Archivio per la categoria antropologia culturale

Incipit number two

Louvre - photo Marie-Lan Nguyen 2009

Louvre – photo Marie-Lan Nguyen 2009

 

La propria lingua, quella in cui si nasce e cresce, la chiamiamo lingua madre. È anche la lingua della mamma, la si sente parlare prima di venire al mondo, provoca vibrazioni nella placenta dal diaframma e stabilisce a quale tipo di musicalità linguistica ci conformeremo per istinto. Per questo negli USA ci sono gli Aerosmith e da noi c’è Nino D’Angelo.
Uno studio condotto da Christine Moon, Hugo Lagercrantz e Patrica K Kuhl nel 2012 su due gruppi di neonati americano e svedese ha determinato che l’individuo distingue i fonemi della lingua parlata dalla madre, e ascoltata nell’utero, da quelli di una lingua che non ha mai sentito.
La lingua madre si apprende con l’orecchio prima che con l’occhio, è composta da suoni, come una partitura. Il lemma “suono” ha nelle sue origini il vocabolo provenzale so che significava anche «melodia», dal greco melos, musica, la quale appunto si suona.
Sarà perché sono cresciuto  tra letterati e musicofili, ma per me lingua e musica sono realtà indistricabili. Per spiegarmi, e scagionami, chiedo aiuto a Joachim-Ernst Berendt.
Una somma di parole si trasforma in lingua quando i rapporti tra esse vengono disciplinati secondo uno schema normativo, una sintassi (sin = insieme e taxis = ordine).  Nella costruzione di una frase si utilizzano delle cerniere che articolano le parole: la radice ar- (armozo, in greco moderno vuol dire montare, lo trovi scritto sul foglietto che accompagna la brugola nel cartone dell’Ikea), è quella di harmonia, accordo, e arithmos, numero. E i numeri ci servono per «misurare», un termine che attraverso il latino ci arriva dal radicale me-, origine di vocaboli che si riferiscono sia a misura sia a tempo, tra cui il sanscrito matram, ciò che è misurabile (vedi “materia”), da cui l’italiano «metro».
I musicisti parlano sempre di «misure», perché è in misure che suddividono una frase musicale, che si sviluppa in una successione di momenti di tempo. La costruzione melodica si forma cioè in una struttura metrica. Ma matram, misura, e metro, hanno entrambi origine da metra, utero, da cui deriva anche mater, madre.
Lingua madre. Lingua misura. Madre misura. C’era qualche dubbio che Dio avesse creato la donna e non l’uomo?
Prima di nascere, ascoltando la mamma, ascoltiamo la misura che sarà quella su cui ci esprimeremo per la vita, quella che detterà i tempi delle nostre articolazioni verbali.
Ma la lingua è madre anche perché ci genera a livello antropologico. Una lingua è inscindibile dal complesso storico-sociale della gente che la usa, ci trasmette il nostro «modo» di essere. La lingua può ben essere madre «adottiva», come lascia intendere giustamente Frau Zorzenon quando sostiene che «di madrelingua si diventa e non si nasce». Sebbene questa affermazione sia forse troppo spregiudicata e non accettabile tout-court, è tuttavia vero che nessuno ci impedisce di cambiare famiglia e farci adottare da un’altra madre lingua diversa da quella parlata dalla nostra madre biologica.
Basti ascoltare la tennista brindisina Flavia Pennetta che ormai parla italiano con un percepibile accento spagnolo. Però italiano e spagnolo non sono più diversi tra loro che un caffè fatto con la moka da quello fatto con la  cuccumella napoletana (che, a proposito di adozioni, fu inventata da un francese). Se invece un italofono tenta di inglesizzarsi trasferendosi tra lingue che sono strutturalmente, e quindi antropologicamente, quasi contrapposte?
Qui la mia esperienza di vita rivela l’azzardo dell’affermazione di Zorzenon. Dei tantissimi esempi che potrei ricordare riporterò solo uno. A 19 anni andai a lavorare in Germania una prima volta e legai con Mario, un emigrato napoletano. Sapeva solo qualche parola di tedesco. Negli anni successivi, studiando tedesco ed elettrotecnica alle serali, ha fatto carriera, si è sposato e risposato, ora vive una agiata pensione a Monaco di Baviera. A distanza di 50 anni da allora parla correntemente il tedesco, ormai meglio dell’italiano. Ma se lo ascolti da lontano e di quel che dici cogli solo accento e cadenza, giureresti che sta parlando napoletano. Della sua lingua madre ha comunque avuto il sopravvento la struttura musicale. Flavia ha spagnolizzato l’italiano adottando lo spagnolo, Mario ha italianizzato il tedesco perché in realtà non ha adottato il tedesco. E questo avviene 90 volte su cento in chi si trasferisce all’estero. Cento volte su cento in chi impara un’altra lingua restando nel paese d’origine.
Si può adottare facilmente un’altra lingua, ma farsi adottare, cioè acquisire un’altra lingua madre diversa da quella naturale, è difficilissimo, quasi raro.
Il primo passo è nell’imitazione, come fanno i bambini.

Io avevo improvvisamente cominciato a capire e farmi capire in inglese perché ero entrato finalmente in sintonia con la metrica locale, ne percepivo e soprattutto imitavo le misure, insomma ero a Roma e mangiavo da romano; ma tra capire e sentire c’era un abisso, del quale ero ancora inconsapevole e per colmare il quale ci voleva la bionda. Prima però dovevo attraversare un’altra fase.
Se è vero che la stazione eretta ha concesso alla scimmia di avere le mani libere e che fu la collaborazione di mani e occhi a trasformarla in uomo, leggendo l’illuminante Il terzo orecchio di Joachim-Ernst Berendt, a cui ho fatto riferimento per molti degli etimi di cui sopra, si giunge a riconoscere la straordinaria importanza dell’udito. Immagino che in assenza di orecchie la lingua si sarebbe potuta evolvere lo stesso, l’avremmo chiamata «la scritta» (noto di aver usato il verbo chiamare), perché sarebbe esistita solo in quella forma, ma temo che ci saremmo estinti prima. Fatico a figurarmi il cacciatore primitivo che vede la tigre con i denti a sciabola piombare sulla sua donna e trovandosi lontano dalla grotta si stacca precipitosamente dal fianco il cellulare di quei tempi – una lastra di pietra – e vi scolpisce in fretta e furia la parola «Scappa» per mostrarla alla sventurata. Posto sempre che la tigre non avesse già usato lui come antipasto, visto che non l’avrebbe sentita avvicinarsi.
L’udito, guarda caso, è al contrario della vista un senso «femmina», perché ricettivo; lo sguardo infatti è spesso rappresentato con una serie di freccette, simbolo maschile. È sintomatico che l’avvento della cultura visiva coincida con il passaggio dal matriarcato al patriarcato e il nuovo Dio sia rappresentato da un triangolo con dentro un grande occhio. Altrettanto lo è il fatto che gli scienziati, che per necessità professionale devono avere del mondo una visione forse teleologica ma mai teologica, nel sintetizzare l’ipotesi oggi più accreditata dell’origine dell’universo abbiano adottato l’espressione «Big Bang», il grande fragore. (Intrigante l’intuizione di Pitagora secondo cui i movimenti dei pianeti del nostro sistema solare producono un “suono armonico” a noi impercettibile ma con noi assonante: come fosse il teorizzato residuo del Big Bang.)
L’orecchio è anche l’organo preposto alle misurazioni, ascolta i suoni interpretandoli in base alle frequenze e ne coglie il senso lungo un segmento temporale, si può avere un colpo d’occhio  di un’immagine, ma non un colpo d’orecchio di una frase, ci ricorda Joachim-Ernst Berendt. Cosicché l’occhio è spesso approssimativo, l’orecchio mai. Come l’uomo e la donna, appunto.
La stereoscopia ci permette di percepire la tridimensionalità dello spazio, ma l’orecchio fa di più giacché coglie spazio e tempo insieme. Torniamo ai «momenti di tempo», a quel me– che sta dentro a melodia. Ascoltando con gli occhi chiusi si ha preciso il senso dello spazio, lo porge l’orecchio. Se in esso si introducono prima un suono e poi un altro, si ha preciso il senso del tempo intercorso tra i due, l’intervallo… e qualcosa di più: la relazione tra i due suoni, perché il primo suono si arricchisce di un significato ulteriore in base al secondo e viceversa. Un suono è un suono, due suoni sono melodia, perché li unisce un momento di tempo. Una misura. È così sensibile il nostro orecchio alla componente temporale dell’udire che se ascoltiamo un brano musicale «sentiamo» fin dal principio dove si risolverà: i rapporti tra le singole frequenze ci informano sulla tonalità, quella che impropriamente chiamiamo «chiave», e anche se non la sappiamo riconoscere con il suo nome, non sappiamo se è un do, un mi, un si bemolle, ci aspettiamo che nell’ultimo accordo quella nota ricompaia, come una chiave, a chiudere la porta che ha aperto all’inizio. Se non c’è, la immaginiamo e creiamo mentalmente.
Credo che questa sensibilità sia conseguenza del fatto che l’udito è il primo dei nostri sensi, quello che ci fa ascoltare ancor prima di nascere. Joachim-Ernst Berendt ci fa notare che il feto se ne sta raggomitolato nel ventre materno… a forma di orecchio.
Da qui il discorso potrebbe scorrazzare (lat.: discurrere)  letteralmente all’infinito passando attraverso la pitagorica armonia delle sfere celesti, nelle numerose teorie di “accordi”  e “disaccordi” armonici tra uomo e universo, ma mi rassegno a rimanere nei confini della mia fugace esperienza terrena.

Il mio amico Renzo è musicista. Quando anni fa decisi di cimentarmi con la tromba, mi fece da compagno  con il suo clarinetto, straziando con me il vicinato. Non avevo difficoltà a suonare la tromba, ma non sapevo leggere la musica e Renzo cercò di insegnarmelo. Imparai grazie a lui a leggere le note, ma la pigrizia mi impedì di proseguire in quell’apprendimento senza il quale è impossibile suonare uno strumento a  fiato. E saper leggere uno spartito non basta. Al punto in cui ero arrivato io, capivo la musica scritta, ma non la sentivo.
Il mio amico Renzo non legge uno spartito, lui lo ascolta. Non vede le note, lui le sente guardandole e sente le misure, le relazioni tra le note.
La letteratura è fatta con le parole, come la musica con le note, e frasi e periodi si formano con i rapporti tra le parole, le relazioni, i momenti di tempo che le uniscono e separano. Diciamo periodo un complesso di frasi legate tra loro da diverse relazioni sintattiche e utilizziamo per la definizione un vocabolo che fa riferimento al tempo. Sono sempre stato convinto che per cogliere il senso profondo di un testo scritto, bisogna ascoltarlo. Con quale senso della misura? Quello che ci detta la lingua in cui è scritto. Ma quando non è la nostra lingua nativa e non sollecita il nostro orecchio, sensibile a un contesto melodico molto diverso, bisogna prima calarsi spirito e corpo nella cultura di cui quella lingua è espressione. Non adottare ma farsi adottare.

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umberto eco tra homo communicans e animal signans

foto da Il Giorno, 20 febbraio 2016

 

Sull’Espresso del 9 aprile 2015 Umberto Eco rifletteva sull’uso compulsivo del cellulare in seguito a un incidente in cui era stato investito da una signora che camminava “incollata al suo telefonino”. In verità confessava di essersi deliberatamente fermato e voltato dall’altra parte per provocare la collisione. Bravo.
Con lo smartphone  la situazione è precipitata, perché ora camminano digitando. E guidano digitando…
Nel suo pezzo Eco ipotizzava che la sindrome da telefonino realizzi uno dei tre desideri che l’umanità ha da secoli perseguito con la magia ( il titolo è Il telefonino e la regina di Biancaneve), cioè poter volare battendo le braccia, eliminare il nemico recitando  formule magiche e infilzando bamboline e comunicare in un lampo a distanza. Quest’ultima magia sarebbe quella che si ottiene con il cellulare, il contatto istantaneo e senza intermediari con il resto del mondo.
Aveva forse ragione Umberto Eco a ritenere che l’uso maniacale del cellulare fosse originato da un anelito di comunicazione ed è anche un pensiero positivo. Mi sembra però che l’avvento dello smartphone abbia rilevato con maggior precisione quale sia l’istinto che ne diffonde l’uso compulsivo.
A differenza di tutte le altre specie l’animale uomo ha affidato l’evoluzione del proprio organismo alla sinergia cultura-tecnologia, un sistema molto più rapido e pratico che ne ha fatto la specie vincente. Questa tecnica evolutiva, protetica poiché si svolge al di fuori del corpo, ha realizzato a tutti gli effetti i primi due desideri indicati da Eco, con deltaplano e parapendio come minimo nel primo caso, e con i droni con cui polverizzare il nemico standosene comodamente seduti in ufficio nel secondo. Se è vero che il terzo desiderio è quello di comunicare istantaneamente con il mondo, allora lo smartphone assolve anche a questa funzione, ma io mi sento meno ottimista, non credo sia quella fondamentale, mi pare piuttosto un effetto collaterale.
Da quando lo smartphone ha saturato il mercato, per allettare gli utenti a continuare comprarne, i produttore puntano ormai sulla funzione fotografica, offrendone continue migliorie, perché dopo il cicaleccio l’attività prevalente è farsi ritratti. L’uso sfrenato degli scatti poco ha a che fare con la comunicazione e molto con l’inondare il mondo di immagini di se stessi. E l’unica comunicazione (il termine implicherebbe una forma di reciprocità) si limita a una collezione di “mi piace”.
Ricordando che l’uomo appartiene al regno animale è facile dedurre che nell’uso compulsivo dello smartphone sfoghi, tra i tanti che abbiamo demandato alla tecnologia,  un indelebile istinto primordiale, quello di diffondere la propria presenza nell’area più vasta possibile: marcare il territorio.
Cosa può appagare di più  che avere a disposizione un territorio sconfinato da marcare, spargersi nell’intero pianeta, incidere il proprio segno in ogni angolo di mondo?

Mi capitò di vedere Umberto Eco una volta, nei primi anni Settanta. Sedevo in una spaziosa sala della redazione di Bompiani e discutevo con il redattore il testo di una mia traduzione, guarda caso di antropologia culturale. Per problemi logistici ci trovavamo in un locale di passaggio, potrei dire di comunicazione, ed Eco entrò, compì lentamente un ampio giro e uscì da dove era arrivato. Non si accorse di noi, anche perché non saremmo dovuti essere lì. Passò con gli occhi incollati alle pagine di un libro che leggeva camminando adagio.

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creature (finale)

Come credo sia naturale, quando ho saputo di essere malato ho letto varie testimonianze che altri sfortunati hanno affidato al web e ho notato che spesso il cancro viene definito con termini quali “intruso” o “alieno” o “ospite indesiderato”. La tendenza, mi sembra, è di considerare quei grumi di cellule traviate come corpi estranei. Io non la vedo così.
Ho parlato di “creature” raccontando del mio incontro con questo morbo proprio perché il cancro è cosa nostra, nasce da noi, prodotto da noi, è una nostra creatura, non meno di quanto siamo creature noi stessi.
A differenza di quasi tutte le malattie non ci arriva da fuori. Il cancro è una di quelle che si sviluppa nell’organismo dall’organismo stesso. È l’aspetto che trovo più orribile ed è tanto vero, che per liberarsene bisogna sacrificare un pezzo di sé.
Eppure è un fenomeno ordinario, ne sono vulnerabili tutti gli organismi, anche quelli societari. Aderisco a quel filone dell’antropologia culturale che riconosce nelle strutture delle società umane una replica del modo in cui è organizzato il corpo umano. Come avviene dentro di noi, anche nelle nostre comunità un cellula che pure ne è parte integrante può degenerare mettendo in pericolo l’intera struttura. La storia ci ha offerto e ci offre una messe di esempi, basti ricordare la Germania, la Spagna, l’Italia e la Russia dei primi decenni del ventesimo secolo, gli USA contemporanei. L’alterazione fatale colpisce indifferentemente organismi grandi come le nazioni, ma anche più piccoli, per esempio un partito politico come il Partito Democratico italiano.
In tutti i casi nasce dentro di noi, non ci è stata inoculata dagli omini verdi.

Credo che non scriverò altro su questa disgraziata esperienza. Ci sono in rete altri racconti su questo tema infelice, brillanti, esaurienti, commoventi, alcuni purtroppo tragici. Auguro a tutti di non doverci passare e aggiungo un pensiero per i familiari che assistono i malati di tumore in uno stato di angoscia costante e spietata. Se alcuni malati riescono ad affidarsi a serena rassegnazione, fatalismo o fede, coloro che a loro sono variamente affezionati non hanno salvagente, patiscono la loro impotenza di spettatori inermi e la loro sofferenza è corrosiva e priva di argini. L’ho visto con questi occhi. Anche a voi vada tutta la mia comprensione e solidarietà.

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Alessandra Calanchi e i marziani

alieni

 

C’è poco da dire, molto meglio leggere. Illuminante come il firmamento in febbraio in una notte di mente limpida.

http://www.ibs.it/code/9788898615759/calanchi-alessandra/alieni-a-stelle-e.html=?4620

 

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дезинформација

damnian1b

La Milano degli anni 70 non era ancora stata bevuta. Era giustamente ammirata e invidiata.
Negli anni 70 in tutto il pianeta c’erano solo due città che raccoglievano i nuovi artisti di tutto il mondo: New York e Milano. La Milano ancora non da bere degli anni 70 era tutta galleria d’arte e teatri sperimentali. La sera i riflettori illuminavano le strette vie del centro storico dove avvenivano performance artistiche di ogni genere.
Grazie all’amico Terry Doxey, autore raffinato di quella che prese il nome di arte concettuale, conobbi Radomir Damnian, un artista serbo che in quel periodo, tra i molti altri stimolanti aspetti della cosmologia dell’essere, operò su un tema che per noi, con i piedi a bagno nel Mediterraneo, non è solo di attualità, ma addirittura endemico: la disinformazione.
Utilizzò forme svariate per rappresentare il modo in cui l’ipocrita mistifica la realtà e non rammento nella mia esperienza personale nessuno che mi abbia divertito quanto lui per l’ironia, quando non sarcasmo, con cui zimbellò i troppi uomini bassi in soprabito giallo che, insicuri del proprio valore, ma molto più spesso torturati dal proprio disvalore, ricorrono al dirottamento dal vero nel suo fucksimile per obiettivi svariati: creare una fittizia consistenza di sé, favorire la propria cricca, incrinare la dignità altrui. Non si tratta di mentire, basta distorcere lievemente, omettere o aggiungere. Vero e falso si distinguono spesso da una sola virgola.
E da noi la virgola si è fatta fulcro di ogni sistema di informazione.
La potenza dell’ispirazione di Radomir contribuì senz’altro alla formazione della mia Weltanschaung. Non solo mi confermava con l’arte che per prima cosa, se vuoi veramente aprirti alla conoscenza, devi diffidare di chi ti informa, ma devi informarti (e la differenza c’è eccome, chi si informa è protagonista dell’informazione, non ne è ricettacolo), ma con i suoi giochi di prestigio mi confermò nella sua maniera ludica e insieme feroce, che nessuno e niente merita di essere preso per come viene riferito.
In questo nuovo contesto di simulacri sospesi nell’impalpabile universo dell’inesistente contrabbandato per reale, mi pare di veder spuntare da dietro i led dello schermo il sottile sorriso sornione di Radomir incorniciato dalla balcanica, curatissima, barba bianca. Sottile come la riga intrusa e illegittima che “disinforma” il foglio contabile riprodotto in testa a questo mio appunto. Il senso di questa operazione da lui intitolata “intervention” è di grande impatto. La illustra lui stesso così:

In questo caso la riga tracciata a mano dovrebbe essere quasi identica a quelle presenti sul modulo in modo tale che riga e modulo risultino entrambi alterati nel loro significato, giacché una riga usata in questa maniera né esprime né modifica la materia oggettiva, mentre rende disfunzionale una materia altrimenti funzionale, aprendo ad altre possibili implicazioni e altri significati … Si vuole ovviamente proporre un’analisi critica nuova di una realtà data, preesistente. È essenziale che la necessità, attraverso volontà e scelta, sia convertita in libertà.
Belgrado, 1972, R.D.

Ma è evidente che l’uso libertario proposto da Damnian può diventare abuso falsificatore se impiegato nel contesto “sbagliato” e so che l’autore mi consentirebbe con piacere di estenderne la portata usandone la rappresentazione come metafora del modo in cui oggi, approfittando di un libro contabile sconfinato come il web, basta un clic perché la pagina pulita di un rendiconto fedele sia deturpata da una riga di insinuazione o la pagina sporca di un bilancio infedele sia mondata da una riga di distinzione.

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le cameriere dei beach bar

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Quest’anno l’estate greca si è impigrita, a metà settembre sonnecchia ancora sulle spiagge sotto un sole rovente come non è stato per anni, eppure l’autunno astronomico è già iniziato. Le rondini volano ancora in ordine sparso, ancora non le vedo appollaiate a centinaia sul cavo che porta corrente al mio contatore,  allineate e impettite per gli ultimi appelli prima della partenza.
Ai beach bar invece la stagione ubbidisce ad altre clessidre e le cameriere non ci sono più. Sono partite.
C’è ancora gente in spiaggia, fa caldo, il tempo è limpido, l’acqua tiepida, ma a servire c’è il gestore. Qui da me c’è un solo beach bar, quello della foto, un baretto alla buona, con sdraio e ombrelloni scompagnati, pedane di assi dissestate, una doccia à deux – una colonnina centrale con una cipolla gocciolante per parte – con più acqua che esce dalle manopole dei rubinetti che dai diffusori e cespi di erbe selvatiche che surrettiziamente s’allungano verso i piedi dei doccianti. Ma a Ierissos, una cittadina a mezz’ora da qui, il lungomare è lungo davvero e di beach bar ce ne sono decine, camminando sulla promenade da una parte c’è la spiaggia a cui si scende per varie scalette, e dall’altra i bar attraverso i quali passi, uno via l’altro, dall’uno all’altro, come attraversando le vecchie case di qui, dove le stanze erano in serie, dalla cucina alla prima camera da letto, e poi la seconda, la terza e via via fino a quella del nonno-patriarca. Il gabinetto era fuori.
Sono stato a Ierissos l’altro giorno e sotto questo sole limpido di maestrale ho camminato la promenade e in spiaggia c’erano mamme e bimbi e ai banchi dei beach bar c’erano i gestori, ma cameriere neanche una. Come quella di Pyrgadikia, quella del mio beach bar. Sparita lei, sparite tutte.
Qui in Grecia sono una specie speciale, le cameriere dei beach bar. Hanno una livrea speciale con poche variazioni limitate ai colori della canotta sopra shorts ammiccanti, all’altezza dello zoccolo che cambia a seconda della statura e al modello del marsupio che fa da cassa portatile. Oltre a certi pregi su cui sorvolo, ma che si ripropongono puntualmente senza eccezioni, hanno in comune anche un sorriso che riesce a riassumere in un lampo l’essenza di una giornata al mare: luce, calore, brulicare di schiume di risacca, brio del vento, sospensione del tempo in un eterno presente di beatitudine. Qualsiasi porcata abbia combinato il barista, quando te la serve la cameriera del beach bar diventa nettare.
Parlano una lingua speciale, la lingua delle cameriere dei beach bar, che è la somma di varie lingue, nessuna delle quali è la loro lingua madre. Non lo è nemmeno il greco, perché non sono greche. Ecco perché non ci sono più.
Migrano come le rondini. E mentre le rondini aspettano i primi freddi, le cameriere dei beach bar migrano quando le clessidre della civiltà esauriscono la sabbia di sopra e la mano della produzione le rovescia.
Ieri in una giornata bellissima che definirei accesa, il mio beach bar era spento. Mancava la cameriera del beach bar e il beach bar da brillante era diventato opaco. Mancavano i suoi shorts ammiccanti, il suo ancheggiante andamento lento, i suoi pasticci linguistici, mancava il suo ipnotico  sorriso. La cameriera del beach bar di Pyrgadikia è migrata. Chissà dove è andata a svernare. Chissà dove migrano le cameriere dei beach bar. Chissà se passa un torpedone a raccoglierle come passano i venti a raccogliere le rondini. Chissà se trascorrono l’inverno insieme o si disperdono in Bulgaria, Serbia, Croazia, Montenegro, Bosnia, Ungheria, Ucraina, Russia, Georgia, Lituania. Perché una cosa so: le cameriere dei beach bar migrano verso nord, non a sud come le rondini.
Crogiolandomi sulla sabbia calda fantasticavo nel dormiveglia di applicare loro un chippino dietro il lobo destro, come si farebbe con una cicogna o una sgarza dal ciuffetto, per sapere dove migrano. Ma in fondo mi basta sapere una cosa sola: che l’anno prossimo torneranno. Meno male.

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povero maschio, è solo questione di tempo?

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L’anno scorso la biologa Aarathi Prasad ha pubblicato un libro dal titolo stuzzicante Like A Virgin. Non l’ho letto, nemmeno canticchiato, ma so che nel raccontare a grandi linee l’evoluzione del pensiero riguardo la riproduzione (non so se menziona tra gli altri quei cosiddetti primitivi che credevano che le donne venissero fecondate dalla pioggia) e le fantasiose tecniche praticate nei secoli per favorire la fecondazione, giunge all’odierna avanguardia genetica. E alla riproduzione in vitro, la crescita del feto in incubatrici, e finalmente l’ormai vicino superamento dello spermatozoo.

Ne scrive Valeria Palermi sull’Espresso, in un bell’articolo, divertente e “graffiante” , nel quale non manca di associare il libro della Presad al sinistro “La fine degli uomini” con sottotitolo “e l’ascesa delle donne”, che per la verità tratta del secolare conflitto sociale tra generi e non dei loro patrimoni genetici o dei loro meccanismi sotto l’ombelico. Ma indiscutibilmente merita attenzione per la scelta del titolo, una minaccia ben più che sociologica.

Io qualche dubbio l’ho sempre avuto. Di essere inutile, dico.

La vita si preoccupa di funzionalità, la quale si misura sull’ambiente. La fecondazione umana risponde ancora a esigenze ambientali ancestrali. Se si considera la natura nel suo aspetto dinamico, date determinate premesse note è difficile escludere determinate conseguenze come probabili.
L’embrione umano è indifferenziato per 40 giorni. Anche in presenza del cromosoma Y, quello del maschio, l’embrione è come dire asessuato. Poi, se c’è un Y e tutto funziona come previsto, si attiva un gene che comincia a “trasformare” l’embrione indifferenziato in embrione maschio.
Ma se l’Y non c’è, non avviene nessuna “trasformazione” non si attiva niente di “nuovo”, l’embrione continua il suo sviluppo in maniera “lineare” e oplà, è femmina.

Sembra solo logico che nei mammiferi la natura abbia previsto che le femmine producano femmine. Perché solo da una femmina potrà nascere un nuovo individuo. Per ottenere questo fondamentale risultato di sopravvivenza, ha scelto una via “comoda”: ha trasferito metà dell’individuo nuovo in una propria “protesi”, assegnandole il compito di fecondarla. E assegnandole anche una serie di caratteristiche fisiche che sarebbero andate a detrimento della sua fertilità, ma sarebbero servite a nutrire e proteggere lei e la sua prole. Che il maschio sia una protesi mi sembra… visivamente ovvio.

Solo che l’invenzione della protesi inseminante da parte delle specie viventi più evolute, oggi sembra cedere il passo a un altro meccanismo protetico, la cui forza è immensamente maggiore, cioè quello a fondamento dell’evoluzione umana.
Infatti la specie umana ha scelto, a differenza di tutte le altre specie viventi, di progredire fuori del proprio corpo.
Ahia, già intuisco dove dolorosamente vado a finire.

Se scienza e tecnologia proseguiranno su una strada ineluttabile nel campo della procreazione, il genere umano si troverà inevitabilmente ad affrontare il dilemma originario: ora che le macchine sostituiscono i muscoli, le coltivazioni e gli allevamenti sostituiscono la raccolta e la caccia, le società organizzate sostituiscono le tutele del padre-capofamiglia, nel momento in cui si potranno abbinare in laboratorio un cromosoma X a un altro cromosoma X, la natura avrà realizzato la quadratura del cerchio. La donna, vera e unica portatrice della specie, potrò produrre nuove donne senza l’ingombrante, spesso pericolosa, esistenza del maschio.

Chissà che qualcosa non avessi intuito in tempi non sospetti, quando solevo dire: “Se dovessi rinascere e potessi scegliere, nascerei femmina. E se fossi femmina, sarei lesbica”.

Quanto ad appagare certe pulsioni, quando i maschi non esisteranno più,  be’, è già in commercio un ampio catalogo di fantasiosi articolini e articoloni. Senza coinvolgimenti emotivi.
E come direbbe un mio amico, senza sovrastrutture.

 

p.s.: Nel leggiucchiare in Internet su questi argomenti, mi sono accorto che il concetto di “immacolata concezione” (mi sono concesso questo divertente bisticcio) è sconosciuto persino in un paese cattolico come il nostro. Viene citato sempre a sproposito. Una volta ancora metto in guardia su questa incredibile fonte di informazioni ma anche disinformazioni.

 

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