Archivio per la categoria vivere

umberto eco tra homo communicans e animal signans

foto da Il Giorno, 20 febbraio 2016

 

Sull’Espresso del 9 aprile 2015 Umberto Eco rifletteva sull’uso compulsivo del cellulare in seguito a un incidente in cui era stato investito da una signora che camminava “incollata al suo telefonino”. In verità confessava di essersi deliberatamente fermato e voltato dall’altra parte per provocare la collisione. Bravo.
Con lo smartphone  la situazione è precipitata, perché ora camminano digitando. E guidano digitando…
Nel suo pezzo Eco ipotizzava che la sindrome da telefonino realizzi uno dei tre desideri che l’umanità ha da secoli perseguito con la magia ( il titolo è Il telefonino e la regina di Biancaneve), cioè poter volare battendo le braccia, eliminare il nemico recitando  formule magiche e infilzando bamboline e comunicare in un lampo a distanza. Quest’ultima magia sarebbe quella che si ottiene con il cellulare, il contatto istantaneo e senza intermediari con il resto del mondo.
Aveva forse ragione Umberto Eco a ritenere che l’uso maniacale del cellulare fosse originato da un anelito di comunicazione ed è anche un pensiero positivo. Mi sembra però che l’avvento dello smartphone abbia rilevato con maggior precisione quale sia l’istinto che ne diffonde l’uso compulsivo.
A differenza di tutte le altre specie l’animale uomo ha affidato l’evoluzione del proprio organismo alla sinergia cultura-tecnologia, un sistema molto più rapido e pratico che ne ha fatto la specie vincente. Questa tecnica evolutiva, protetica poiché si svolge al di fuori del corpo, ha realizzato a tutti gli effetti i primi due desideri indicati da Eco, con deltaplano e parapendio come minimo nel primo caso, e con i droni con cui polverizzare il nemico standosene comodamente seduti in ufficio nel secondo. Se è vero che il terzo desiderio è quello di comunicare istantaneamente con il mondo, allora lo smartphone assolve anche a questa funzione, ma io mi sento meno ottimista, non credo sia quella fondamentale, mi pare piuttosto un effetto collaterale.
Da quando lo smartphone ha saturato il mercato, per allettare gli utenti a continuare comprarne, i produttore puntano ormai sulla funzione fotografica, offrendone continue migliorie, perché dopo il cicaleccio l’attività prevalente è farsi ritratti. L’uso sfrenato degli scatti poco ha a che fare con la comunicazione e molto con l’inondare il mondo di immagini di se stessi. E l’unica comunicazione (il termine implicherebbe una forma di reciprocità) si limita a una collezione di “mi piace”.
Ricordando che l’uomo appartiene al regno animale è facile dedurre che nell’uso compulsivo dello smartphone sfoghi, tra i tanti che abbiamo demandato alla tecnologia,  un indelebile istinto primordiale, quello di diffondere la propria presenza nell’area più vasta possibile: marcare il territorio.
Cosa può appagare di più  che avere a disposizione un territorio sconfinato da marcare, spargersi nell’intero pianeta, incidere il proprio segno in ogni angolo di mondo?

Mi capitò di vedere Umberto Eco una volta, nei primi anni Settanta. Sedevo in una spaziosa sala della redazione di Bompiani e discutevo con il redattore il testo di una mia traduzione, guarda caso di antropologia culturale. Per problemi logistici ci trovavamo in un locale di passaggio, potrei dire di comunicazione, ed Eco entrò, compì lentamente un ampio giro e uscì da dove era arrivato. Non si accorse di noi, anche perché non saremmo dovuti essere lì. Passò con gli occhi incollati alle pagine di un libro che leggeva camminando adagio.

Lascia un commento

creature (finale)

Come credo sia naturale, quando ho saputo di essere malato ho letto varie testimonianze che altri sfortunati hanno affidato al web e ho notato che spesso il cancro viene definito con termini quali “intruso” o “alieno” o “ospite indesiderato”. La tendenza, mi sembra, è di considerare quei grumi di cellule traviate come corpi estranei. Io non la vedo così.
Ho parlato di “creature” raccontando del mio incontro con questo morbo proprio perché il cancro è cosa nostra, nasce da noi, prodotto da noi, è una nostra creatura, non meno di quanto siamo creature noi stessi.
A differenza di quasi tutte le malattie non ci arriva da fuori. Il cancro è una di quelle che si sviluppa nell’organismo dall’organismo stesso. È l’aspetto che trovo più orribile ed è tanto vero, che per liberarsene bisogna sacrificare un pezzo di sé.
Eppure è un fenomeno ordinario, ne sono vulnerabili tutti gli organismi, anche quelli societari. Aderisco a quel filone dell’antropologia culturale che riconosce nelle strutture delle società umane una replica del modo in cui è organizzato il corpo umano. Come avviene dentro di noi, anche nelle nostre comunità un cellula che pure ne è parte integrante può degenerare mettendo in pericolo l’intera struttura. La storia ci ha offerto e ci offre una messe di esempi, basti ricordare la Germania, la Spagna, l’Italia e la Russia dei primi decenni del ventesimo secolo, gli USA contemporanei. L’alterazione fatale colpisce indifferentemente organismi grandi come le nazioni, ma anche più piccoli, per esempio un partito politico come il Partito Democratico italiano.
In tutti i casi nasce dentro di noi, non ci è stata inoculata dagli omini verdi.

Credo che non scriverò altro su questa disgraziata esperienza. Ci sono in rete altri racconti su questo tema infelice, brillanti, esaurienti, commoventi, alcuni purtroppo tragici. Auguro a tutti di non doverci passare e aggiungo un pensiero per i familiari che assistono i malati di tumore in uno stato di angoscia costante e spietata. Se alcuni malati riescono ad affidarsi a serena rassegnazione, fatalismo o fede, coloro che a loro sono variamente affezionati non hanno salvagente, patiscono la loro impotenza di spettatori inermi e la loro sofferenza è corrosiva e priva di argini. L’ho visto con questi occhi. Anche a voi vada tutta la mia comprensione e solidarietà.

Lascia un commento

creature (secondo tempo)

21-10-2014-new-prima-guerra-mondiale-soldati-in-trincea-001

Il giorno 2 febbraio 2016 mi hanno messo in mano una busta. Dentro c’era scritto:
adenocarcinoma gastrico diffusamente ulcerato. Ho sentito il mio orologio interiore che lentamente si arrestava come una vecchia locomotiva che si ferma in stazione. Poi si è spanto il silenzio. Dentro.
Il giorno 8 febbraio, terminata l’ecografia, il medico ha detto: “Fegato illeso”. Sono andato a sedermi su un guscio di plastica in una piccola derivazione di un gelido corridoio sotterraneo, ho preso per mano mia moglie e sono scoppiato a piangere. Forse ce l’avrei fatta.

Le terapie si sviluppano in settimane di sale d’attesa, mentre il corpo si fiacca progressivamente, ed è tra queste ali di umanità che si manifesta la prima, straordinaria sorpresa. Quando entri la prima volta, titubante e inesperto, una schiera di facce si gira a guardarti con un’espressione che non puoi capire al volo perché ti è ancora ignota. Quando sarai alla seconda settimana guarderai anche tu un nuovo arrivato con quella medesima espressione. È comprensione. Solidarietà. È affetto.
Ogni giorno mille italiani scoprono di avere un cancro. Fanno un milione ogni tre anni. Le sale d’aspetto di oncologia sono sempre affollate, ognuna costituisce istintivamente una rete terapeutica di protezione in cui precipiti al primo ingresso credendo di schiantarti, mentre al contrario vieni accolto e sostenuto. Ed entri a farne parte.
Già il secondo giorno gli sguardi di compassione diventano sorrisi e sono sorrisi speciali. Te li senti entrare nel corpo come sonde amiche, andare a caccia del tuo male per neutralizzarlo, senti che il tuo corpo indebolito dalla malattia si carica giorno dopo giorno di una forza diversa, che non è più fisica ma non è meno efficace. Ogni volta che entri in sala d’aspetto vieni investito da quell’onda di energia e impari velocemente a sintonizzarti con gli altri malati  per ritrasmetterla a tua volta.
A un tratto la tua malattia non è più tua, è nostra, lo smarrimento che ti aveva preso sentendoti diverso, escluso, isolato, perché hai il cancro, viene improvvisamente travolto dal calore e l’impegno dei tuoi mille simili, un cameratismo analogo a quello dei commilitoni in guerra.
So bene quanto questo impeto collettivo ha contribuito alla mia guarigione, anche se non me lo so spiegare. Ancora adesso e per sempre conserverò la gratitudine che ho accumulato verso i miei compagni di viaggio in quei giorni di sofferenza assieme allo  stupore e la commozione per questa inattesa esperienza nelle sale d’attesa di oncologia.

1 Commento

creature

image00001

Il cancro è sempre neonato e come neonato è sempre vorace. Smette di essere neonato quando finisce di moltiplicarsi, cioè quando di te non resta più nulla e c’è solo lui.
Se inietti zucchero nel sangue, lo zucchero finisce prevalentemente da lui, perché è famelico. Si concentra anche in reni e vescica, ma sono organi riconoscibili e puoi ignorarli. Non ignori invece quella luminosa lampadina che si accende dove non dovrebbe, in questo caso quella forma triangolare all’imbocco dello stomaco che ho evidenziato con un rettagolino. Vien da pensare al cuore luminoso di E.T., ma non è un cuore, è un parassita, una brutta creatura.

Lascia un commento

quelli con la bottiglia

20160120115212Uomo-con-bottiglia-1966-73x54

                                     imer guala 1966

Nella variegata moltitudine che popola i grandi ospedali si aggirano individui speciali che passano inosservati perché la loro particolarità è di poco conto: si accompagnano a una bottiglia.
Sono bottigliette d’acqua, quelle da mezzo litro, minerale naturale, bottigliette bianche, verdi, azzurre. Si tengono in mano, spuntano dalle tasche, escono dalle borse quando il portatore o la portatrice si siede.
Nelle mie visite, a volte lunghe al capezzale di un parente, non mi ero mai accorto che esistessero. Adesso quando attraverso l’ospedale li cerco istintivamente con gli occhi, quelli della bottiglia.
Sono quelli che hanno dentro la bestia. Nel corpo, non nella bottiglia.
Adesso che attraverso l’ospedale con la mia bottiglietta li riconosco e mi riconosco.
Anch’io quando mi siedo mi metto a contemplare la mia vita riflessa sulla schermo convesso della mia bottiglia di plastica.

1 Commento

bye bye miss Great Britain pie, this is the day the music died

Mi scrive l’amico Alessandro:

9 dicembre
Il giorno più brutto dell’anno.
Mi svegliavo sempre con la radio…era il 1980 e le radio libere erano l’inganno di quella generazione di teenager. Ogni generazione di teenager viene presa per il culo da qualcuno. Soprattutto se sei nato col cuore a sinistra. Dal ’68 alle primarie del PD, il tuo culo se lo prenderanno. E’ ineluttabile. Idealismo e ingenuità sono un’accoppiata fantastica per i cacciatori di culi. Io poi sono mancino, sinistro e trinariciuto, che speranze avevo di sottrarmi alla sodomia, metaforica ma altrettanto dolorosa? Nessuna. A noi , dunque, toccarono le radio “libere”. Oh, Ci spendemmo un sacco. Manifestazioni e petizioni di ogni sorta e qualità a favore della libertà dell’etere. I Dee Jay come rockstar e noi, i veri amanti della musica, della controcultura; romantici antagonisti del monopolio RAI. Poveretti… avremmo solo contribuito a sdoganare gentaglia ammanicata coi peggio figuri dell’industria discografica, quelli che per lo meno la RAI (la RAI di allora) un pochetto arginava. Raccomandazioni, clientelismo, lecchinaggio servile, appartenenza a cupole… sarebbero diventati indispensabili per far passare i propri pezzi in radio. La “caccofonia” che riempie le nostre orecchie ogni giorno, ne è la prova e in quanto alla mia generazione… il nostro contrappasso è passare la notte a cercare programmazioni decenti, proprio sulle frequenze RAI. Talvolta, alle quattro del mattino, qualcosa si trova. Ma nel 1980 si poteva ancora credere a Babbo Natale e che il Punk non fosse solo una speculazione commerciale e che i Beatles sarebbero tornati insieme, a riprendersi lo scettro. Perchè, Signori, è bello discuterne, confrontarsi e tutto quello che si vuole…ma lo scettro, finchè c’è stato uno scettro e non un dildo, è appartenuto ai Beatles. Fino alla mattina del 9 dicembre 1980. Quel mattino le mie radio preferite, non le nomino…me ne vergogno e in genere ai mafiosi non piace sentirsi dare del “mafioso”, erano tutte uno “Startin’ Over” e “Woman” e “Stand by me” e “Happy Xmas”. Ero in ritardo, Liceo Berchet, prima ora Inglese… Professoressa DeMolli, un personaggino che ve lo raccomando… lei posso nominarla…è lei che deve vergognarsi per quanto male lavorò. Registrai l’anomalia ma, boh, era uscito l’album – Double Fantasy – da pochi giorni… ci stava. O forse no, ma non problematizzai. Ero contento che John Lennon fosse tornato; tanto contento…immensamente contento. John era quasi tutto per il me sedicenne. Mi sembrava assolutamente logico che avendo i disc-jockey tra le mani e sui piatti un nuovo suo album, dopo cinque anni di silenzio… non ci fosse contest con nessuno. Io avevo comprato il disco (amato vinile) in un negozio di Porta Romana…”Lo Stregatto”. Oh, come mi piaceva quel negozio. Adesso al suo posto c’è una Banca. Beh, al posto di quasi ogni negozio di Porta Romana adesso c’è una cazzo di Banca. Se sai cercarli, i segni li trovi. La Banca è “intorno a te”, no? Fisicamente! Vuole il tuo bene… e ogni tuo bene. Passato, presente e futuro. Insomma usciì di casa ancora ignaro e ignavo. In Via Lamarmora passava il tram 23. E quasi mi passò sopra. Perchè Monica – storica compagna di ascolti – che era invece appena scesa dall’adiacente rotaiame del 24, stava correndo verso di me, strillando aquilesca il mio nome. E giunta a un inciampo dalla mia faccia attonita e sorpresa, appunto inciampò, urtandomi e spingendomi a un millimetro dal tram in transito. Un millimetro più in là e sarei stato forse il primo a poter correre da John a dirgli che Mark David Chapman è probabilmente la più grande testa di merda ever. Ho già detto che ero ingenuo, no? Adesso lo sono ancora ma se non altro so che quel povero merdiglio, pur oggettivamente ben piazzato, non era nella top ten delle teste di merda. Monica piangeva e urlava. Lei era una ragazza, quindi poteva permettersi di essere innamorata di John… io ero limitato dalla mia eterosessualità. Eh, si…allora c’era ancora qualche eterosessuale. Con orrore crescente il mio traduttore automatico si mise al lavoro e tra ululati, singhiozzi e gemiti, riuscì a selezionare tre parole: “Hanno ucciso John”. Nella notte, Chapman, un delinquente mentecatto, aveva privato il mondo di John Lennon e un bambino di 5 anni del suo papà. Perchè? Perchè nella sua testa mentecatta aveva deciso che doveva punirlo per l’arroganza di quella vecchia frase sui Beatles e Cristo. Negli anni successivi lessi tutto il leggibile sul mentecatto. Le sue frasi mentecatte raccontavano delle vocine che sentiva. Si sa, in genere gli psicopatici sostengono di aver “dovuto” obbedire alle vocine assassine. Beh, non in questo caso. In questo caso pare che perfino le vocine ripetessero al Mentecatto di non sparare. “Non farlo! John è tuo amico!”. Ma il mentecatto non ascoltò le vocine e sparò. E il mondo si inclinò. Il mio quanto meno. E non si sarebbe più raddrizzato. E io da allora corro, cammino, scivolo, cado in salita, contromano… sempre in ritardo, sempre fuori sintonia. Perchè non ero pronto a perdere dio, l’amore, la guida e il mio migliore amico in un solo istante. Elaborai male quel lutto e diventai una brutta persona. Lo sono ancora. Anche se talvolta scrivo parole decenti. Sono solo parole. Sappiatelo. Ci misi diversi giorni, in realtà, a realizzare l’enormità di quell’evento. Per qualche giorno non parlai con nessuno. Se non ne parlavo con nessuno magari era come se non fosse successo. La catarsi avvenne la domenica successiva. Yoko Ono aveva chiesto dieci minuti di raccoglimento alle 15.00, ora di New York. E con buona pace dei fusi orari, il mondo partecipò. Perchè potevamo essere divisi su mille cose…ma tutti volevamo bene a John. La RAI si collegò in diretta con Central Park durante quei dieci minuti. Migliaia, decine di migliaia di persone erano lì. La telecamera si muoveva lenta e solenne, indagando volti increduli, sbigottiti, assenti. Occhi rossi, occhi chiusi, occhi sbarrati. La tristezza era diventata un’entità materiale, palpabile. Se tutte quelle persone erano lì…ahia, allora doveva essere successo davvero. Allora davvero qualcuno aveva assassinato l’uomo che nel 1966, durante la prima trasmissione TV in mondovisione della storia, davanti a un pubblico di un miliardo di persone a cui aveva il potere di dire tutto quello che voleva…scelse di dire “All you need is Love”. Poi, esattamente allo scadere dei dieci minuti, gli altoparlanti iniziarono a trasmettere le note pianistiche di Imagine e milioni di persone più un cavolo di ragazzino grasso milanese scoppiarono a piangere all’unisono. E poi si abbracciarono. Cos’altro possono fare i sopravvissuti? Il ragazzino grasso abbracciò il suo cane Brill. I cani sono il meglio che c’è al mondo, in questi casi. Ma il nove di dicembre (e non l’otto. Qui e nel paese di John, era già il nove) è il giorno peggiore dell’anno. Di ogni anno. Da 34 anni. Give Peace a Chance!

1 Commento

Mitera mas, ti paidià ékanes!

Image

Vengo in Grecia da tanti anni da poter dire che ci ho passato mezza vita. Ci venivo in vacanza, è vero,  ma da molti anni vi trascorro sei mesi. Sono un cittadino italiano diventato un paesano greco. Poiché ho costruito qui una casa, pago ora salatissime tasse greche. Pago anche tasse illegali, ma così modeste che le pago volentieri e se me le impongono è perché la burocrazia fiscale greca non conosce neppure gli accordi internazionali e le leggi europee. Perché  la Grecia è così. Un paese di pasticcioni che credono ancora di risolvere tutto al kafenion.
Trent’anni fa ho conosciuto una persona adorabile, lui e la sua famiglia. Si chiama Micios (l’ho scritto come lo pronunceremmo noi), che è un diminutivo di Takis Dimitris ed è anche un gioco per i greci (“sai come fanno gli italiani per chiamare un gatto? Dicono: micio micio… e invece del gatto arriva Takis Dimitris!”)
Micios era un imprenditore. Topografo e contitolare in una ditta di costruzioni specializzata in strade e porti. Prendeva appalti. Micios era iscritto al Pasok, ma non esercitava, aveva la tessera, da ragazzo era stato un fan del Papandreu padre, o nonno, non so come definirlo, diciamo il capostipite. Ma Micios lavorava per le amministrazioni locali, province e comuni. Solo che se cambiava il governo da socialista e popolare, da Pasok a Nea Demokratia, lui e la sua azienda non lavoravano più. Dovevano aspettare e sperare che cambiasse il governo. Dopo anni iniziali abbastanza stabili, i governi greci cominciarono ad avvicendarsi più velocemente e Micios cominciò a trovarsi con i macchinari costosissimi con cui avviava i lavori (non parliamo solo di bulldozer o escavatrici, ma pensiamo alle gru su cingoli che servono per allestire i frangiflutti, abbandonati d’inverno nella salsedine in riva al mare) fermi per mesi o anni appena al Pasok si sostituiva Nea Demokratia. Detto in parole poverissime, potrei dire italiche, Micios lavorava solo se c’era al governo il partito di cui era simpatizzante. Non perché faceva belle strade e porti sicuri, questo aspetto era del tutto secondario. Suonano i campanelli?
La moglie di Micios, Pighì, era pretore, che se a qualcuno sfugge, è dipendente pubblico. Avevano due figli piccoli, una bimba e un maschietto.

Passano gli anni, le macchine movimento terra e le gru che servono per costruire porti arrugginiscono sui moli perché le amministrazioni di destra non pagano i lavori di una appaltatrice il cui titolare è iscritto al Pasok. E la ditta fallisce.
Micios è greco, non idiota. E’ anche onesto. La sua ditta non fallisce ufficialmente (fa come me, la chiude saldando i debiti che c’erano con i propri risparmi, ma sempre fallimento è). Poi aspetta il primo avvicendamento politico favorevole e rapidamente s’infila nel comune di Salonicco. Diventa dipendente pubblico.
E in famiglia siamo due.
Quando il governo passa di nuovo alla destra, ormai Micios è a posto, licenziare un dipendente dirigente del comune non si può. Intanto la figlia maggiore si è laureata in legge, ha esercitato per due anni come avvocato e sostiene esami per entrare in magistratura. Con una madre magistrato? Possibile che non ci riesca? Viene bocciata una volta, ma poi… ci riesce. Campanelli? Che poi sia un’ottimo pretore – ho avuto modo di constatarlo, ci vuole la testa per quel mestiere, non il codice, e lei è tutta testa – non è rilevante in questo contesto.
E in famiglia siamo in tre su quattro. Dipendenti pubblici.
Il figlio più giovane si affaccia al mondo del lavoro quando ormai è esplosa la crisi. Ha studiato da ingegnere edile quando sembrava che qui dovessero costruire dappertutto. E meno male che non è così. Ma adesso, neosposo di una deliziosa architetto dotata di uno humour così britannico da farti sospettare che sua madre abbia fatto un viaggetto turistico in Inghilterra senza il marito, sono in due a tirare la cinghia e sperare che si riprenda al più presto a costruire case. Fosse arrivato quattro o cinque anni prima, adesso il figlio maschio sarebbe uno strutturista del comune e in famiglia saremmo a quattro su cinque e magari, tirando dentro la mogliettina, anche… en plein, cinque su cinque.

Non ho qualifiche con cui giudicare questa famiglia in questo luogo falsamente virtuale dove giudicare è un esercizio quotidiano di una moltitudine che invece di giudicare se stessa spende ore a censurare il prossimo. Voglio bene a questa famiglia perché sono persone oneste e loro sì che sono persone qualificate, nell’amministrazione pubblica hanno contribuito ad arricchire la Grecia, loro lavorano con impegno e sanno quello che fanno. Micios ha smesso, per la verità, ha cercato di sottrarsi alla mannaia in tempo, visto che era in età di pensione. Ci è riuscito solo a metà, economicamente parlando, la mannaia gli ha dimezzato le disponibilità della vecchiaia. Pighì si è ritrovata a non poter andare in pensione quando era previsto dal suo contratto con lo Stato. Dunque lavora ancora, ma è in salute, i figli sono grandi, come tutte le donne del Sud Europa ha fatto due lavori per tutta la vita, anzi tre, pretore e madre e moglie, ma siccome non ha l’osteoporosi o lo zio Alz o che so io, le è andata bene.

Per chi non aveva un’attività che permettesse di evadere le tasse e arricchirsi a spese della comunità di contadini e operai e minatori c’erano corridoi o sentieri o scorciatoie. Erano i varchi aperti dalla clientela e dal voto di scambio, attraverso cui diventare dipendente pubblico. Ci sono stati dalla fine della guerra in poi. Ne hanno approfittato tutti, dico tutti quelli che non potevano evadere e vivere bene per conto proprio, come i bottegai e i professionisti e gli autonomi. Ne ha approfittato, secondo me giustamente, la famiglia di Micios, cheha portato dentro l’amministrazione pubblica persone preparate e competenti. Ma non è stato così per tutti, anzi. Troppi di coloro che in Grecia hanno utilizzato queste vie traverse furono assunti perché garantissero un voto al partito di turno e collocati in posti inutili o inadatti

Io vorrei che molte persone che inorridiscono per il doloroso disastro greco, inorridiscano per il nostro clientelismo così simile al loro. Questo paese, la Grecia, non è stata messa in ginocchio dalla Merkel. L’hanno messa in ginocchio i greci, evadendo sistematicamente le tasse sotto governi di destra e sinistra che sistematicamente si sono fatti corrompere, anche dalle multinazionali, anche da note megaindustrie tedesche. L’hanno messa in ginocchio le migliaia di greci che si sono venduti ai due partiti in cambio di un posto qualsiasi nell’amministrazione pubblica a qualsiasi livello, così oggi questo povero paese sembra che abbia più dipendenti pubblici che cittadini a cui prestare servizi pubblici. Prendersela con le politiche della UE sarà anche giusto, meritano critiche severe, ma si corre il rischio di dimenticarsi chequesto paese che amo tanto è precipitato in questo gorgo di recessione perché ce lo hanno spinto i greci.

Io e Micios ci siamo parlati come fanno amici di tanti decenni – certo, lui dissertando in greco come un aliante nel grecale e io a corrergli dietro come un bambino analfabeta inciampando dietro un aquilone – e gli ho detto: voi greci siete più fortunati di noi perché voi avete  toccato il fondo e a questo punto potete solo ripulire tutto e venirne fuori bene, mentre noi siamo precipitati solo a metà e siamo impigliati nella melassa delle larghe fraintese. E Micios mi ha risposto: Hai ragione a dire che ripartire da zero servirebbe a fare pulizia, ma sbagli a pensare che abbiamo toccato il fondo, perché siamo rimasti a metà pure noi. Forse sarebbe stato meglio fare bancarotta, non per noi ma per i nostri figli e nipoti.
Zitto, io.
Ci siamo fatti uno tsipurino.
Una faccia una razza…
Si è alzata la brezza da terra, quella del tramonto, che rovescia il giorno con la notte.
Scolato il primo, via il prossimo.
Domani cambia il vento e il mondo va avanti.

Asclepiade direbbe forse:
apriti celeste volta, dacci lacrime chiare
con cui allungare questo vino,
che ci salvi dall’abisso
degli occhi neri di colei che mesce
mosto cantante di inviti
che noi vecchi dobbiamo declinare
e come noi annacquare
nei ricordi del tempo che fu
e fu tempo buono.

4 commenti