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creature (finale)

Come credo sia naturale, quando ho saputo di essere malato ho letto varie testimonianze che altri sfortunati hanno affidato al web e ho notato che spesso il cancro viene definito con termini quali “intruso” o “alieno” o “ospite indesiderato”. La tendenza, mi sembra, è di considerare quei grumi di cellule traviate come corpi estranei. Io non la vedo così.
Ho parlato di “creature” raccontando del mio incontro con questo morbo proprio perché il cancro è cosa nostra, nasce da noi, prodotto da noi, è una nostra creatura, non meno di quanto siamo creature noi stessi.
A differenza di quasi tutte le malattie non ci arriva da fuori. Il cancro è una di quelle che si sviluppa nell’organismo dall’organismo stesso. È l’aspetto che trovo più orribile ed è tanto vero, che per liberarsene bisogna sacrificare un pezzo di sé.
Eppure è un fenomeno ordinario, ne sono vulnerabili tutti gli organismi, anche quelli societari. Aderisco a quel filone dell’antropologia culturale che riconosce nelle strutture delle società umane una replica del modo in cui è organizzato il corpo umano. Come avviene dentro di noi, anche nelle nostre comunità un cellula che pure ne è parte integrante può degenerare mettendo in pericolo l’intera struttura. La storia ci ha offerto e ci offre una messe di esempi, basti ricordare la Germania, la Spagna, l’Italia e la Russia dei primi decenni del ventesimo secolo, gli USA contemporanei. L’alterazione fatale colpisce indifferentemente organismi grandi come le nazioni, ma anche più piccoli, per esempio un partito politico come il Partito Democratico italiano.
In tutti i casi nasce dentro di noi, non ci è stata inoculata dagli omini verdi.

Credo che non scriverò altro su questa disgraziata esperienza. Ci sono in rete altri racconti su questo tema infelice, brillanti, esaurienti, commoventi, alcuni purtroppo tragici. Auguro a tutti di non doverci passare e aggiungo un pensiero per i familiari che assistono i malati di tumore in uno stato di angoscia costante e spietata. Se alcuni malati riescono ad affidarsi a serena rassegnazione, fatalismo o fede, coloro che a loro sono variamente affezionati non hanno salvagente, patiscono la loro impotenza di spettatori inermi e la loro sofferenza è corrosiva e priva di argini. L’ho visto con questi occhi. Anche a voi vada tutta la mia comprensione e solidarietà.

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i greci e le tasse

agorà2015

Stefanì ha utilizzato la norma in aiuto di chi ha contratto debiti che non può saldare per via della crisi e ha ottenuto una sospensione del pagamento delle rate di un muto e congelamento di interessi passivi e more. Sono arrivati i documenti che doveva consegnare in banca e in mancanza di mezzi propri si accingeva a una complicata trasferta con una serie di bus da Pyrgadikia a Salonicco e alla banca. E ritorno.
Così le abbiamo offerto un passaggio e siamo andati a farci un giro in centro dove non mettevamo piede da tanti anni.
Abbiamo fatto un giro a mezza mattina di un giorno feriale in un centro cittadino pieno come un uovo di gente in giro a fare compere – non turisti stranieri perché la stagione è agli sgoccioli – e pochissimi negozi chiusi nel pieno di una catastrofica e umiliante crisi economica imposta da quei cerberi di tedeschi.
E siccome Stefanì e sua sorella gestiscono una taverna dove andiamo ogni tanto a cena, è andata a finire che ci hanno offerto un pranzo.
Questo è un paese di agricoltori e pastori e questa forma di rapporto commerciale è sopravvissuto attraverso i secoli. Nelle campagne è normale andare dall’avvocato con i polli con cui pagargli la consulenza. O fare servizio di taxi in cambio di una cena.
Io non sono un economista, ma mi sembra ovvio che se la transazione avviene brevi manu, se a oggetto o prestazione si corrisponde prestazione o oggetto senza passaggio di moneta, la Stato non ha appigli per applicare una gabella e incassare soldi con cui far funzionare i servizi. Non solo la crisi economica ha intensificato il fenomeno, ma è comprensibile che nell’era moderna una tradizione così fortemente radicata si sia trasformata in un tessuto esteso di economia sommersa, di “nero”, che sfugge a qualsiasi tentativo di controllo e prelievo fiscale.
Appena passato il primo pacchetto di misure correttive volute dall’Europa, Tsipras si è ovviamente dimesso e in vista delle elezioni di domani i sondaggi hanno subito indicato una repentina risalita di Nea Democratia, il partito che come e peggio del sedicente socialista Pasok, ha protetto gli evasori cronici ed è riuscito a far fallire il primo programma di aiuto dell’EU facendo pagare i suoi debiti alle classi meno abbienti senza prelevare un centesimo ad armatori e imprenditori, bottegai e liberi professionisti.
Non è strano. Le mie conversazioni su temi fiscali mi hanno sempre costretto a battere in ritirata di fronte a interlocutori che inorridiscono quando dico che lo Stato non può mantenersi con fondi presi in prestito da altri Stati senza che i greci contribuiscano a sostenerlo. Pretendere che un greco paghi le tasse è un insulto e si spera che un governo di destra riesca per la seconda volta a inventarsi bizantinismi con cui evitare questa “umiliazione”.
Perché sfrondando dalla demagogia le tante descrizioni della crisi greca che si rimbalzano nei media e girando quasi dovendo sgomitare per il centro di Salonicco, con i negozi pieni, i bar pieni, i ristorantini pieni, gli autobus pieni, l’unica vera umiliazione che Germania e Europa cercano di infliggere alla Grecia e di far pagare le tasse ai greci.
Io temo che sia impossibile, ma temo anche che i miei quasi fratelli (così li sento) non si siano resi conto che l’Ue e soprattutto la Germania non permetteranno loro di scantonare una seconda volta. E la Grecia non uscirà dall’euro per un periodo di purificazione, perché appena non dovrà più rispondere a terzi del suo comportamento, tornerà al baratto e resterà fuori per sempre.

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Signor Raffaele Cantone, no

A Cervignano, nel 1968, ero sergente nel gruppo squadroni lancieri di Aosta, quelli con le fiamme rosse. La caserma, che ospitava una brigata di cui facevamo parte anche noi esploratori, era enorme.
Quando fu il mio turno di servire come comandante della guardia, proprio durante la mia notte di corvè ci fu un incidente. Verso le tre di notte, durante il suo turno di guardia in una della postazioni lungo il chilometrico perimetro della caserma, un lanciere del mio reparto abbandonò il suo posto e andò a dormire.
Le guardie erano in servizio per due ore, il loro comandante, io, per 24.
Avevo il mio vice, un caporale, e facevamo lunghissimi giri di ispezione a turno, in modo da tenere sotto controllo al meglio la situazione. Nel novembre del 1968, come si può immaginare, c’era un livello di allarme costante in tutte le caserme, anche se basso. Fu in effetti il caporale a scuotermi sulla mia branda in guardiola, dove m’ero assopito vestito, con gli anfibi ai piedi, dopo che avevo da poco finito di presenziare al cambio delle guardie lungo un perimetro infinito, ad avvertirmi che una guardia era scomparsa.
Andammo subito insieme a verificare la segnalazione. Risultò che mancava proprio un mio lanciere ( un ragazzo davvero problematico che ovviamente conoscevo). Comandai di guardia in quella postazione il mio caporale e mi precipitai in camerata a recuperarlo, lo tirai giù dal letto, lo aiutai a vestirsi e lo riportai praticamente di peso al suo posto.
Ci fu forzatamente un rapporto (il comando della guardia è nella palazzina dell’ingresso e dipende dall’ufficiale di picchetto, che evidentemente aveva visto tutto, non potevo nascondere la mancanza).
Io, come comandante della guardia, fui messo sotto inchiesta.
Dopo aver passato la notte in bianco, fui chiamato a rispondere del mio operato prima dal comandante del mio gruppo squadroni affiancato dai capitani comandanti degli squadroni riuniti in commissione, poi dal generale comandante di brigata affiancato dai colonnelli comandanti dei reggimenti in una commissione di un livello più alto. Dovevo rispondere del mio operato, in qualità di comandante di un servizio di guardia durante il quale una guardia se n’era andato a dormire.
Era andato a dormire lui, non io. E allora?
Allora io ero il responsabile del servizio, io ero il garante del servizio, perché io ero il comandante.
Vado a capo perché, Signor Raffaele Cantone, voglio evidenziare questo punto che credevo e ancora credo saliente: ero il garante del servizio. Specifico: garante.
Quello che garantisce il capo di un servizio è che nessuno abbia a subire danno dal servizio. Né quelli che lo svolgono, né coloro che ne usufruiscono. Mi dica: altrimenti perché è un servizio?
E se il servizio non funzionava a dovere, a risponderne ero io. Anche se ero rimasto sveglio tutta la notte e non ero stato io a lasciare la mia postazione.
Perché, signor Cantone, è così che sta scritto, se leggere è stata l’attività principe di tutta la mia vita. Chi comanda è responsabile di quello che fa la struttura di cui è il vertice. Altrimenti, mi dica lei che ci sta a fare il vertice?
Prima che mi presentassi davanti alle commissioni, fui catechizzato dal mio personale comandante, capitano Guerrini. Volle che gli raccontassi tutto per filo e per segno, insisté perché fossi assolutamente sincero, si assicurò che potessi contare sulle testimonianze del caporale e del tenente di picchetto e che entrambi avrebbero confermato la mia cronologia dei fatti.
Era giustamente preoccupato per me e il mio futuro. Se fosse stata provata una mia negligenza, “in qualità di comandante della guardia” la punizione sarebbe stata esemplare e avrebbe pesantemente inciso sul seguito della ferma. Non per essere colpevole di una mancanza, ma per essere il garante che quella mancanza non producesse danni.
A me sembra così elementare da ricordarmi le tabelline.
Le dirò che fui scagionato da entrambe le commissioni, perché proprio per aver articolato bene le mie ispezioni notturne, io e il mio vice ci accorgemmo subito della mancanza. E fui proprio io che, come comandante vigile e presente, impedii che la mancanza diventasse grave, facendo in modo che la postazione restasse scoperta per poche decine di minuti.
In tutte le situazioni gerarchiche credo che funzioni così. Dappertutto, almeno nell’Europa più avanzata. E lei lo sa, signor Cantone, non può non saperlo. Ed è questo che mi fa male. Quel punto per cui il Martin italiano perde sempre la cappa. Quel brutto vizio per cui agli italiani piace scivolare sull’olio del “quasi”, del “però”, che dà tanto, giustissimo fastidio all’Europa che conta.
Se io fossi stato ignaro di quel che accadeva durante il mio servizio e qualcuno fosse penetrato dal settore incustodito magari a rubare esplosivi per qualche attentato, che era nostra prima preoccupazione, io sarei stato punito. Anche se non ero stato io a commettere la mancanza.
Sarei stato punito anche se ad accorgersi del posto di guardia vacante fosse stato l’ufficiale di picchetto o il capitano d’ispezione o chiunque altro prima che me ne accorgessi io e anche se comunque non ci fossero state conseguenze gravi come un furto.
Sarei stato punito perché ero responsabile del servizio e quindi di come il servizio veniva svolto.
Forse per lei la parola responsabile ha un valore marginale.
Forse essere il responsabile della polizia è solo un’icona istituzionale che percepisce un invidiabile stipendio, un avatar che occupa una poltrona dietro una bella scrivania in un bell’ufficio, e tutto quello che fanno i suoi sottoposti non gli compete perché la carica di capo è solo formale, è un’onorificenza, una targhetta.
Allora io non ho capito niente, non capisco perché ho rischiato una pesante punizione da sergente, non capisco perché se i tifosi insultano, la società calcistica di cui sono sostenitori viene multata, non capisco perché il signor Lupi si è dovuto dimettere.
Signor Cantone, abbia pazienza, l’assoluzione da responsabilità penali non c’entra niente. E’ talmente fuori luogo anche solo citarla, che più che meravigliato mi sento profondamente deluso.
Ho perso il conto delle volte in cui i rappresentanti delle nostre istituzioni mi fanno restare male. Mi sarei volentieri risparmiato di ascoltare le sue parole.

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Mitera mas, ti paidià ékanes!

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Vengo in Grecia da tanti anni da poter dire che ci ho passato mezza vita. Ci venivo in vacanza, è vero,  ma da molti anni vi trascorro sei mesi. Sono un cittadino italiano diventato un paesano greco. Poiché ho costruito qui una casa, pago ora salatissime tasse greche. Pago anche tasse illegali, ma così modeste che le pago volentieri e se me le impongono è perché la burocrazia fiscale greca non conosce neppure gli accordi internazionali e le leggi europee. Perché  la Grecia è così. Un paese di pasticcioni che credono ancora di risolvere tutto al kafenion.
Trent’anni fa ho conosciuto una persona adorabile, lui e la sua famiglia. Si chiama Micios (l’ho scritto come lo pronunceremmo noi), che è un diminutivo di Takis Dimitris ed è anche un gioco per i greci (“sai come fanno gli italiani per chiamare un gatto? Dicono: micio micio… e invece del gatto arriva Takis Dimitris!”)
Micios era un imprenditore. Topografo e contitolare in una ditta di costruzioni specializzata in strade e porti. Prendeva appalti. Micios era iscritto al Pasok, ma non esercitava, aveva la tessera, da ragazzo era stato un fan del Papandreu padre, o nonno, non so come definirlo, diciamo il capostipite. Ma Micios lavorava per le amministrazioni locali, province e comuni. Solo che se cambiava il governo da socialista e popolare, da Pasok a Nea Demokratia, lui e la sua azienda non lavoravano più. Dovevano aspettare e sperare che cambiasse il governo. Dopo anni iniziali abbastanza stabili, i governi greci cominciarono ad avvicendarsi più velocemente e Micios cominciò a trovarsi con i macchinari costosissimi con cui avviava i lavori (non parliamo solo di bulldozer o escavatrici, ma pensiamo alle gru su cingoli che servono per allestire i frangiflutti, abbandonati d’inverno nella salsedine in riva al mare) fermi per mesi o anni appena al Pasok si sostituiva Nea Demokratia. Detto in parole poverissime, potrei dire italiche, Micios lavorava solo se c’era al governo il partito di cui era simpatizzante. Non perché faceva belle strade e porti sicuri, questo aspetto era del tutto secondario. Suonano i campanelli?
La moglie di Micios, Pighì, era pretore, che se a qualcuno sfugge, è dipendente pubblico. Avevano due figli piccoli, una bimba e un maschietto.

Passano gli anni, le macchine movimento terra e le gru che servono per costruire porti arrugginiscono sui moli perché le amministrazioni di destra non pagano i lavori di una appaltatrice il cui titolare è iscritto al Pasok. E la ditta fallisce.
Micios è greco, non idiota. E’ anche onesto. La sua ditta non fallisce ufficialmente (fa come me, la chiude saldando i debiti che c’erano con i propri risparmi, ma sempre fallimento è). Poi aspetta il primo avvicendamento politico favorevole e rapidamente s’infila nel comune di Salonicco. Diventa dipendente pubblico.
E in famiglia siamo due.
Quando il governo passa di nuovo alla destra, ormai Micios è a posto, licenziare un dipendente dirigente del comune non si può. Intanto la figlia maggiore si è laureata in legge, ha esercitato per due anni come avvocato e sostiene esami per entrare in magistratura. Con una madre magistrato? Possibile che non ci riesca? Viene bocciata una volta, ma poi… ci riesce. Campanelli? Che poi sia un’ottimo pretore – ho avuto modo di constatarlo, ci vuole la testa per quel mestiere, non il codice, e lei è tutta testa – non è rilevante in questo contesto.
E in famiglia siamo in tre su quattro. Dipendenti pubblici.
Il figlio più giovane si affaccia al mondo del lavoro quando ormai è esplosa la crisi. Ha studiato da ingegnere edile quando sembrava che qui dovessero costruire dappertutto. E meno male che non è così. Ma adesso, neosposo di una deliziosa architetto dotata di uno humour così britannico da farti sospettare che sua madre abbia fatto un viaggetto turistico in Inghilterra senza il marito, sono in due a tirare la cinghia e sperare che si riprenda al più presto a costruire case. Fosse arrivato quattro o cinque anni prima, adesso il figlio maschio sarebbe uno strutturista del comune e in famiglia saremmo a quattro su cinque e magari, tirando dentro la mogliettina, anche… en plein, cinque su cinque.

Non ho qualifiche con cui giudicare questa famiglia in questo luogo falsamente virtuale dove giudicare è un esercizio quotidiano di una moltitudine che invece di giudicare se stessa spende ore a censurare il prossimo. Voglio bene a questa famiglia perché sono persone oneste e loro sì che sono persone qualificate, nell’amministrazione pubblica hanno contribuito ad arricchire la Grecia, loro lavorano con impegno e sanno quello che fanno. Micios ha smesso, per la verità, ha cercato di sottrarsi alla mannaia in tempo, visto che era in età di pensione. Ci è riuscito solo a metà, economicamente parlando, la mannaia gli ha dimezzato le disponibilità della vecchiaia. Pighì si è ritrovata a non poter andare in pensione quando era previsto dal suo contratto con lo Stato. Dunque lavora ancora, ma è in salute, i figli sono grandi, come tutte le donne del Sud Europa ha fatto due lavori per tutta la vita, anzi tre, pretore e madre e moglie, ma siccome non ha l’osteoporosi o lo zio Alz o che so io, le è andata bene.

Per chi non aveva un’attività che permettesse di evadere le tasse e arricchirsi a spese della comunità di contadini e operai e minatori c’erano corridoi o sentieri o scorciatoie. Erano i varchi aperti dalla clientela e dal voto di scambio, attraverso cui diventare dipendente pubblico. Ci sono stati dalla fine della guerra in poi. Ne hanno approfittato tutti, dico tutti quelli che non potevano evadere e vivere bene per conto proprio, come i bottegai e i professionisti e gli autonomi. Ne ha approfittato, secondo me giustamente, la famiglia di Micios, cheha portato dentro l’amministrazione pubblica persone preparate e competenti. Ma non è stato così per tutti, anzi. Troppi di coloro che in Grecia hanno utilizzato queste vie traverse furono assunti perché garantissero un voto al partito di turno e collocati in posti inutili o inadatti

Io vorrei che molte persone che inorridiscono per il doloroso disastro greco, inorridiscano per il nostro clientelismo così simile al loro. Questo paese, la Grecia, non è stata messa in ginocchio dalla Merkel. L’hanno messa in ginocchio i greci, evadendo sistematicamente le tasse sotto governi di destra e sinistra che sistematicamente si sono fatti corrompere, anche dalle multinazionali, anche da note megaindustrie tedesche. L’hanno messa in ginocchio le migliaia di greci che si sono venduti ai due partiti in cambio di un posto qualsiasi nell’amministrazione pubblica a qualsiasi livello, così oggi questo povero paese sembra che abbia più dipendenti pubblici che cittadini a cui prestare servizi pubblici. Prendersela con le politiche della UE sarà anche giusto, meritano critiche severe, ma si corre il rischio di dimenticarsi chequesto paese che amo tanto è precipitato in questo gorgo di recessione perché ce lo hanno spinto i greci.

Io e Micios ci siamo parlati come fanno amici di tanti decenni – certo, lui dissertando in greco come un aliante nel grecale e io a corrergli dietro come un bambino analfabeta inciampando dietro un aquilone – e gli ho detto: voi greci siete più fortunati di noi perché voi avete  toccato il fondo e a questo punto potete solo ripulire tutto e venirne fuori bene, mentre noi siamo precipitati solo a metà e siamo impigliati nella melassa delle larghe fraintese. E Micios mi ha risposto: Hai ragione a dire che ripartire da zero servirebbe a fare pulizia, ma sbagli a pensare che abbiamo toccato il fondo, perché siamo rimasti a metà pure noi. Forse sarebbe stato meglio fare bancarotta, non per noi ma per i nostri figli e nipoti.
Zitto, io.
Ci siamo fatti uno tsipurino.
Una faccia una razza…
Si è alzata la brezza da terra, quella del tramonto, che rovescia il giorno con la notte.
Scolato il primo, via il prossimo.
Domani cambia il vento e il mondo va avanti.

Asclepiade direbbe forse:
apriti celeste volta, dacci lacrime chiare
con cui allungare questo vino,
che ci salvi dall’abisso
degli occhi neri di colei che mesce
mosto cantante di inviti
che noi vecchi dobbiamo declinare
e come noi annacquare
nei ricordi del tempo che fu
e fu tempo buono.

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In panciolle, rilassato… che errore

gattomale

Era meglio che non dormivo. Mi ero scordato che non basta non urlare per dire e fare cose buone. Molti fanno male a noi gatti senza aprire mai bocca. Gli bastano le mani e una tastiera.

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le due facce dell’amore… forse

schiffer-viso

Nella mia vita non ho capito quasi niente e ho scelto di mettere qui il dolce sorriso di Claudia Schiffer perché è tedesca e perché anche quando non si capisce, non bisogna mai smettere di sperare. Credo.

Nell’autunno e inverno 1967, a 21 anni, ero a Monaco di Baviera, lavoravo in una nuvola di ammoniaca alla Lichtpauserei (reparto fotocopie) della Siemens & Halske e abitavo alla Wohnheim, il dormitorio aziendale.
La Wohnheim era costituita da alcune palazzine sui due lati di un viale ed erano occupate su un lato prevalentemente da lavoratori tedeschi e sull’altro da stranieri. Io dividevo la mia stanza da quattro al pianterreno con due soli compagni immigrati italiani, che chiamerò Pino e Salvatore, di dove fossero è irrilevante. Pino, di statura un po’ sotto la media, aveva i muscoli del Tom Cruise trentenne. Salvatore, parecchio sotto la statura media, aveva un naso principesco e mani come badili. Non ricordo cosa facesse Salvatore in azienda, ma ricordo bene che il Pino faceva le pulizie, vale a dire lui entrava quando uscivamo noi del turno diurno. Quindi lo vedevo solo per pochi minuti al giorno, incrociandolo in camera.
Ero lì da un paio di mesi, quando, uscendo dallo stabilimento  alle quattro e mezzo, fui fermato al cancello da una donna che mi chiamò per nome. Mi sorprese che conoscesse il mio nome e molto di più mi sorprese che riuscisse ad articolare qualcosa di decifrabile da labbra così tumefatte in una faccia che sembrava gonfiata con una pompa per biciclette. O che mi avesse visto da occhi sprofondati in due lividi leberknödeln  che sporgevano oltre gli zigomi. Non ricordo un centimetro della pelle del suo viso che non avesse un colore innaturale, dal giallo al rosso, dal viola al carminio, il porpora, l’ocra.
Quando cominciò a parlare, cominciò a piangere, poi a singhiozzare. Gli altri lavoratori ci sfilavano accanto senza che me ne accorgessi, concentrato com’ero a cercare di capire cosa mi stesse dicendo senza praticamente aprire la bocca, mescolando gemiti e singulti a un dialetto bavarese che conoscevo ancora troppo poco. Così la costrinsi a ripetere la sua storia non so quante volte, interrompendola per ricostruirne dei brani nel mio tedesco stentato e chiederle conferma. Alla fine, oltre che massacrata di botte, era anche affranta e sfinita, con quella sua povera maschera dell’orrore inondata di pianto. Fin dal principio aveva avuto in mano un fazzoletto appallottolato, inutile per quanto era zuppo, e mentre raccontava se lo avvicinava ogni tanto a questo o quell’altro zigomo, ma si sfiorava soltanto, non poteva asciugarsi perché le faceva troppo male.
Fece quel gesto quand’ebbe finito il suo racconto. Il suo appello. Si toccò gli occhi con il fazzoletto appallottolato, mentre io cercavo di accettare di aver capito.

A distanza di tanti anni non ricordo più quale fosse stata la causa scatenante, forse l’aver ballato con troppo abbandono con un altro, ma non è rilevante. Lei era bavarese, faceva anche lei le pulizie in fabbrica e stava con il Pino, e il sabato precedente, quando erano usciti dal locale, lui l’aveva pestata a sangue. Erano tre giorni che lei lo cercava e lui si faceva negare. Allora lei era venuta a cercare uno dei suoi compagni di stanza, me, perché intercedesse per lei. Lo amava, gli chiedeva perdono, che lo convincessi io della sua devozione, che lo convincessi a tornare da lei.

A ventun anni non ero in grado di elaborare quella situazioni in alcun altro modo che tornando in camera e affrontando il Pino come il Giudizio di Dio. Gliene urlai in faccia di tutti i colori, il Pino reagì come era prevedibile e in quell’occasione forse il piccolo Salvatore dalle mani enormi mi salvò la vita catapultandomi in corridoio e chiudendosi in stanza con lui.
Non so come andò a finire tra l’operaia tedesca e il Pino. Io chiesi e ottenni di essere trasferito e il giorno stesso andai ad abitare in una delle palazzine di fronte, quelle dei tedeschi. Per arrivarci dal ritorno dal lavoro passavo davanti alla finestra della mia vecchia stanza. Tutti i pomeriggi, in pieno inverno, quando arrivavo io, la finestra era spalancata e il Pino vi si stagliava dentro a torso nudo, con i suoi muscoli da Schwarzenegger, e si asciugava il torace abbaiandomi come un cane da quando sbucavo da dietro l’angolo sul marcapiede opposto a quando entravo nel mio androne.

Un breve corollario a questa storia lascio a un secondo tempo perché non è pertinente.
Tirando un po’ di somme, mi accorgo che in tanti decenni di vita vissuta non ho capito quasi niente, però questo fatto è sicuramente uno di quelli che mi sono rimasti dentro come più enigmatici, ma anche indigeribili, dolorosi, e pesanti sul cuore. Assieme al turbamento immortale di non aver mai visto la faccia di quella giovane donna innamorata di un mostro, ma solo, stampato su di essa, il riflesso della faccia del suo mostro.
Eppure vedo oggi quanta gente, dopo aver subito ed essere stata umiliata, ne chiede ancora.
E continuerò a non capire.

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kriòpnevma

Kastorià, un gioiello incastonato sotto l’Albania, a 600 m sul mare. E sono arrivate notizie. Ho voglia di inquadrarle.
Lunedì farà freddo a Berlino e anche, stranamente, a Londra e anche, naturalmente, a Kastorià.

Divagazione 1: Non posso non sorridere ricordando quando, mentre costruivano la casa per cui mi sono svenato a Pirgadikia, mi accadeva di andare in Grecia in marzo: Oh, che bello, vai al caldo mentre noi geliamo… Siccome non è previsto che un “turista” arrivi in marzo, le stanze non hanno riscaldamento. Così a me misero una stufa catalitica. E andavo a dormire con la stufa a manetta vestito di tutto punto. Come quando ero sergente sotto le armi.

Prima che gli ingegneri italiani costruissero la splendida autostrada che da Igoumenitsa mi porta in tre ore e mezzo a Salonicco, mi capitava di fare la strada per Kastorià, salvo poi scendere verso il porto da cui si salpa per l’Italia. Era una strada costellata di edifici improvvisi dopo tratti di natura incontaminata, case dentro piccoli recinti con grandi cartelloni. Concerie. Kastorià si chiama così non per caso. Ma non so se le concerie conciano pelli di castoro. Spero che i castori siano scappati da Kastorià in tempi precedenti a me. Dico solo che erano tutte case senza vita, porte e finestre e cancelli chiusi, forse non si concia più niente, dai conciatori greci. Forse qualcuno ha conciato loro.

Forse adesso scapperanno anche i bambini. Lo spero e lo temo. Leggo che in tutte le scuole di Kastorià non accendono il riscaldamento a gasolio perché non se lo possono permettere.  Già, c’ero anch’io in Grecia quest’anno. Con i nuovi provvedimenti voluti dall’Europa, il governo ha deciso che il gasolio per riscaldamento (in Grecia non c’è una rete di metano e i bomboloni sono praticamente sconosciuti), si pagherà a prezzo pieno, prezzo trasporto. In parole povere, da 0,80 euro a 1,70.

Lunedì, quando aprono le scuole, a Kastorià, a Londra, a Berlino, la temperatura sarà più o meno la stessa. Ma ci sarà una differenza. Che solo a Kastorià i bambini si siederanno nei banchi con il giaccone trapuntato, il cappello di lana e i guanti imbottiti. Perché la scuola non può comprare il gasolio al prezzo stabilito da Merkel e Cameron. Quello che lunedì non pagheranno le scuole di Londra e Berlino. Ma ho il sospetto che Merkel e Cameron non vadano a discutere in Europa pensando ai bambini. Non i loro bambini, se ne hanno, non pensano ai bambini in quanto bambini. Questi europeisti pensano in termini di bambini tedeschi e bambini inglesi, nemmeno del regno unito (questa la metto io che conosco gli inglesi), ma inglesi.

Divagazioni 2: Tutti i bambini del mondo hanno un nome solo che è il nome più bello della storia dell’universo, tutti i bambini si chiamano Domani.

A Kastorià i castori saranno scappati da decenni, ma i bambini che l’Europa vuol far morire di freddo ci sono. Però, leggo, c’è una unica scuola di Kastorià dove si può studiare senza cappotto e cappello, perché un preside ha installato una stufa a legna. Devo essere felice?

Divagazione 3: Il mio piccolo terreno intorno alla mia casa dove con fatica cerco di far verire su alberi da frutto e ulivi ha un recinto e un cancello. Il cancello è sempre stato apribile semplicemente tirando il chiavistello. Poi è arrivata la Merkel…
Ho amici, mi hanno detto: metti un lucchetto sul cancello.
Perché mai, dopo dieci anni?
Perché con il prezzo del gasolio, taglieranno tutti gli alberi per fare legna per i caminetti. E tu hai alberi buoni.
Ho messo il lucchetto.
Prima di partire, quest’anno, a metà ottobre, ascoltavo le motoseghe. Credo che Cameron e Merkel non sappiano nemmeno cosa vuol dire bosco in un paese come la Grecia dove le foreste furono falcidiate per costruire navi con cui impedire ai persiani di invadere l’Europa. Credo che chi ha deciso di stare seduto sulla moneta e non sulla storia non possa né ora né in futuro capire, rappresentare, lanciare il progetto dell’Europa vera.

Capre e guerre hanno pelato la Grecia. Per salvare l’Europa. Adesso ci penseranno Cameron e Merkel a finire di ridurla a deserto. Allora non capisco perché ci abbiamo provato. Sarebbe questa l’Europa? Con i bambini di Londra e Berlino a scuola con le maniche corte e quelli della Grecia con giacconi e manopole? Qualcuno spiega a un vecchio socialista cos’è sta cosa?

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