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ho comprato una padella in Grecia

t5sipras-660L’altro giorno ho comprato una padella antiaderente in ceramica in un piccolo Carrefour greco. (Anche Carrefour è una storia greca…).
L’ho comprata per la cucina della casa che quindici anni fa con grande fatica ho costruito in Grecia.
Avevo un fraterno amico a organizzare i lavori di costruzione e ricordo ancora i mille viaggi che facevo in tutte le stagioni con la mia asmatica Alfa 33 4×4 per cercare di seguire i lavori come meglio potevo per coordinare le mie richieste con quel che capacità tecniche – molto primitive – e fondi disponibili ci mettevano a disposizione. E lentamente, anno dopo anno, la casa greca venne su. Venne su con cemento greco, mattoni greci, tegole greche, manodopera greca. E quando arrivai quell’anno sul finire dell’inverno e a poche centinaia di metri dal campo dove costruivo vidi spuntare un comignolo da sopra gli alberi, prima mi disperai pensando che qualcuno avesse costruito una casa addosso alla mia, poi, svoltando nel campo da dietro gli alberi, piansi vedendo i muri e il tetto del mio sogno realizzato. Era il mio comignolo.
Poi oltre i muri venne tutto il resto. Serramenti con legni svedesi. Impianto elettrico con cavi tedeschi, impianto idraulico con materiali tedeschi e italiani, pompe italiane, caldaia italiana, piastrelle e sanitari italiani.
Ma anche i muri in fondo non sono del tutto greci. Io sono in una zona sismica. In una scala da 1 a 10, secondo i criteri greci, qui siamo a 9. Dunque il mio cemento è pieno di tondino, che se provi a fare un buco con il trapano hai il 70% di probabilità di incontrare ferro e allora ciccia, la punta non va dentro.
Ferro di siderurgia italiana.
Non ho mai pensato di controllare cosa c’è scritto sui secchi di vernice bianca per esterni e interni, ma ho un timore…
Ho comprato una padella antiaderente per la cucina della mia casa quasigreca e ho letto le istruzioni in inglese sul cartone della confezione (c’erano anche in greco, ma quello lo mastico, l’inglese lo so meglio dell’italiano). Così ho visto cosa c’era scritto sotto: Made in Turkey.
Se vedo meglio, con gli occhiali adatti, capisco che il brevetto è tedesco, ma la fabbrica è turca. Su licenza? Quel bel fenomeno della delocalizzazione? Ma la Germania è in ogni caso per metà turca.
Mica sarà per questo che ce l’ha a morte con la Grecia… Sai com’è, a pensar male si fa peccato, però…
Qui in Grecia non riescono nemmeno a fare padelle su licenza. Ma come fa un paese totalmente privo di manifattura, un paese di solo terziario fiscalmente incontrollabile, con un’agricoltura e una pastorizia di tipo medievale, a sperare in una ripresa economica sulla base di principi puramente logaritmici, completamente avulsi dalla realtà dell’economia reale?
Stasera mi son fatto uno sfugato, frittata greca con cipolla, patate, erbe, uova.
In una padella comprata in Grecia in un Carrefour in franchising francese e prodotta in Turchia.
Le Grecia è quella che sento respirare sotto i piedi quando esco di casa e cammino e quella che cantano gli uccelli e quella che fruscia nelle fronde della macchia mediterranea.
La Grecia nostra madre che l’Europa vuole sgozzare perché non fa padelle con cui si ingozzano i figli obesi dell’Occidente.

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Le due facce dell’amore, la nemesi

Come si fa a sapere che fine fece quella relazione patologica? La storia di questi personaggi piccolissimi si è persa nella grande risacca del mare dell’esistenza, che porta vicissitudini sulla spiaggia, ce le mostra per un istante tracciate dentro sassolini e rena, e poi in un lampo ce le cancella.
Nel 1967 Monaco di Baviera si preparava alle Olimpiadi del 1972. Il centro cittadino non esisteva, era un cantiere spaventoso, non si capiva niente, poco sicuramente capivano i tedeschi, io poi ero disorientato nella maniera più totale.
Dalla lontanissima periferia dove stava la Whonheim, mi facevo i miei mezzi chilometri a piedi e prendevo quei tram stretti e lunghi e velocissimi che a confronto con i mie tram milanesi erano missili di un film di fantascienza. E dopo qualche mezz’ora entravano in un caos di voragini, macchine movimento terra, cumuli di lastrici, fotoelettriche (parlo di gennaio, febbraio, notti infinite che cominciavano alle 4 del pomeriggio e geli spaventosi), andavo in centro per cercare di vivere un po’.
Se qualcuno va oggi nel centro di Monaco non può immaginare l’odore di terra, i pasticci di fango da scavalcare, i tram da schivare (arrivavano a velocità impressionante, scocciati del caos, e ti tiravano sotto come niente) in mezzo a cumuli di terra e lastre di cemento. Oggi il centro di Monaco è una delle chicche d’Europa.
Nel febbraio del 1968 presi uno dei quei tram filanti per andare in centro, il tram rallentò in mezzo ai cantieri in un buio che uno alle 5 del pomeriggio non ci crederebbe, e scesi nei pressi della stazione ferroviaria. (Come tutti gli emigranti, la stazione ferroviaria da dove sei scaturito è come l’utero della mamma: è lì che torni quando sei alla deriva in un paese che non conosci.)
Arrivando da Marienplatz passo davanti a posticini allettanti dai profumi irresistibili di salsicce, stinchi, crauti, mamma mia, come dire: esci dalla stazione e ti concupiscono subito con le loro fette di pane nero e i loro bratwurstel.
C’è Salvarore. Salvatore! Ehi!
Come va, Salvatore. Bene, dice lui, guardandomi da sotto (io non sono molto alto, ma lui è proprio piccolo). Non ti ho più visto. Non sono più alla Siemens, mi dice. Lavoro ai cantieri della metrò. Ti hanno licenziato? chiedo io. Ma perché?
Salvatore era piccolo e nerboruto, era un nanino impressionante, con quel naso lungo che non si capisce come trovi posto nella sua faccia, era piccolo non di busto ma di gambe, gambe cortissime. E mani che nemmeno Morandi.
L’ho menato, mi disse, e mi hanno sbattuto fuori.
Menato? Chiesi io con un batticuore. Chi hai menato?
Salvatore, piccolissimo uomo di pochissime parole, mi sorrise. Anche le labbra aveva grosse e sorrideva stendendole senza schiuderle, ma quella volta mi mostrò i denti grandi come le mani
Salvatore sorrise e per un istante che non posso dimenticare i suoi occhi sempre languidi si accesero. Il Pino, l’ho menato, mi ha fatto incazzare, quello è proprio storto. L’ho spedito in ospedale e mi hanno licenziato. Alzò verso di me le mani e le girò, dorso in su, le sue mani spaventose come pinne. Tutte le nocche coperte da croste.
Ma lavoro per la nuova metropolitana, mi disse. E si infilò le manone in tasca e si strinse nelle spalle. Io guardai il movimento delle mani e vidi che in tasca entravano solo le dita.
Le croste restarono fuori.

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Destini e sorrisi

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Quaggiù in Grecia mi attacco al satellite e succhio notizie italiche. Il più delle volte, nelle mattine precoci, ascoltando RaiNews, uno dei pochissimi programmi di informazione che fanno informazione e non propaganda. Poi da un po’ di tempo mi saltano fuori questi radiofonici in una finestrella, tre simpaticoni che stanno stretti come quando sul sedile posteriore della Giulia dell’Angelo, si stava stretti io da una parte, la Bionda nel mezzo, il Giolo dall’altra. Ma stretti stretti… però questa è un’altra storia, direbbe il barista di Irma La Dolce.
In mezzo Benedetta.
E ogni volta, il suo sorriso straordinario mi riempie di malinconia. Perché lo conosco così bene, lo ricordo così bene.
Mi sorrideva così suo padre quando ci si incrociava a scuola, per lui io ero il poeta del liceo, ero “lo scrittore” della Zanzara, laddove lui e altri faceva informazione, io ero l’elemento artistico.

Le cose non vanno poi come sembrerebbe e ancora fatico a ricavare un senso da questa complicata verità. Walter sotto sotto pensava che io potessi ripercorrere il successo di Buzzati, un pariniano diventato autorevole scrittore… e anche giornalista.
Io pensavo che Walter  sarebbe potuto essere un ottimo informatore.
Lui si sbagliava su di me, io non mi sbagliavo su di lui.

Negli anni settanta, quando traducevo ancora saggi di peso, mi capitò di andare in Solferino a consultare vecchi numeri del Corriere della Sera.
Destino volle che lo incrociassi nell’atrio.
Eccolo… il suo immenso sorriso, quello che non posso dimenticare, quello che mi si è stampato dentro: “Tullio! Come mai qui?”
Già, lui pensò per un attimo “siamo colleghi?” Ma figurati, tu uomo positivo, te l’ho letto negli occhi quello che pensasti. Ma per favore, non ci ho i numeri.
E’ questo il sorriso, non c’è da nessuna parte perché non fa storia, non fa cronaca, non fa niente. E per me invece fa ricordo, memoria, affetto, vita. Io non ce l’ho fatta perché non ci ho i numeri. Tu non ce la facesti perché ti spararono. Tu e io eravamo ragazzini pariniani con grandi aspirazioni. Le mie furono sconfitte dalla mia inettitudine. Le tue da un branco di idioti che purtroppo hanno prodotto altri idioti come loro e così sarà per sempre, temo.

Ma resta una cosa, almeno per me, una cosa che forse mi servirà a non morire con troppa amarezza.
Il sorriso di Benedetta, che è lo stesso sorriso di Walter quando mi incrociò nell’atrio del Corriere della Sera. E’ il sorriso  dell’evvai! E’ il sorriso del Walter diventato Benedetta, e questa sì che è una benedizione.

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TROPPO

Troppe cose disfatte in troppo pochi mesi, sono in difficoltà. Con gli altri, con me. Luigi era per me un punto di riferimento anche se non lo vedevo o sentivo da anni. Certe ancore ce le hai nel cuore per sempre, non conta la presenza attuale, contra quella storica.

E i mie gatti e… la mia mamma. La mia mamma tremenda e straordinaria, la mia mamma agonistica, nazionale di scherma e alpinista speciale e capostipite, mamma difficile ma mamma, mamma fiorettista di lama e di parola, mamma che ti tagliava a fette, zac zac, mamma che forse tagliò un po’ troppo, ma mamma.

Adesso sono in difficoltà, troppe perdite una via l’altra. Devo metterci King? Non sono sicuro di questo, ma forse non sono stato io a perdere lui, ma lui a perdere me…
Poca cosa per lui, sicuro. Ma credo che poca cosa siamo tutti, relativamente parlando. E credo che pochi siamo quelli che sanno di essere poca cosa.

C’era erba orribile, anzi, c’erano cardi e piantone da segare e zappare sull’umile tumulo che Raffaella e io accumulammo sulla tomba di Kupfer, il primo nella serie dei miei lutti,  ma a forza di zappa è venuto fuori, quel cumolino di sassi… Ecco la poca cosa. Con dentro tanti ricordi, tanta vita, sedici anni, di occhio nell’occhio e code dritte e unghie amanti e fusa e… amore. Amore difficile.

Come con la mia mamma. Difficile ma sempre amore. Credo.

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Ciao Sperling

Anche nella morte vi siete deliziosamente distinti. Voi nulla ne avete potuto, sono state le circostanze, ma quante volte le circostanze ci fotografano.
Quella di Kupfer, gatto beta dall’animo elementare – come quello del tuo padrone –  fu morte cruenta, naturale, semplice e felina, tipica del gatto-gatto.
Tu, gatto alfa, gatto-cane, araldo dell’evoluzione della specie, hai usufruito dell’eutanasia che a noi uomini è negata e, prima che le tue sofferenze fisiche diventassero strazianti come quelle toccate a tuo fratello, sei stato accompagnato da lui, così adesso puoi ricominciare a fargli da guida come quando eri da questa parte. E a difenderlo, come facevi quaggiù, perché da quella parte finiscono anche i cani cattivi e i gattoni randagi, quelli che tu tenevi a bada.
Tuo fratello non parlava mai. Tu, fin da piccolo, guardando gli umani muovere costantemente la bocca, da gatto intelligente, da gatto-cane, decidesti che per ottenere attenzione e credito bisogna fare così. Emettere suoni. Come i nostri parlamentari.
A differenza dei nostri parlamentari tu dicevi cose sensate su argomenti concreti: mangiare, giocare, coccolare, aprire porta, aprire finestra, ehi che qualcuno mi pulisca o cambi quella ghiaia che fa schifo! Avessero imparato da te i parlamentari… Però, cavoli, ultimamente non stavi mai zitto, eh?
Che tuo fratello ti mancasse molto si è capito e forse la sua scomparsa ha finito per segnare un po’ anche il tuo tempo.
Per non rischiare di cedere troppo a zio Alz racconto ora due episodi delle tue ultime settimane che come tanti altri ti hanno distinto nella tua peculiare sensibilità.
Stavamo guardando un film sul divano, tu, come sempre, sulle gambe della tua padrona, e nel film un gatto si è messo a miagolare nel modo particolare che esprime disagio. Sei partito come catapultato e per cinque minuti hai perlustrato febbrilmente tutta la casa, ricomparendo di tanto in tanto da dietro il televisore e fermandoti a osservarci come a chiederci: “Allora, dov’è? Voi lo sapete?” Era tuo fratello che cercavi, dopo che per mesi non lo vedevi più, vero?
Tanto commovente, almeno per me, è stato questo slancio fraterno, tanto ho trovato comico quest’altra manifestazione del tuo elaborato carattere.
Per accompagnare i lunghi viaggi di andata e ritorno in Grecia, Raffaella aveva affinato l’espediente del sottofondo musicale con risultati eccellenti. Dai vari esperimenti era risultato che gradivi soprattutto musica New Age, specificamente per pianoforte. E Raffaella aveva selezionato una serie di ciddì adatti.
Lei però si stufava e almeno nei primi tempi, ancora sperimentali, tentava delle varianti. Tra le altre alcuni vecchi, gloriosi e qualitativamente alti album di Eugenio Finardi. I quali però scatenavano le sonore proteste del gatto-cane Sperling. Finché rinunciò ad ascoltarli in viaggio con lui.
La sera, se ci mettiamo a vedere la tv, Raffaella allunga le gambe posando i piedi su un panchetto, e Sperling si prendeva le cosce (più comode) e Kupfer, quando c’era ancora, si accontentava degli stinchi, o dello schienale. (Su di me ci si stava solo in mancanza della padrona. Giustamente: io sono il maschio, una sottospecie umana).
Prima serata di Sanremo 2012, due settimane prima della sua morte, Sperling è al suo posto sulle cosce di Raffaella, pronto a farci compagnia attraverso tutto quello che scegliamo, assolutamente tutto, da Santoro a Zelig, da Steve Seagal a Penelope Cruz, dall’Inter (ride anche lui e il suo padrone s’incazza) al Barcellona, da CSI a Nonno Felice o che so io. Va bene tutto.
Arriva Eugenio Finardi e come apre bocca, Sperling si drizza sulla zampe, salta giù e si rifugia nella sua cestina (che è poi la cestina di Kupfer, che ormai occupa lui, secondo me per nostalgia).
In sedici anni di vita niente, assolutamente niente, lo aveva scalzato dalle cosce della sua padrona all’ora della tivvù. Ci è riuscito Finardi. (Mi sento obbligato ad aggiungere che quando cantava il suo padrone non si allontanava mai, anzi.)  Be’, noi ci siamo divertiti. Sperling era caparbio, aveva idee e gusti precisi e non smentiva mai se stesso. Sperling non lo rovesciavi mai, si ribellava (Kupfer, lo rovesciavi e gli grattavi la pancia fino a farlo decollare e volare, lo vedevi che stava volando), lui era gatto dritto, gatto alfa.
Ma voglio tornare indietro negli anni, agli inizi, per un’ultima considerazione. Ho letto tante cose sui gatti, che vedono in bianco e nero, che non capiscono le immagini bidimensionali, che non hanno il gusto del dolce eccetra. E credo che siano tutte fesserie. Come che  il gatto sarebbe più stupido del cane, solo perché non ubbidisce. Quando vidi Durlindana che a quattro mesi di vita si arrampicava sui canovacci da cucina di fianco alla porta per saltare sulla maniglia e aprire la porta abbassandola, ebbi dubbi sull’inferiore intelligenza dei gatti. Da notare che mangiava in cucina: voleva solo uscire da lì per due possibili motivi: conquistare territorio e/o trovare chi le elargiva coccole.
Dunque: Sperling e Kupfer erano cuccioli e appena arrivati. Era un primo pomeriggio di siesta e per addormentarmi avevo scelto un documentario, Raffaella non c’era e Sperling era necessariamente in grembo a me. Aveva forse 4 o 5 mesi, un batuffolone. Guardavamo insieme un bosco e… un gatto selvatico. Chi non sa cos’è un selvatico norvegese, non sa cos’è uno dei più bei gatti del mondo. Forse Sperling voleva sapere se quello che c’era sullo schermo era una femmina, perché femmine così, mamma mia… la Belen del mondo felino? Fatto sta che nel filmato, davvero raro perché il selvatico norvegese è praticamente invisibile, si alzò, si girò e si allontanò in linea retta rispetto a noi, verso il fondo dell’immagine.
Sperling, che da quando era comparso il selvatico norvegese si era eccitato ed era andato in tensione sulle zampe, scattò all’inseguimento. Il televisore era su un trespolo e, saltato giù dalle mie ginocchia, Sperling si trovà troppo basso. Guardò ancora una volta il culo del (della?)   norvegese che si allontanava, poi corse sotto il trespolo nella speranza di trovarlo dietro il televisore.
Abbiamo salutato Kupfer nella notte tra il 30 settembre e il primo ottobre dell’anno scorso. Adesso salutiamo il suo fratello gemello, ma molto fratello maggiore da ogni punto di vista, più grosso, più intelligente, più comunicativo.
Ciao anche a te, gatto straordinario, ladro infallibile (tu e il tuo complice: la Banda Bassotti, vi chiamava Raffaella), naso pazzesco, felino cantante e assalitore di caviglie. (Ma poi, il baccalà che rubaste dalla ciotola piena di latte, vi era piaciuto davvero?)

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Mikrì Hellas

Agli inizi degli anni Settanta, quand’eravamo reduci entrambi dal servizio militare (sì, esisteva, e un giorno ne dirò tutto il male che merita, ma adesso che non c’è, chissà perché, certe cose sono molto peggiorate, metti che forse ci sia bisogno di sporcarsi prima di impare cosa vuol dire pulizia), il Claudio di cui altrove in questo piccolo Blog, mi istigava a imitarlo a trascorrere le vacanze in Grecia, luogo non solo idilliaco per verginità della natura, ma per la simpatia e l’empatia dei suoi abitanti.
Gli rispondevo che ci sarei andato solo dopo che fosse caduta la giunta del colonnelli. Non volevo finire in qualche galera greca per aver lasciato libera la mia lingua che in quegli anni era assai lunga.
Da quando cominciai ad andarci, nel 1975, appena caduta la giunta, non ho più smesso. Avevo 29 anni, allora. Dopo quella prima vacanza, ma ancor più dopo quella dell’anno succesivo, durata due mesi in campeggio libero e centellinando la liretta, l’impressione che trassi da questo Paese fantastico da molti punti di vista, era di essere in un’Italia tornata indietro di 15 anni, perché mi ricordava i due viaggi che avevo compiuto con la famiglia, prima lungo il Tirreno e poi lungo l’Adriatico, quand’ero adolescente.
Molti decenni meravigliosi sono passati da allora, durante i quali non ho mai visto qualcosa che mi facesse cambiare idea, una condizione che ho vissuto tra ammirazione e ansia in questo senso: se sei 15 anni indietro puoi evitare di commettere tutti gli errori e orrori commessi da noi nel 15 anni dopo; ma se vedo la mia Italia di 15 anni prima e penso alla schifezza di 15 anni dopo, posso solo piangere.
Oggi scopro che dopo tutti questi anni le parti si invertono.
Il governo fa pubblicare i nomi dei più di 4000 grandi evasori. Di una popolazione di 11 milioni. In proporzione con noi, stiamo parlando di 22000. E da noi ci sono, ci sono, ci sono. Poi minaccia di pubblicare i nomi dei “piccoli” evasori, e qui c’è da cadere in ginocchio. Quanti saranno? Un paio di milioni? Solo?
Credo che sarebbe bene soffermarsi su questi dati inquietanti e magari appellarsi a quel paladino della correttezza fiscale che sarebbe – condizionale – Monti.
A un tratto la Grecia ci è storicamente davanti dopo esserci stati dietro per metà della mia vita. La Grecia ci dice dove finiremo se andiamo avanti così, con amministratori corrotti, con politici faccendieri, con parlamenti pieni di gente scelta dalle lobbies, con sindacati che difendono i mangiapane a tradimento dentro e fuori l’impiego pubblico.
Per secoli abbiamo decantato la Grecia, il suo ruolo di madre di civiltà, per secoli è stata la nostra scienza e coscienza, come la mia povera mamma nel suo ospizio, ingessata nella sua dolce vecchiezza, sulla sua seggiolina, tutta scheletrica nel corpo e con quegli occhi scuri e forti, micidiali occhi che sanno e non dicono più ma ammoniscono sempre. Ce l’abbiamo lì, la Grecia che era dietro, ce l’abbiamo davanti, è il nostro futuro, quando avremo ceduto ancora una volta, come fecero loro, a tutte le cosche – e non so come altro definirle – che sono i reparti, i rioni, i cortili, di una nazione che non sa avere niente di nazionale, ma tutto di familiare e, peggio ancora, parrocchiale.
Erano venuti da noi, goffi semibestie, i greci di allora, e ci fecero Meghali Hellas, e adesso? Qualcuno ha capito che dopo averci insegnato tutto, e ribadisco tutto, adesso ci insegnano di nuovo tutto, e ribadisco tutto?

Ma no, suvvia, mi son lasciato prendere da sangue e articolazioni. Smetto subito, so di scantonare quando non vago sui massimi sistemi. Scendere nella carne da sempre fastidio. Uno dei motivi per cui, a chi mi chiese qualche tempo fa, do fastidio.

 

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ELEFANTASY

 

Sono passato per molte diverse abitazioni nella mia vita, ma un rito era costante: dopo il caffè con gli occhi ancora gonfi, infilarsi in quello che ieri sera hai più o meno abbandonato nel percorso dal divano al letto e scendere per andare all’edicola a comprare il quotidiano.
Il rito era sempre quello, cambiavano l’edicola e il quotidiano, l’edicola per evidenti ragioni logistiche, il quotidiano per mantenere una rotta filosofica-civica-esistenziale costante a dispetto dalle capriole padronali delle testate.
Sono cambiati i tempi, sono invecchiato io, ora l’edicola si trova alla fine di un lungo percorso elegante di ville e cani assordanti, mi mancano i marciapiede con gli sgambetii mattutini e mi manca la forza – la voglia – nella gambe. Ma soprattutto si sono appannati i quotidiani, sono vecchi e stanchi anche loro, la televisione e il web ti bombardano di ultim’ore e il quotidiano nasce con la barba bianca o, peggio ancora, nascono biancobarbosi.  Così succhio le rassegne.
M’alzo prima dell’alba e mentre preparo il caffè accendo radio e tele e ascolto le rassegne-stampa. Ha un vantaggio rispetto al mio vecchio rito: non leggo un solo quotidiano e invece mi faccio un’infarinata di tanti. Anche quelli che non leggerei mai. Anche quelli che non sapevo che esistessero.
Uno in particolare, di questa ultima categoria, si chiama Foglio. Lo facciamo noi, nel senso di noi contribuenti, i pochi che in questo Paese contribuiscono a suon di tasse fino a svenarsi, perché non vende, non lo compra nessuno, e allora viene finanziato da noi. Non esiste, appunto. Come non esistono più i soldi che avevamo in tasca prima di finanziarne l’esistenza.
Ma appare magicamente ogni mattina nelle rassegne.
Sono otto anni che ho appeso il mio vecchio rito al chiodo dalla tivvù e da otto anni ascolto lunghi brani di editoriali di questo quotidiano e per otto anni, ascoltando, sono passato scioccamente dall’addolorata compassione al furore, a seconda dello stato d’animo della mia levata da letto e della qualità del caffè in ultrapazzescoscontostracciato acquistato nell’ultima sortita all’iperultragalattimercato.
L’addolorata compassione mi veniva dal pensare che un simile cumulo di castronerie fosse il prodotto di ingenuità fanciullesca, o stupidità innocente, o preistorica rozzezza intellettiva.
Il furore mi veniva dal sospetto che una così raccapricciante montagna di stupidaggini fosse la  senziente, puntuale, perniciosa e pervicace inoculazione di astute ipocrisie, di teoremi presentati alla rovescia, di surrettizie disinformazioni e travisamenti del vero e artificiose e sgangherate ricostruzioni confezionata malignamente al solo scopo di obliterare la mente dei lettori e ridurli alla pecoreccia ubbidienza. Peggio dell’oppio.

Poi, ah, l’illuminazione. La paranoia mi ha come al solito spinto a deformare la semplice e serena realtà che avevo sotto gli occhi. Un  fantasy.
Da anni, per anni, il Foglio pubblica un fantasy a puntate e se io non fossi stato così inquinato dai mie autoprodotti veleni, me ne sarei accorto e magari mi sarei addirittura abbonato per non perdere la prossima puntata.
Un fantasy delizioso, con un protagonista inesistente, pieno di idee e propositi inesistenti, che fa cose inesistenti spinto dall’entusiasmo inesistente di una massa di individui inesistenti in un’epoca inesistente, dentro un paese inesistente.

E’ spuntato il sole. Spengo la tele e la rassegna stampa. Ma domani, prima dell’alba, non voglio perdermi la prossima puntata. Adesso però si va a vedere se magari è arrivata una e-mail con l’offerta di un lavoro per il prossimo mese. Mi farebbe comodo. Se finisce che devo vendere la tele, mi tocca farmi tutta quella scarpinata tra ville e cani ringhiosi per andare a comprare il Foglio all’edicola.
Per sentirmi dire che non ce l’hanno.
Lo vedi che ha rinscemito anche me? Ho ben detto che non esiste, viene solo raccontato in tivvù.
Che brutta situazione. Senza tivvù, niente Foglio, niente fantasy… ma la tivvù di chi?

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