e sgomento.
Otto anni di attraversamenti cittadini per la sessione settimanale con Miss Faa, otto anni di letture in inglese, otto anni di esercizi, otto anni di temi. E a quale prezzo, non solo per i miei genitori che pagavano le mie lezioni, ma anche mio. Finché avevo frequentato le elementari, le visite a Miss Faa erano un piacevole diversivo. Ma la scuola media aveva trasformato il gioco in incombenza e il ginnasio in tortura.  A tredici anni ero entrato nella Rari Nantes Milano e l’agonismo mi impegnava almeno tre volte alla settimana con allenamenti in piscina dalle sei alle nove di sera. Tra lo studio e il nuoto non avevo tempo per respirare e la gita da Miss Faa mi costava uno sforzo inumano. Tanto sacrificio si rivelava ora inutile. Tanto valeva che avessi studiato venusiano.
Prima che finissi di consumare quella colazione pantagruelica annuendo come un idiota ogni volta che Mummy Jo muoveva la bocca, venne a conoscermi Aunty Doris.
Aunty Doris non era né zia, né parente, era una inquilina dello stesso stabile, occupava il monolocale del pianterreno, viveva sola e frequentava Mummy Jo come una sorella. Uno gnomo di donnino, sotto i quaranta chili, bruna e brizzolata, occhi enormi tra ossi lucidi, rossetto in quantità industriale, una sigaretta sbavata di vermiglio o in bocca o tra due dita, voce ruvida e gutturale da fumatrice incallita. Per non dire dei suoi attacchi di tosse.
Quando le due donne cominciarono a parlarsi, avendo evidentemente me come argomento, il mio disorientamento iniziale si trasformò in angoscia. Non avrei saputo interpretare i loro scambi verbali più che i cinguettii degli uccelli in cortile. Pensai di aver sbagliato tutto, aver sbagliato nelle mie puntigliose frequentazione di casa Faa, sbagliato ad attraversare l’Europa con la presunzione di sfoderare sapienza anglosassone in casa loro. Non sapevo che cosa mi avesse insegnato Miss Faa per tanti anni, ma non era la lingua inglese, non poteva esserlo, non somigliava neppure lontanamente all’idioma astruso che usavano quelle due signore.
Avrei avuto conferma del mio sospetto appena messo piede fuor di casa. Attraversai il prato antistante e scesi in spiaggia, dove intercettai brani di conversazioni tra estranei, madri che parlavano con i propri figli piccoli, ragazzini che comperavano dolciumi e gelati al baracchino, altre signore che si scambiavano opinioni e pettegolezzi. Non capivo un tubo. Ero rovinato.
Il blocco delle comunicazioni durò una settimana. Una mattina mi svegliai, svolsi le mie attività preliminari come tutti i giorni precedenti, scesi in cucina, mi sedetti davanti a pane tostato, salsicce, cetrioli, uova e bacon, succo d’arancia e tè e organizzai la mia giornata con Mummy Jo come un qualsiasi figlio adolescente in vacanza fa con la propria madre. Capivo tutto al volo. Parlavo con proprietà. Formulavo alternative, modificavo proposte e ne rilanciavo di mie, concordavo orari e appuntamenti. Tutto in inglese. Credo che tremai tutto il giorno per l’emozione. Fu come se, a quel risveglio, là dove fino alla sera prima c’era un muro invalicabile si aprisse ora a vista d’occhio una prateria, ricca di uomini, animali, occasioni; mi sentivo come un naufrago che, stremato da una settimana di inutili bracciate nel mezzo dell’oceano, si ritrovava d’incanto al timone di una barca a vela con tanto di bussola, sestante, carte nautiche, radio, grammofono con i dischi di Elvis e birra ghiacciata in frigo. Mi mancava solo la bionda.
L’avrei trovata di lì a poche settimane.

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umberto eco tra homo communicans e animal signans

foto da Il Giorno, 20 febbraio 2016

 

Sull’Espresso del 9 aprile 2015 Umberto Eco rifletteva sull’uso compulsivo del cellulare in seguito a un incidente in cui era stato investito da una signora che camminava “incollata al suo telefonino”. In verità confessava di essersi deliberatamente fermato e voltato dall’altra parte per provocare la collisione. Bravo.
Con lo smartphone  la situazione è precipitata, perché ora camminano digitando. E guidano digitando…
Nel suo pezzo Eco ipotizzava che la sindrome da telefonino realizzi uno dei tre desideri che l’umanità ha da secoli perseguito con la magia ( il titolo è Il telefonino e la regina di Biancaneve), cioè poter volare battendo le braccia, eliminare il nemico recitando  formule magiche e infilzando bamboline e comunicare in un lampo a distanza. Quest’ultima magia sarebbe quella che si ottiene con il cellulare, il contatto istantaneo e senza intermediari con il resto del mondo.
Aveva forse ragione Umberto Eco a ritenere che l’uso maniacale del cellulare fosse originato da un anelito di comunicazione ed è anche un pensiero positivo. Mi sembra però che l’avvento dello smartphone abbia rilevato con maggior precisione quale sia l’istinto che ne diffonde l’uso compulsivo.
A differenza di tutte le altre specie l’animale uomo ha affidato l’evoluzione del proprio organismo alla sinergia cultura-tecnologia, un sistema molto più rapido e pratico che ne ha fatto la specie vincente. Questa tecnica evolutiva, protetica poiché si svolge al di fuori del corpo, ha realizzato a tutti gli effetti i primi due desideri indicati da Eco, con deltaplano e parapendio come minimo nel primo caso, e con i droni con cui polverizzare il nemico standosene comodamente seduti in ufficio nel secondo. Se è vero che il terzo desiderio è quello di comunicare istantaneamente con il mondo, allora lo smartphone assolve anche a questa funzione, ma io mi sento meno ottimista, non credo sia quella fondamentale, mi pare piuttosto un effetto collaterale.
Da quando lo smartphone ha saturato il mercato, per allettare gli utenti a continuare comprarne, i produttore puntano ormai sulla funzione fotografica, offrendone continue migliorie, perché dopo il cicaleccio l’attività prevalente è farsi ritratti. L’uso sfrenato degli scatti poco ha a che fare con la comunicazione e molto con l’inondare il mondo di immagini di se stessi. E l’unica comunicazione (il termine implicherebbe una forma di reciprocità) si limita a una collezione di “mi piace”.
Ricordando che l’uomo appartiene al regno animale è facile dedurre che nell’uso compulsivo dello smartphone sfoghi, tra i tanti che abbiamo demandato alla tecnologia,  un indelebile istinto primordiale, quello di diffondere la propria presenza nell’area più vasta possibile: marcare il territorio.
Cosa può appagare di più  che avere a disposizione un territorio sconfinato da marcare, spargersi nell’intero pianeta, incidere il proprio segno in ogni angolo di mondo?

Mi capitò di vedere Umberto Eco una volta, nei primi anni Settanta. Sedevo in una spaziosa sala della redazione di Bompiani e discutevo con il redattore il testo di una mia traduzione, guarda caso di antropologia culturale. Per problemi logistici ci trovavamo in un locale di passaggio, potrei dire di comunicazione, ed Eco entrò, compì lentamente un ampio giro e uscì da dove era arrivato. Non si accorse di noi, anche perché non saremmo dovuti essere lì. Passò con gli occhi incollati alle pagine di un libro che leggeva camminando adagio.

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creature (finale)

Come credo sia naturale, quando ho saputo di essere malato ho letto varie testimonianze che altri sfortunati hanno affidato al web e ho notato che spesso il cancro viene definito con termini quali “intruso” o “alieno” o “ospite indesiderato”. La tendenza, mi sembra, è di considerare quei grumi di cellule traviate come corpi estranei. Io non la vedo così.
Ho parlato di “creature” raccontando del mio incontro con questo morbo proprio perché il cancro è cosa nostra, nasce da noi, prodotto da noi, è una nostra creatura, non meno di quanto siamo creature noi stessi.
A differenza di quasi tutte le malattie non ci arriva da fuori. Il cancro è una di quelle che si sviluppa nell’organismo dall’organismo stesso. È l’aspetto che trovo più orribile ed è tanto vero, che per liberarsene bisogna sacrificare un pezzo di sé.
Eppure è un fenomeno ordinario, ne sono vulnerabili tutti gli organismi, anche quelli societari. Aderisco a quel filone dell’antropologia culturale che riconosce nelle strutture delle società umane una replica del modo in cui è organizzato il corpo umano. Come avviene dentro di noi, anche nelle nostre comunità un cellula che pure ne è parte integrante può degenerare mettendo in pericolo l’intera struttura. La storia ci ha offerto e ci offre una messe di esempi, basti ricordare la Germania, la Spagna, l’Italia e la Russia dei primi decenni del ventesimo secolo, gli USA contemporanei. L’alterazione fatale colpisce indifferentemente organismi grandi come le nazioni, ma anche più piccoli, per esempio un partito politico come il Partito Democratico italiano.
In tutti i casi nasce dentro di noi, non ci è stata inoculata dagli omini verdi.

Credo che non scriverò altro su questa disgraziata esperienza. Ci sono in rete altri racconti su questo tema infelice, brillanti, esaurienti, commoventi, alcuni purtroppo tragici. Auguro a tutti di non doverci passare e aggiungo un pensiero per i familiari che assistono i malati di tumore in uno stato di angoscia costante e spietata. Se alcuni malati riescono ad affidarsi a serena rassegnazione, fatalismo o fede, coloro che a loro sono variamente affezionati non hanno salvagente, patiscono la loro impotenza di spettatori inermi e la loro sofferenza è corrosiva e priva di argini. L’ho visto con questi occhi. Anche a voi vada tutta la mia comprensione e solidarietà.

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creature (secondo tempo)

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Il giorno 2 febbraio 2016 mi hanno messo in mano una busta. Dentro c’era scritto:
adenocarcinoma gastrico diffusamente ulcerato. Ho sentito il mio orologio interiore che lentamente si arrestava come una vecchia locomotiva che si ferma in stazione. Poi si è spanto il silenzio. Dentro.
Il giorno 8 febbraio, terminata l’ecografia, il medico ha detto: “Fegato illeso”. Sono andato a sedermi su un guscio di plastica in una piccola derivazione di un gelido corridoio sotterraneo, ho preso per mano mia moglie e sono scoppiato a piangere. Forse ce l’avrei fatta.

Le terapie si sviluppano in settimane di sale d’attesa, mentre il corpo si fiacca progressivamente, ed è tra queste ali di umanità che si manifesta la prima, straordinaria sorpresa. Quando entri la prima volta, titubante e inesperto, una schiera di facce si gira a guardarti con un’espressione che non puoi capire al volo perché ti è ancora ignota. Quando sarai alla seconda settimana guarderai anche tu un nuovo arrivato con quella medesima espressione. È comprensione. Solidarietà. È affetto.
Ogni giorno mille italiani scoprono di avere un cancro. Fanno un milione ogni tre anni. Le sale d’aspetto di oncologia sono sempre affollate, ognuna costituisce istintivamente una rete terapeutica di protezione in cui precipiti al primo ingresso credendo di schiantarti, mentre al contrario vieni accolto e sostenuto. Ed entri a farne parte.
Già il secondo giorno gli sguardi di compassione diventano sorrisi e sono sorrisi speciali. Te li senti entrare nel corpo come sonde amiche, andare a caccia del tuo male per neutralizzarlo, senti che il tuo corpo indebolito dalla malattia si carica giorno dopo giorno di una forza diversa, che non è più fisica ma non è meno efficace. Ogni volta che entri in sala d’aspetto vieni investito da quell’onda di energia e impari velocemente a sintonizzarti con gli altri malati  per ritrasmetterla a tua volta.
A un tratto la tua malattia non è più tua, è nostra, lo smarrimento che ti aveva preso sentendoti diverso, escluso, isolato, perché hai il cancro, viene improvvisamente travolto dal calore e l’impegno dei tuoi mille simili, un cameratismo analogo a quello dei commilitoni in guerra.
So bene quanto questo impeto collettivo ha contribuito alla mia guarigione, anche se non me lo so spiegare. Ancora adesso e per sempre conserverò la gratitudine che ho accumulato verso i miei compagni di viaggio in quei giorni di sofferenza assieme allo  stupore e la commozione per questa inattesa esperienza nelle sale d’attesa di oncologia.

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creature

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Il cancro è sempre neonato e come neonato è sempre vorace. Smette di essere neonato quando finisce di moltiplicarsi, cioè quando di te non resta più nulla e c’è solo lui.
Se inietti zucchero nel sangue, lo zucchero finisce prevalentemente da lui, perché è famelico. Si concentra anche in reni e vescica, ma sono organi riconoscibili e puoi ignorarli. Non ignori invece quella luminosa lampadina che si accende dove non dovrebbe, in questo caso quella forma triangolare all’imbocco dello stomaco che ho evidenziato con un rettagolino. Vien da pensare al cuore luminoso di E.T., ma non è un cuore, è un parassita, una brutta creatura.

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quelli con la bottiglia

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                                     imer guala 1966

Nella variegata moltitudine che popola i grandi ospedali si aggirano individui speciali che passano inosservati perché la loro particolarità è di poco conto: si accompagnano a una bottiglia.
Sono bottigliette d’acqua, quelle da mezzo litro, minerale naturale, bottigliette bianche, verdi, azzurre. Si tengono in mano, spuntano dalle tasche, escono dalle borse quando il portatore o la portatrice si siede.
Nelle mie visite, a volte lunghe al capezzale di un parente, non mi ero mai accorto che esistessero. Adesso quando attraverso l’ospedale li cerco istintivamente con gli occhi, quelli della bottiglia.
Sono quelli che hanno dentro la bestia. Nel corpo, non nella bottiglia.
Adesso che attraverso l’ospedale con la mia bottiglietta li riconosco e mi riconosco.
Anch’io quando mi siedo mi metto a contemplare la mia vita riflessa sulla schermo convesso della mia bottiglia di plastica.

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