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Incipit number two

Louvre - photo Marie-Lan Nguyen 2009

Louvre – photo Marie-Lan Nguyen 2009

 

La propria lingua, quella in cui si nasce e cresce, la chiamiamo lingua madre. È anche la lingua della mamma, la si sente parlare prima di venire al mondo, provoca vibrazioni nella placenta dal diaframma e stabilisce a quale tipo di musicalità linguistica ci conformeremo per istinto. Per questo negli USA ci sono gli Aerosmith e da noi c’è Nino D’Angelo.
Uno studio condotto da Christine Moon, Hugo Lagercrantz e Patrica K Kuhl nel 2012 su due gruppi di neonati americano e svedese ha determinato che l’individuo distingue i fonemi della lingua parlata dalla madre, e ascoltata nell’utero, da quelli di una lingua che non ha mai sentito.
La lingua madre si apprende con l’orecchio prima che con l’occhio, è composta da suoni, come una partitura. Il lemma “suono” ha nelle sue origini il vocabolo provenzale so che significava anche «melodia», dal greco melos, musica, la quale appunto si suona.
Sarà perché sono cresciuto  tra letterati e musicofili, ma per me lingua e musica sono realtà indistricabili. Per spiegarmi, e scagionami, chiedo aiuto a Joachim-Ernst Berendt.
Una somma di parole si trasforma in lingua quando i rapporti tra esse vengono disciplinati secondo uno schema normativo, una sintassi (sin = insieme e taxis = ordine).  Nella costruzione di una frase si utilizzano delle cerniere che articolano le parole: la radice ar- (armozo, in greco moderno vuol dire montare, lo trovi scritto sul foglietto che accompagna la brugola nel cartone dell’Ikea), è quella di harmonia, accordo, e arithmos, numero. E i numeri ci servono per «misurare», un termine che attraverso il latino ci arriva dal radicale me-, origine di vocaboli che si riferiscono sia a misura sia a tempo, tra cui il sanscrito matram, ciò che è misurabile (vedi “materia”), da cui l’italiano «metro».
I musicisti parlano sempre di «misure», perché è in misure che suddividono una frase musicale, che si sviluppa in una successione di momenti di tempo. La costruzione melodica si forma cioè in una struttura metrica. Ma matram, misura, e metro, hanno entrambi origine da metra, utero, da cui deriva anche mater, madre.
Lingua madre. Lingua misura. Madre misura. C’era qualche dubbio che Dio avesse creato la donna e non l’uomo?
Prima di nascere, ascoltando la mamma, ascoltiamo la misura che sarà quella su cui ci esprimeremo per la vita, quella che detterà i tempi delle nostre articolazioni verbali.
Ma la lingua è madre anche perché ci genera a livello antropologico. Una lingua è inscindibile dal complesso storico-sociale della gente che la usa, ci trasmette il nostro «modo» di essere. La lingua può ben essere madre «adottiva», come lascia intendere giustamente Frau Zorzenon quando sostiene che «di madrelingua si diventa e non si nasce». Sebbene questa affermazione sia forse troppo spregiudicata e non accettabile tout-court, è tuttavia vero che nessuno ci impedisce di cambiare famiglia e farci adottare da un’altra madre lingua diversa da quella parlata dalla nostra madre biologica.
Basti ascoltare la tennista brindisina Flavia Pennetta che ormai parla italiano con un percepibile accento spagnolo. Però italiano e spagnolo non sono più diversi tra loro che un caffè fatto con la moka da quello fatto con la  cuccumella napoletana (che, a proposito di adozioni, fu inventata da un francese). Se invece un italofono tenta di inglesizzarsi trasferendosi tra lingue che sono strutturalmente, e quindi antropologicamente, quasi contrapposte?
Qui la mia esperienza di vita rivela l’azzardo dell’affermazione di Zorzenon. Dei tantissimi esempi che potrei ricordare riporterò solo uno. A 19 anni andai a lavorare in Germania una prima volta e legai con Mario, un emigrato napoletano. Sapeva solo qualche parola di tedesco. Negli anni successivi, studiando tedesco ed elettrotecnica alle serali, ha fatto carriera, si è sposato e risposato, ora vive una agiata pensione a Monaco di Baviera. A distanza di 50 anni da allora parla correntemente il tedesco, ormai meglio dell’italiano. Ma se lo ascolti da lontano e di quel che dici cogli solo accento e cadenza, giureresti che sta parlando napoletano. Della sua lingua madre ha comunque avuto il sopravvento la struttura musicale. Flavia ha spagnolizzato l’italiano adottando lo spagnolo, Mario ha italianizzato il tedesco perché in realtà non ha adottato il tedesco. E questo avviene 90 volte su cento in chi si trasferisce all’estero. Cento volte su cento in chi impara un’altra lingua restando nel paese d’origine.
Si può adottare facilmente un’altra lingua, ma farsi adottare, cioè acquisire un’altra lingua madre diversa da quella naturale, è difficilissimo, quasi raro.
Il primo passo è nell’imitazione, come fanno i bambini.

Io avevo improvvisamente cominciato a capire e farmi capire in inglese perché ero entrato finalmente in sintonia con la metrica locale, ne percepivo e soprattutto imitavo le misure, insomma ero a Roma e mangiavo da romano; ma tra capire e sentire c’era un abisso, del quale ero ancora inconsapevole e per colmare il quale ci voleva la bionda. Prima però dovevo attraversare un’altra fase.
Se è vero che la stazione eretta ha concesso alla scimmia di avere le mani libere e che fu la collaborazione di mani e occhi a trasformarla in uomo, leggendo l’illuminante Il terzo orecchio di Joachim-Ernst Berendt, a cui ho fatto riferimento per molti degli etimi di cui sopra, si giunge a riconoscere la straordinaria importanza dell’udito. Immagino che in assenza di orecchie la lingua si sarebbe potuta evolvere lo stesso, l’avremmo chiamata «la scritta» (noto di aver usato il verbo chiamare), perché sarebbe esistita solo in quella forma, ma temo che ci saremmo estinti prima. Fatico a figurarmi il cacciatore primitivo che vede la tigre con i denti a sciabola piombare sulla sua donna e trovandosi lontano dalla grotta si stacca precipitosamente dal fianco il cellulare di quei tempi – una lastra di pietra – e vi scolpisce in fretta e furia la parola «Scappa» per mostrarla alla sventurata. Posto sempre che la tigre non avesse già usato lui come antipasto, visto che non l’avrebbe sentita avvicinarsi.
L’udito, guarda caso, è al contrario della vista un senso «femmina», perché ricettivo; lo sguardo infatti è spesso rappresentato con una serie di freccette, simbolo maschile. È sintomatico che l’avvento della cultura visiva coincida con il passaggio dal matriarcato al patriarcato e il nuovo Dio sia rappresentato da un triangolo con dentro un grande occhio. Altrettanto lo è il fatto che gli scienziati, che per necessità professionale devono avere del mondo una visione forse teleologica ma mai teologica, nel sintetizzare l’ipotesi oggi più accreditata dell’origine dell’universo abbiano adottato l’espressione «Big Bang», il grande fragore. (Intrigante l’intuizione di Pitagora secondo cui i movimenti dei pianeti del nostro sistema solare producono un “suono armonico” a noi impercettibile ma con noi assonante: come fosse il teorizzato residuo del Big Bang.)
L’orecchio è anche l’organo preposto alle misurazioni, ascolta i suoni interpretandoli in base alle frequenze e ne coglie il senso lungo un segmento temporale, si può avere un colpo d’occhio  di un’immagine, ma non un colpo d’orecchio di una frase, ci ricorda Joachim-Ernst Berendt. Cosicché l’occhio è spesso approssimativo, l’orecchio mai. Come l’uomo e la donna, appunto.
La stereoscopia ci permette di percepire la tridimensionalità dello spazio, ma l’orecchio fa di più giacché coglie spazio e tempo insieme. Torniamo ai «momenti di tempo», a quel me– che sta dentro a melodia. Ascoltando con gli occhi chiusi si ha preciso il senso dello spazio, lo porge l’orecchio. Se in esso si introducono prima un suono e poi un altro, si ha preciso il senso del tempo intercorso tra i due, l’intervallo… e qualcosa di più: la relazione tra i due suoni, perché il primo suono si arricchisce di un significato ulteriore in base al secondo e viceversa. Un suono è un suono, due suoni sono melodia, perché li unisce un momento di tempo. Una misura. È così sensibile il nostro orecchio alla componente temporale dell’udire che se ascoltiamo un brano musicale «sentiamo» fin dal principio dove si risolverà: i rapporti tra le singole frequenze ci informano sulla tonalità, quella che impropriamente chiamiamo «chiave», e anche se non la sappiamo riconoscere con il suo nome, non sappiamo se è un do, un mi, un si bemolle, ci aspettiamo che nell’ultimo accordo quella nota ricompaia, come una chiave, a chiudere la porta che ha aperto all’inizio. Se non c’è, la immaginiamo e creiamo mentalmente.
Credo che questa sensibilità sia conseguenza del fatto che l’udito è il primo dei nostri sensi, quello che ci fa ascoltare ancor prima di nascere. Joachim-Ernst Berendt ci fa notare che il feto se ne sta raggomitolato nel ventre materno… a forma di orecchio.
Da qui il discorso potrebbe scorrazzare (lat.: discurrere)  letteralmente all’infinito passando attraverso la pitagorica armonia delle sfere celesti, nelle numerose teorie di “accordi”  e “disaccordi” armonici tra uomo e universo, ma mi rassegno a rimanere nei confini della mia fugace esperienza terrena.

Il mio amico Renzo è musicista. Quando anni fa decisi di cimentarmi con la tromba, mi fece da compagno  con il suo clarinetto, straziando con me il vicinato. Non avevo difficoltà a suonare la tromba, ma non sapevo leggere la musica e Renzo cercò di insegnarmelo. Imparai grazie a lui a leggere le note, ma la pigrizia mi impedì di proseguire in quell’apprendimento senza il quale è impossibile suonare uno strumento a  fiato. E saper leggere uno spartito non basta. Al punto in cui ero arrivato io, capivo la musica scritta, ma non la sentivo.
Il mio amico Renzo non legge uno spartito, lui lo ascolta. Non vede le note, lui le sente guardandole e sente le misure, le relazioni tra le note.
La letteratura è fatta con le parole, come la musica con le note, e frasi e periodi si formano con i rapporti tra le parole, le relazioni, i momenti di tempo che le uniscono e separano. Diciamo periodo un complesso di frasi legate tra loro da diverse relazioni sintattiche e utilizziamo per la definizione un vocabolo che fa riferimento al tempo. Sono sempre stato convinto che per cogliere il senso profondo di un testo scritto, bisogna ascoltarlo. Con quale senso della misura? Quello che ci detta la lingua in cui è scritto. Ma quando non è la nostra lingua nativa e non sollecita il nostro orecchio, sensibile a un contesto melodico molto diverso, bisogna prima calarsi spirito e corpo nella cultura di cui quella lingua è espressione. Non adottare ma farsi adottare.

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THE MARTIAN di Andy Weir

The_Martian_2014

Questo romanzo è bello.
Le volte che sono giunto a questa conclusione finendo di tradurre un libro negli ultimi quindici anni credo si contino sulle dita di una mano. La storia dei romanzi scadenti è lunga e la racconterò altrove.
Questo è un libro divertente e appassionante, a cui mi piace riconoscere una narrazione di notevole acume e talento. Riuscire a coinvolgere il lettore per tante pagine nelle vicissitudini di un naufrago solitario catturandone curiosità, ansia, aspettative e partecipazione non è poca cosa.
Siccome è un bel romanzo, un buon libro, gli editori a cui Andy Weir lo propose nel 2012 lo rifiutarono.
Allora Andy lo caricò sul suo sito web e lo offrì gratuitamente a chi voleva leggerlo e i suoi fan lo spinsero a farne una versione Amazon Kindle scaricabile da Amazon.com al prezzo minimo consentito di 99 centesimi di dollaro.
Dopo che ebbe venduto 35000 copie in tre mesi, i coraggiosi editori si fecero avanti e il lavoro di Andy Weir è finalmente diventato un libro nei primi mesi del 2014.
Anche questa è una storia, purtroppo vecchia.
Intanto Ridley Scott ne ha acquisito i diritti per la riduzione cinematografica e ha messo sotto contratto Matt Demon. Sarà quasi sicuramente un film godibile, ma lo humour che corre come un filo conduttore per tutto il romanzo difficilmente emergerà completamente nella versione cinematografica.
Secondo il Wall Street Journal è “il miglior romanzo di pura fantascienza da anni”, ma io mi permetto di non essere del tutto d’accordo, perché questa definizione potrebbe tenere lontani i lettori che non sono patiti del genere. Fantascientifica è l’ambientazione, ma il protagonista è lo spirito vitale che anima noi tutti.
Non devo aggiungere altro, oltre all’invito a leggerlo. Non solo per la storia che racconta, ma anche per la storia che c’è dietro.
Complimenti a Andy Weir.

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