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Incipit number three

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In quella memorabile mattina del 1961 avevo adottato lo spartito di Mummy Jo, leggevo le suo note e capivo la sua melodia, «vedevo» i nessi che le legavano assieme e utilizzavo quella nuova conoscenza per rispondere nella stessa chiave, per rispondere «a tono», e il dialogo funzionava, dava risultati. Ma ero ancora lontanissimo dal sentire il suo linguaggio, reagivo ad esso con l’intelligenza ma non con la mia «persona», ne usavo con disinvoltura i processi logici ma non quelli analogici,  e questa mia carenza era giustificata, perché il mio orecchio era sensibile alle misure della mia lingua madre, mentre lei parlava sui tempi e i ritmi della sua.
Forse c’era una speciale fatalità nel fatto che per me Miss Aveline sia stata sempre «mamma» Jo. In casa c’era un altro studente ospite pagante, Eric, di Parigi, con il quale conversavo in inglese. Per lui Josephine era Miss Aveline, ma per me era Mummy Jo. Non era signorina, era ridiventata Miss dopo il divorzio da Mr Barnett, e aveva due figli maschi di quindici e tredici anni, Rohan e Brett. Li avrei conosciuti solo negli ultimi giorni della mia vacanza, perché studiavano in una boarding school.
Io comunque ero solo, animato da sano spirito esplorativo e avventuroso, ma solo. Eric, che arrivò solo dieci giorni dopo di me, mi era più giovane di un anno e a quell’età tra maschi la differenza era grande come tra un triciclo e una monovolume, perciò non legai con lui. Mummy Jo lavorava e comunque non avrebbe potuto assistere più che tanto un quindicenne in vacanza. Invitata da Mummy Jo venne a prendere visione dell’ospite italiano Carol, un’amica dei due figli di Jo, che abitava nella stessa strada, sebbene a più di un chilometro da noi. Carol frequentava una scuola locale diurna, perciò il pomeriggio tardi era libera e presente e Mummy Jo aveva favorito l’incontro per togliermi dall’isolamento. Venne, naturalmente, a prendere un tè.
Entrò nella front room questa ragazzina bassa di statura ma abbondantemente ricompensata altrove. Era così brevilinea da riuscire a nascondersi quasi completamente, e credo volutamente, nei capelli, che erano lisci, fulvi, lunghissimi e dappertutto, specie davanti alla faccia. Non ricordo se bevve il tè, ma non so come avrebbe potuto, visto che, sebbene seduta, riuscì a non stare ferma un momento. Per il tempo che fu a casa nostra si dimenò in continuazione assumendo pose, immagino, da autentica contorsionista; potevo solo immaginarlo perché tanta agitazione avveniva dentro il nembo fiammeggiante di quei capelli, da cui spuntavano ogni tanto occhi scintillanti e birichini che mi guardavano sempre e solo di traverso e per pochi istanti.  Lo stesso quando parlava: sempre domande, sempre mitragliate con la velocità con cui l’acqua sgorga dalla falla in una diga, sempre posate su un fiato quasi apprensivo. Inutile dire che non capivo niente. Più che imbarazzato ero stordito. Andò via lasciandomi la sensazione d’essere stato preso a spintoni per un’ora.
Carol sarebbe stata la mia Virgilio nell’esplorazione non solo di Littlehampton, ma soprattutto dell’inglesità. Con il vantaggio tutto speciale d’essere accolto nel mondo esoterico dell’adolescenza locale di cui imparare i riti e soprattutto il gergo.

Littlehampton è un luogo di villeggiatura sulla Manica, oscurato dalla vicina presenza della più nota Worthing. Fuori dalle principali rotte turistiche, in tanti anni che ci sono andato, non vi ho trovato altri italiani che quei pochi che vennero una volta con me. Transitavano stranieri e studenti come me, iscritti a corsi estivi di varie scuole, ma erano tutti svedesi e norvegesi. Ciò significa che avevo solo la lingua inglese con cui comunicare e che non ascoltavo che inglese in casa e fuori. South Terrace, la via in cui abitavo al numero 39, era lunghissima, di fronte al mare, o per meglio dire, di fronte a una striscia erbosa altrettanto lunga e larga il doppio di un campo di calcio, delimitata sull’altro lato da un argine di due metri circa, sopra il quale correva il lungomare vero e proprio, la promenade. Da lassù si scendeva in spiaggia per mezzo di scalette disposte a intervalli. Quando non accompagnavo Mummy Jo in qualche commissione, trascorrevo le mattine di tempo buono in spiaggia a leggere e le concludevo al Butlin’s Park, una specie di Paese delle Meraviglie dov’era condensata la più esaustiva collezione di giostre, baracconi e macchine mangiasoldi che abbia mai visto.

La mia iniziazione da fanciullo a giovane uomo avvenne a Littlehampton. La mia adolescenza si è svolta lassù tra i quindici e i diciannove anni. In Italia frequentavo una delle scuole più impegnative d’Italia, il ginnasio e liceo Parini di Milano, lo studio a casa era massacrante e le mie serate erano dedicate agli allenamenti. Il sabato sera per tutto l’inverno avevo le gare di nuoto. Svaghi e compagnie di coetanei erano dunque circoscritti alle vacanze estive, sempre monche perché non ci fu anno senza che sostenessi esami di riparazione a settembre. Sono stato rimandato, in anni diversi, in tutte le materia. Compresa ginnastica. Ma le mie vacanze, le trascorrevo a Littlehampton, in una casa che era diventata casa mia, presso una signora che era diventata una mamma, due amici che erano due fratelli, una zia adottata che era diventata anche zia mia. La mia adolescenza, quella vera, quella delle prime bevute, le prime sigarette, i filarini, le trasgressioni innocenti, le grandi confidenze e le passioni struggenti, quella adolescenza pensava in inglese e parlava inglese.
Nei tardi pomeriggi del 1961 raggiungevo a piedi l’abitazione di Carol e mi beavo per un’ora o due delle sue convulse moine, dandole sicuramente l’impressione di essere un ritardato per la mia scarsa reattività ai suoi discorsi e alle sue domande. Si passeggiava, ci si sedeva sull’argine con i piedi a penzoloni, lei mi guarda sempre di sottecchi attraverso i capelli, mi sorrideva con una ciocca di capelli tra le labbra, mentre se li masticava, mi scoccava domande velocissime e mi faceva una gran compagnia. Io dal canto mio la fissavo spesso, soprattutto per cercare di interpretare le sue frasi osservandole il movimento della bocca, impresa vana. Aveva un viso perfetto, incantevole, l’avrei ritrovato anni dopo al cinema in quello di Candice Bergen di Conoscenza carnale. Ed ebbe con me una pazienza da missionaria da molti punti di vista. L’impossibilità di dare significato alle sue repentine scariche verbali mi spinse a salire a un superiore livello interpretativo del linguaggio e supplire con un contemporaneo esame di tutta la sua mimica e del tono ogni volta che mi parlava. Dovevo ascoltarla insomma non solo con le orecchie, ma con il cuore. È un esercizio che non avrei mai più abbandonato. (Da traduttore, oltre che con le orecchie, ho sempre letto con il cuore.)
Ho notato, con gli anni, che ciascuno di noi conserva buona memoria delle proprie gaffe e brutte figure e cerco di trovare consolazione nella consapevolezza che le vittime e i testimoni delle nostre «toppate» ne perdono quasi subito traccia.
Ricordo con precisione la piazzetta ombreggiata dalle querce dove, durante una delle nostre passeggiate, Carol si lanciò contemporaneamente in uno dei suoi reiterati tentativi di attirarmi su un piano di relazione più intimo e in uno sforzo di mostrarsi quattordicenne matura ed emancipata. Per la sua duplice strategia scelse una barzelletta piccante. Funzionava più o meno così: un tizio cerca una stazione alla radio e passa velocemente da un programma all’altro cogliendo di ciascuno solo uno stralcio brevissimo. La successione è la seguente: una canzone d’amore, un incontro di pugilato, una partita di tennis, uno sceneggiato radiofonico. E la serie che viene a comporsi è: «Darling, I love you» «Now they are on the floor» «In out in out in out» «And after nine months a little boy was born».
Non mi fu d’aiuto la sua recitazione ansimante e ovattata dai capelli, ma la verità è che la mia stentata comprensione dell’inglese mi negò la capacità di sintesi e mentre stavo ancora compitando mentalmente le singole parole, lei aveva accantonato l’argomento più imbarazzata che spazientita. «You didn’t like it», disse. «Oh, well, it wasn’t that good.»
L’incidente rimase però sospeso tra di noi per il resto del pomeriggio come una proposta di matrimonio rifiutata, e fu solo a sera, dopo averci a lungo ragionato, che ricostruii il senso della storiella. Sentendomi un perfetto idiota. Per questo non me lo posso più dimenticare.
Questo episodio per me un po’ commovente per il suo infantile  candore mi serve da esempio per spiegare che cosa intendo per ascolto analitico e ascolto sintetico. Finché la percezione dell’espressione verbale muove solo meccanismi mentali analitici c’è il rischio  di non cogliere il senso totale di ciò che è stato detto. Il pensiero analitico si sviluppa necessariamente secondo schemi logici, mentre in quello sintetico interviene in modo decisivo la componente analogica, ampliando il senso intrinseco del testo (parlato o scritto) per inglobare in esso un gran numero di risonanze associative. Se non possiamo fare a meno di reagire emotivamente alla musica è proprio perché, nell’ascoltare una nota,  il nostro orecchio ne percepisce anche numerose armoniche, le quali a loro volta si legano alle armoniche delle note seguenti occupando tutto lo spazio uditivo circostante il tema melodico come un paesaggio  avvolge un fiume. Se guardiamo il fiume con un potente binocolo, ne potremo giudicare le caratteristiche specifiche come velocità e grado di limpidezza dell’acqua, presenza di rapide e gorghi, affioramento di sassi o rocce; ma solo spaziando con lo sguardo ne apprezzeremo la portata, le anse, i giochi cromatici, l’influenza estetica e anche economica sulle campagne circostanti.
Se non esistesse la componente analogica nell’espressione verbale, non esisterebbero le barzellette. Né belle, né scadenti.
Il limite che ci si oppone con una lingua di cui non abbiamo padronanza è analogo all’angolo entro cui ci obbliga il binocolo. Per decifrare la frase dobbiamo concentrarci sulle parole, la grammatica e la sintassi, e troppo spesso ciò che ne ricaviamo è solo il suo significato immanente, diciamo unidimensionale, mentre la lingua, come il suono, esprime i suoi concetti in maniera pluridimensionale, non solo nello spazio e nel tempo, ma persino nella coscienza e nell’inconscio, cioè là dove la nostra percezione è sensibile agli impliciti della lingua madre e stenta pertanto a reagire a quelli di una lingua straniera. Concorrono nell’esposizione di un concetto oltre ai legami fisici tra le parole anche la scelta dei singoli vocaboli con tutto il loro peso filologico, onomatopeico ed estetico, la costruzione con la sua altalena di enfasi, le associazioni, le allusioni, le insinuazioni, le provocazioni che ne rivestono e arricchiscono la stesura sic et simpliciter. Nel periodo precedente ho utilizzato volutamente una costruzione particolare, iniziando con la forma verbale «concorrono» perché il lettore leggesse tutto il brano avendo subito come punto di riferimento fondamentale l’immagine di un affollarsi e sovrapporsi.

Per tornare alla musica e all’amico Renzo, la frase va letta nel suo insieme, non parola per parola, come il rigo musicale non va visto nota per nota. Ma perché ciò avvenga è necessario essere sorretti dalla percezione di quella che Umberto Eco chiamerebbe la «sceneggiatura», il contesto. Quello del romanzo o racconto in cui la frase è inserita, senz’altro sì, ma non solo. Perché nel suo aspetto formale la lingua rimanda in continuazione a un contesto più ampio, fuori della copertina, rimanda cioè a quella Sceneggiatura con la S maiuscola che si compone della storia, la psicologia, la struttura sociale del popolo che in quella lingua si esprime. Come dire che Renzo non solo sente la melodia mentre legge le note, ma la rapporta istintivamente alla musica che conosce e che è alla base della sua formazione, da Mozart ai 99 Posse.
Come dire che pensando all’Arno, non viene in mente solo un serpente di acque poco chiare, ma riaffiorano subito Firenze e Pisa, e i loro ponti e balconi, e poi chiese, monumenti, statue, guelfi e ghibellini, repubblica marinara e signoria, Lorenzo, Caterina, la cucina francese (Caterina portò l’arte culinaria in Francia), l’anatra a l’orange. Senti dire «Arno» e magari pensi: «Un Corton de Renardes 1998, s’il vouz plais». Si sposa con il canard.
Ma quali associazioni inglesi avrebbe potuto estrarre dal mio bagaglio culturale la storiella di Carol, quando le mie valigie erano piene di italianità?
Il mio fu un faticoso rinascere, del resto in un’età propizia perché assegnata da sempre a una delle metamorfosi cardine nell’esistenza di un individuo, in una realtà molto diversa da quella che conoscevo. La lingua, che è il  cemento principale di una società, ne è anche il riflesso insistente e onnipresente. Io intraprendevo quell’estate un percorso inverso a quello naturale, partivo da una scarsa conoscenza dell’inglese per calarmi nell’inglesità e avrei dovuto scendere in essa come un palombaro fino a toccare il fondo. Solo allora avrei potuto darmi la spinta con cui riemergere in superficie… avendo imparato a nuotare nell’inglese come sapevo nuotare nell’acqua.
Per riuscirci, dovevo abbandonarmi, lasciarmi andare, come quando si impara a nuotare, appunto, o ad andare in bicicletta, o a fare l’amore. Presenza di spirito e abbandono, mi ci volevano, la passione dell’esploratore, che viaggia vigile e curiosa e archivia in continuazione, ma tiene mente e cuore sempre aperti a qualsiasi sorpresa, sempre pronti ad accogliere tutto e di tutto.
Non lo feci consapevolmente. Ma stavo bene, circondato da persone che mi volevano bene, e forse anche grazie all’impulso naturale in un quasi quindicenne a farsi accettare, ad appartenere, buttai fuori tutto il mio fiato italiano e cominciai a scendere verso il fondo. Quando vi avessi posato finalmente i piedi, mi sarei spinto fuori e la prima boccata sarebbe stata di aria inglese.
E venne il mattino in cui mi svegliai sulla scia di un sogno e nel rendermi conto di averlo concepito in inglese mi accorsi che anche cercando di ricostruirlo, come accade di fare quando si ricorda qualcosa di ciò che si è sognato, stavo riflettendo in inglese.
Linguisticamente ero stato adottato.

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ho comprato una padella in Grecia

t5sipras-660L’altro giorno ho comprato una padella antiaderente in ceramica in un piccolo Carrefour greco. (Anche Carrefour è una storia greca…).
L’ho comprata per la cucina della casa che quindici anni fa con grande fatica ho costruito in Grecia.
Avevo un fraterno amico a organizzare i lavori di costruzione e ricordo ancora i mille viaggi che facevo in tutte le stagioni con la mia asmatica Alfa 33 4×4 per cercare di seguire i lavori come meglio potevo per coordinare le mie richieste con quel che capacità tecniche – molto primitive – e fondi disponibili ci mettevano a disposizione. E lentamente, anno dopo anno, la casa greca venne su. Venne su con cemento greco, mattoni greci, tegole greche, manodopera greca. E quando arrivai quell’anno sul finire dell’inverno e a poche centinaia di metri dal campo dove costruivo vidi spuntare un comignolo da sopra gli alberi, prima mi disperai pensando che qualcuno avesse costruito una casa addosso alla mia, poi, svoltando nel campo da dietro gli alberi, piansi vedendo i muri e il tetto del mio sogno realizzato. Era il mio comignolo.
Poi oltre i muri venne tutto il resto. Serramenti con legni svedesi. Impianto elettrico con cavi tedeschi, impianto idraulico con materiali tedeschi e italiani, pompe italiane, caldaia italiana, piastrelle e sanitari italiani.
Ma anche i muri in fondo non sono del tutto greci. Io sono in una zona sismica. In una scala da 1 a 10, secondo i criteri greci, qui siamo a 9. Dunque il mio cemento è pieno di tondino, che se provi a fare un buco con il trapano hai il 70% di probabilità di incontrare ferro e allora ciccia, la punta non va dentro.
Ferro di siderurgia italiana.
Non ho mai pensato di controllare cosa c’è scritto sui secchi di vernice bianca per esterni e interni, ma ho un timore…
Ho comprato una padella antiaderente per la cucina della mia casa quasigreca e ho letto le istruzioni in inglese sul cartone della confezione (c’erano anche in greco, ma quello lo mastico, l’inglese lo so meglio dell’italiano). Così ho visto cosa c’era scritto sotto: Made in Turkey.
Se vedo meglio, con gli occhiali adatti, capisco che il brevetto è tedesco, ma la fabbrica è turca. Su licenza? Quel bel fenomeno della delocalizzazione? Ma la Germania è in ogni caso per metà turca.
Mica sarà per questo che ce l’ha a morte con la Grecia… Sai com’è, a pensar male si fa peccato, però…
Qui in Grecia non riescono nemmeno a fare padelle su licenza. Ma come fa un paese totalmente privo di manifattura, un paese di solo terziario fiscalmente incontrollabile, con un’agricoltura e una pastorizia di tipo medievale, a sperare in una ripresa economica sulla base di principi puramente logaritmici, completamente avulsi dalla realtà dell’economia reale?
Stasera mi son fatto uno sfugato, frittata greca con cipolla, patate, erbe, uova.
In una padella comprata in Grecia in un Carrefour in franchising francese e prodotta in Turchia.
Le Grecia è quella che sento respirare sotto i piedi quando esco di casa e cammino e quella che cantano gli uccelli e quella che fruscia nelle fronde della macchia mediterranea.
La Grecia nostra madre che l’Europa vuole sgozzare perché non fa padelle con cui si ingozzano i figli obesi dell’Occidente.

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Le due facce dell’amore, la nemesi

Come si fa a sapere che fine fece quella relazione patologica? La storia di questi personaggi piccolissimi si è persa nella grande risacca del mare dell’esistenza, che porta vicissitudini sulla spiaggia, ce le mostra per un istante tracciate dentro sassolini e rena, e poi in un lampo ce le cancella.
Nel 1967 Monaco di Baviera si preparava alle Olimpiadi del 1972. Il centro cittadino non esisteva, era un cantiere spaventoso, non si capiva niente, poco sicuramente capivano i tedeschi, io poi ero disorientato nella maniera più totale.
Dalla lontanissima periferia dove stava la Whonheim, mi facevo i miei mezzi chilometri a piedi e prendevo quei tram stretti e lunghi e velocissimi che a confronto con i mie tram milanesi erano missili di un film di fantascienza. E dopo qualche mezz’ora entravano in un caos di voragini, macchine movimento terra, cumuli di lastrici, fotoelettriche (parlo di gennaio, febbraio, notti infinite che cominciavano alle 4 del pomeriggio e geli spaventosi), andavo in centro per cercare di vivere un po’.
Se qualcuno va oggi nel centro di Monaco non può immaginare l’odore di terra, i pasticci di fango da scavalcare, i tram da schivare (arrivavano a velocità impressionante, scocciati del caos, e ti tiravano sotto come niente) in mezzo a cumuli di terra e lastre di cemento. Oggi il centro di Monaco è una delle chicche d’Europa.
Nel febbraio del 1968 presi uno dei quei tram filanti per andare in centro, il tram rallentò in mezzo ai cantieri in un buio che uno alle 5 del pomeriggio non ci crederebbe, e scesi nei pressi della stazione ferroviaria. (Come tutti gli emigranti, la stazione ferroviaria da dove sei scaturito è come l’utero della mamma: è lì che torni quando sei alla deriva in un paese che non conosci.)
Arrivando da Marienplatz passo davanti a posticini allettanti dai profumi irresistibili di salsicce, stinchi, crauti, mamma mia, come dire: esci dalla stazione e ti concupiscono subito con le loro fette di pane nero e i loro bratwurstel.
C’è Salvarore. Salvatore! Ehi!
Come va, Salvatore. Bene, dice lui, guardandomi da sotto (io non sono molto alto, ma lui è proprio piccolo). Non ti ho più visto. Non sono più alla Siemens, mi dice. Lavoro ai cantieri della metrò. Ti hanno licenziato? chiedo io. Ma perché?
Salvatore era piccolo e nerboruto, era un nanino impressionante, con quel naso lungo che non si capisce come trovi posto nella sua faccia, era piccolo non di busto ma di gambe, gambe cortissime. E mani che nemmeno Morandi.
L’ho menato, mi disse, e mi hanno sbattuto fuori.
Menato? Chiesi io con un batticuore. Chi hai menato?
Salvatore, piccolissimo uomo di pochissime parole, mi sorrise. Anche le labbra aveva grosse e sorrideva stendendole senza schiuderle, ma quella volta mi mostrò i denti grandi come le mani
Salvatore sorrise e per un istante che non posso dimenticare i suoi occhi sempre languidi si accesero. Il Pino, l’ho menato, mi ha fatto incazzare, quello è proprio storto. L’ho spedito in ospedale e mi hanno licenziato. Alzò verso di me le mani e le girò, dorso in su, le sue mani spaventose come pinne. Tutte le nocche coperte da croste.
Ma lavoro per la nuova metropolitana, mi disse. E si infilò le manone in tasca e si strinse nelle spalle. Io guardai il movimento delle mani e vidi che in tasca entravano solo le dita.
Le croste restarono fuori.

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Destini e sorrisi

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Quaggiù in Grecia mi attacco al satellite e succhio notizie italiche. Il più delle volte, nelle mattine precoci, ascoltando RaiNews, uno dei pochissimi programmi di informazione che fanno informazione e non propaganda. Poi da un po’ di tempo mi saltano fuori questi radiofonici in una finestrella, tre simpaticoni che stanno stretti come quando sul sedile posteriore della Giulia dell’Angelo, si stava stretti io da una parte, la Bionda nel mezzo, il Giolo dall’altra. Ma stretti stretti… però questa è un’altra storia, direbbe il barista di Irma La Dolce.
In mezzo Benedetta.
E ogni volta, il suo sorriso straordinario mi riempie di malinconia. Perché lo conosco così bene, lo ricordo così bene.
Mi sorrideva così suo padre quando ci si incrociava a scuola, per lui io ero il poeta del liceo, ero “lo scrittore” della Zanzara, laddove lui e altri faceva informazione, io ero l’elemento artistico.

Le cose non vanno poi come sembrerebbe e ancora fatico a ricavare un senso da questa complicata verità. Walter sotto sotto pensava che io potessi ripercorrere il successo di Buzzati, un pariniano diventato autorevole scrittore… e anche giornalista.
Io pensavo che Walter  sarebbe potuto essere un ottimo informatore.
Lui si sbagliava su di me, io non mi sbagliavo su di lui.

Negli anni settanta, quando traducevo ancora saggi di peso, mi capitò di andare in Solferino a consultare vecchi numeri del Corriere della Sera.
Destino volle che lo incrociassi nell’atrio.
Eccolo… il suo immenso sorriso, quello che non posso dimenticare, quello che mi si è stampato dentro: “Tullio! Come mai qui?”
Già, lui pensò per un attimo “siamo colleghi?” Ma figurati, tu uomo positivo, te l’ho letto negli occhi quello che pensasti. Ma per favore, non ci ho i numeri.
E’ questo il sorriso, non c’è da nessuna parte perché non fa storia, non fa cronaca, non fa niente. E per me invece fa ricordo, memoria, affetto, vita. Io non ce l’ho fatta perché non ci ho i numeri. Tu non ce la facesti perché ti spararono. Tu e io eravamo ragazzini pariniani con grandi aspirazioni. Le mie furono sconfitte dalla mia inettitudine. Le tue da un branco di idioti che purtroppo hanno prodotto altri idioti come loro e così sarà per sempre, temo.

Ma resta una cosa, almeno per me, una cosa che forse mi servirà a non morire con troppa amarezza.
Il sorriso di Benedetta, che è lo stesso sorriso di Walter quando mi incrociò nell’atrio del Corriere della Sera. E’ il sorriso  dell’evvai! E’ il sorriso del Walter diventato Benedetta, e questa sì che è una benedizione.

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TROPPO

Troppe cose disfatte in troppo pochi mesi, sono in difficoltà. Con gli altri, con me. Luigi era per me un punto di riferimento anche se non lo vedevo o sentivo da anni. Certe ancore ce le hai nel cuore per sempre, non conta la presenza attuale, contra quella storica.

E i mie gatti e… la mia mamma. La mia mamma tremenda e straordinaria, la mia mamma agonistica, nazionale di scherma e alpinista speciale e capostipite, mamma difficile ma mamma, mamma fiorettista di lama e di parola, mamma che ti tagliava a fette, zac zac, mamma che forse tagliò un po’ troppo, ma mamma.

Adesso sono in difficoltà, troppe perdite una via l’altra. Devo metterci King? Non sono sicuro di questo, ma forse non sono stato io a perdere lui, ma lui a perdere me…
Poca cosa per lui, sicuro. Ma credo che poca cosa siamo tutti, relativamente parlando. E credo che pochi siamo quelli che sanno di essere poca cosa.

C’era erba orribile, anzi, c’erano cardi e piantone da segare e zappare sull’umile tumulo che Raffaella e io accumulammo sulla tomba di Kupfer, il primo nella serie dei miei lutti,  ma a forza di zappa è venuto fuori, quel cumolino di sassi… Ecco la poca cosa. Con dentro tanti ricordi, tanta vita, sedici anni, di occhio nell’occhio e code dritte e unghie amanti e fusa e… amore. Amore difficile.

Come con la mia mamma. Difficile ma sempre amore. Credo.

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Ciao Sperling

Anche nella morte vi siete deliziosamente distinti. Voi nulla ne avete potuto, sono state le circostanze, ma quante volte le circostanze ci fotografano.
Quella di Kupfer, gatto beta dall’animo elementare – come quello del tuo padrone –  fu morte cruenta, naturale, semplice e felina, tipica del gatto-gatto.
Tu, gatto alfa, gatto-cane, araldo dell’evoluzione della specie, hai usufruito dell’eutanasia che a noi uomini è negata e, prima che le tue sofferenze fisiche diventassero strazianti come quelle toccate a tuo fratello, sei stato accompagnato da lui, così adesso puoi ricominciare a fargli da guida come quando eri da questa parte. E a difenderlo, come facevi quaggiù, perché da quella parte finiscono anche i cani cattivi e i gattoni randagi, quelli che tu tenevi a bada.
Tuo fratello non parlava mai. Tu, fin da piccolo, guardando gli umani muovere costantemente la bocca, da gatto intelligente, da gatto-cane, decidesti che per ottenere attenzione e credito bisogna fare così. Emettere suoni. Come i nostri parlamentari.
A differenza dei nostri parlamentari tu dicevi cose sensate su argomenti concreti: mangiare, giocare, coccolare, aprire porta, aprire finestra, ehi che qualcuno mi pulisca o cambi quella ghiaia che fa schifo! Avessero imparato da te i parlamentari… Però, cavoli, ultimamente non stavi mai zitto, eh?
Che tuo fratello ti mancasse molto si è capito e forse la sua scomparsa ha finito per segnare un po’ anche il tuo tempo.
Per non rischiare di cedere troppo a zio Alz racconto ora due episodi delle tue ultime settimane che come tanti altri ti hanno distinto nella tua peculiare sensibilità.
Stavamo guardando un film sul divano, tu, come sempre, sulle gambe della tua padrona, e nel film un gatto si è messo a miagolare nel modo particolare che esprime disagio. Sei partito come catapultato e per cinque minuti hai perlustrato febbrilmente tutta la casa, ricomparendo di tanto in tanto da dietro il televisore e fermandoti a osservarci come a chiederci: “Allora, dov’è? Voi lo sapete?” Era tuo fratello che cercavi, dopo che per mesi non lo vedevi più, vero?
Tanto commovente, almeno per me, è stato questo slancio fraterno, tanto ho trovato comico quest’altra manifestazione del tuo elaborato carattere.
Per accompagnare i lunghi viaggi di andata e ritorno in Grecia, Raffaella aveva affinato l’espediente del sottofondo musicale con risultati eccellenti. Dai vari esperimenti era risultato che gradivi soprattutto musica New Age, specificamente per pianoforte. E Raffaella aveva selezionato una serie di ciddì adatti.
Lei però si stufava e almeno nei primi tempi, ancora sperimentali, tentava delle varianti. Tra le altre alcuni vecchi, gloriosi e qualitativamente alti album di Eugenio Finardi. I quali però scatenavano le sonore proteste del gatto-cane Sperling. Finché rinunciò ad ascoltarli in viaggio con lui.
La sera, se ci mettiamo a vedere la tv, Raffaella allunga le gambe posando i piedi su un panchetto, e Sperling si prendeva le cosce (più comode) e Kupfer, quando c’era ancora, si accontentava degli stinchi, o dello schienale. (Su di me ci si stava solo in mancanza della padrona. Giustamente: io sono il maschio, una sottospecie umana).
Prima serata di Sanremo 2012, due settimane prima della sua morte, Sperling è al suo posto sulle cosce di Raffaella, pronto a farci compagnia attraverso tutto quello che scegliamo, assolutamente tutto, da Santoro a Zelig, da Steve Seagal a Penelope Cruz, dall’Inter (ride anche lui e il suo padrone s’incazza) al Barcellona, da CSI a Nonno Felice o che so io. Va bene tutto.
Arriva Eugenio Finardi e come apre bocca, Sperling si drizza sulla zampe, salta giù e si rifugia nella sua cestina (che è poi la cestina di Kupfer, che ormai occupa lui, secondo me per nostalgia).
In sedici anni di vita niente, assolutamente niente, lo aveva scalzato dalle cosce della sua padrona all’ora della tivvù. Ci è riuscito Finardi. (Mi sento obbligato ad aggiungere che quando cantava il suo padrone non si allontanava mai, anzi.)  Be’, noi ci siamo divertiti. Sperling era caparbio, aveva idee e gusti precisi e non smentiva mai se stesso. Sperling non lo rovesciavi mai, si ribellava (Kupfer, lo rovesciavi e gli grattavi la pancia fino a farlo decollare e volare, lo vedevi che stava volando), lui era gatto dritto, gatto alfa.
Ma voglio tornare indietro negli anni, agli inizi, per un’ultima considerazione. Ho letto tante cose sui gatti, che vedono in bianco e nero, che non capiscono le immagini bidimensionali, che non hanno il gusto del dolce eccetra. E credo che siano tutte fesserie. Come che  il gatto sarebbe più stupido del cane, solo perché non ubbidisce. Quando vidi Durlindana che a quattro mesi di vita si arrampicava sui canovacci da cucina di fianco alla porta per saltare sulla maniglia e aprire la porta abbassandola, ebbi dubbi sull’inferiore intelligenza dei gatti. Da notare che mangiava in cucina: voleva solo uscire da lì per due possibili motivi: conquistare territorio e/o trovare chi le elargiva coccole.
Dunque: Sperling e Kupfer erano cuccioli e appena arrivati. Era un primo pomeriggio di siesta e per addormentarmi avevo scelto un documentario, Raffaella non c’era e Sperling era necessariamente in grembo a me. Aveva forse 4 o 5 mesi, un batuffolone. Guardavamo insieme un bosco e… un gatto selvatico. Chi non sa cos’è un selvatico norvegese, non sa cos’è uno dei più bei gatti del mondo. Forse Sperling voleva sapere se quello che c’era sullo schermo era una femmina, perché femmine così, mamma mia… la Belen del mondo felino? Fatto sta che nel filmato, davvero raro perché il selvatico norvegese è praticamente invisibile, si alzò, si girò e si allontanò in linea retta rispetto a noi, verso il fondo dell’immagine.
Sperling, che da quando era comparso il selvatico norvegese si era eccitato ed era andato in tensione sulle zampe, scattò all’inseguimento. Il televisore era su un trespolo e, saltato giù dalle mie ginocchia, Sperling si trovà troppo basso. Guardò ancora una volta il culo del (della?)   norvegese che si allontanava, poi corse sotto il trespolo nella speranza di trovarlo dietro il televisore.
Abbiamo salutato Kupfer nella notte tra il 30 settembre e il primo ottobre dell’anno scorso. Adesso salutiamo il suo fratello gemello, ma molto fratello maggiore da ogni punto di vista, più grosso, più intelligente, più comunicativo.
Ciao anche a te, gatto straordinario, ladro infallibile (tu e il tuo complice: la Banda Bassotti, vi chiamava Raffaella), naso pazzesco, felino cantante e assalitore di caviglie. (Ma poi, il baccalà che rubaste dalla ciotola piena di latte, vi era piaciuto davvero?)

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Mikrì Hellas

Agli inizi degli anni Settanta, quand’eravamo reduci entrambi dal servizio militare (sì, esisteva, e un giorno ne dirò tutto il male che merita, ma adesso che non c’è, chissà perché, certe cose sono molto peggiorate, metti che forse ci sia bisogno di sporcarsi prima di impare cosa vuol dire pulizia), il Claudio di cui altrove in questo piccolo Blog, mi istigava a imitarlo a trascorrere le vacanze in Grecia, luogo non solo idilliaco per verginità della natura, ma per la simpatia e l’empatia dei suoi abitanti.
Gli rispondevo che ci sarei andato solo dopo che fosse caduta la giunta del colonnelli. Non volevo finire in qualche galera greca per aver lasciato libera la mia lingua che in quegli anni era assai lunga.
Da quando cominciai ad andarci, nel 1975, appena caduta la giunta, non ho più smesso. Avevo 29 anni, allora. Dopo quella prima vacanza, ma ancor più dopo quella dell’anno succesivo, durata due mesi in campeggio libero e centellinando la liretta, l’impressione che trassi da questo Paese fantastico da molti punti di vista, era di essere in un’Italia tornata indietro di 15 anni, perché mi ricordava i due viaggi che avevo compiuto con la famiglia, prima lungo il Tirreno e poi lungo l’Adriatico, quand’ero adolescente.
Molti decenni meravigliosi sono passati da allora, durante i quali non ho mai visto qualcosa che mi facesse cambiare idea, una condizione che ho vissuto tra ammirazione e ansia in questo senso: se sei 15 anni indietro puoi evitare di commettere tutti gli errori e orrori commessi da noi nel 15 anni dopo; ma se vedo la mia Italia di 15 anni prima e penso alla schifezza di 15 anni dopo, posso solo piangere.
Oggi scopro che dopo tutti questi anni le parti si invertono.
Il governo fa pubblicare i nomi dei più di 4000 grandi evasori. Di una popolazione di 11 milioni. In proporzione con noi, stiamo parlando di 22000. E da noi ci sono, ci sono, ci sono. Poi minaccia di pubblicare i nomi dei “piccoli” evasori, e qui c’è da cadere in ginocchio. Quanti saranno? Un paio di milioni? Solo?
Credo che sarebbe bene soffermarsi su questi dati inquietanti e magari appellarsi a quel paladino della correttezza fiscale che sarebbe – condizionale – Monti.
A un tratto la Grecia ci è storicamente davanti dopo esserci stati dietro per metà della mia vita. La Grecia ci dice dove finiremo se andiamo avanti così, con amministratori corrotti, con politici faccendieri, con parlamenti pieni di gente scelta dalle lobbies, con sindacati che difendono i mangiapane a tradimento dentro e fuori l’impiego pubblico.
Per secoli abbiamo decantato la Grecia, il suo ruolo di madre di civiltà, per secoli è stata la nostra scienza e coscienza, come la mia povera mamma nel suo ospizio, ingessata nella sua dolce vecchiezza, sulla sua seggiolina, tutta scheletrica nel corpo e con quegli occhi scuri e forti, micidiali occhi che sanno e non dicono più ma ammoniscono sempre. Ce l’abbiamo lì, la Grecia che era dietro, ce l’abbiamo davanti, è il nostro futuro, quando avremo ceduto ancora una volta, come fecero loro, a tutte le cosche – e non so come altro definirle – che sono i reparti, i rioni, i cortili, di una nazione che non sa avere niente di nazionale, ma tutto di familiare e, peggio ancora, parrocchiale.
Erano venuti da noi, goffi semibestie, i greci di allora, e ci fecero Meghali Hellas, e adesso? Qualcuno ha capito che dopo averci insegnato tutto, e ribadisco tutto, adesso ci insegnano di nuovo tutto, e ribadisco tutto?

Ma no, suvvia, mi son lasciato prendere da sangue e articolazioni. Smetto subito, so di scantonare quando non vago sui massimi sistemi. Scendere nella carne da sempre fastidio. Uno dei motivi per cui, a chi mi chiese qualche tempo fa, do fastidio.

 

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