Archivio per la categoria vivere

creature

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Il cancro è sempre neonato e come neonato è sempre vorace. Smette di essere neonato quando finisce di moltiplicarsi, cioè quando di te non resta più nulla e c’è solo lui.
Se inietti zucchero nel sangue, lo zucchero finisce prevalentemente da lui, perché è famelico. Si concentra anche in reni e vescica, ma sono organi riconoscibili e puoi ignorarli. Non ignori invece quella luminosa lampadina che si accende dove non dovrebbe, in questo caso quella forma triangolare all’imbocco dello stomaco che ho evidenziato con un rettagolino. Vien da pensare al cuore luminoso di E.T., ma non è un cuore, è un parassita, una brutta creatura.

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quelli con la bottiglia

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                                     imer guala 1966

Nella variegata moltitudine che popola i grandi ospedali si aggirano individui speciali che passano inosservati perché la loro particolarità è di poco conto: si accompagnano a una bottiglia.
Sono bottigliette d’acqua, quelle da mezzo litro, minerale naturale, bottigliette bianche, verdi, azzurre. Si tengono in mano, spuntano dalle tasche, escono dalle borse quando il portatore o la portatrice si siede.
Nelle mie visite, a volte lunghe al capezzale di un parente, non mi ero mai accorto che esistessero. Adesso quando attraverso l’ospedale li cerco istintivamente con gli occhi, quelli della bottiglia.
Sono quelli che hanno dentro la bestia. Nel corpo, non nella bottiglia.
Adesso che attraverso l’ospedale con la mia bottiglietta li riconosco e mi riconosco.
Anch’io quando mi siedo mi metto a contemplare la mia vita riflessa sulla schermo convesso della mia bottiglia di plastica.

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bye bye miss Great Britain pie, this is the day the music died

Mi scrive l’amico Alessandro:

9 dicembre
Il giorno più brutto dell’anno.
Mi svegliavo sempre con la radio…era il 1980 e le radio libere erano l’inganno di quella generazione di teenager. Ogni generazione di teenager viene presa per il culo da qualcuno. Soprattutto se sei nato col cuore a sinistra. Dal ’68 alle primarie del PD, il tuo culo se lo prenderanno. E’ ineluttabile. Idealismo e ingenuità sono un’accoppiata fantastica per i cacciatori di culi. Io poi sono mancino, sinistro e trinariciuto, che speranze avevo di sottrarmi alla sodomia, metaforica ma altrettanto dolorosa? Nessuna. A noi , dunque, toccarono le radio “libere”. Oh, Ci spendemmo un sacco. Manifestazioni e petizioni di ogni sorta e qualità a favore della libertà dell’etere. I Dee Jay come rockstar e noi, i veri amanti della musica, della controcultura; romantici antagonisti del monopolio RAI. Poveretti… avremmo solo contribuito a sdoganare gentaglia ammanicata coi peggio figuri dell’industria discografica, quelli che per lo meno la RAI (la RAI di allora) un pochetto arginava. Raccomandazioni, clientelismo, lecchinaggio servile, appartenenza a cupole… sarebbero diventati indispensabili per far passare i propri pezzi in radio. La “caccofonia” che riempie le nostre orecchie ogni giorno, ne è la prova e in quanto alla mia generazione… il nostro contrappasso è passare la notte a cercare programmazioni decenti, proprio sulle frequenze RAI. Talvolta, alle quattro del mattino, qualcosa si trova. Ma nel 1980 si poteva ancora credere a Babbo Natale e che il Punk non fosse solo una speculazione commerciale e che i Beatles sarebbero tornati insieme, a riprendersi lo scettro. Perchè, Signori, è bello discuterne, confrontarsi e tutto quello che si vuole…ma lo scettro, finchè c’è stato uno scettro e non un dildo, è appartenuto ai Beatles. Fino alla mattina del 9 dicembre 1980. Quel mattino le mie radio preferite, non le nomino…me ne vergogno e in genere ai mafiosi non piace sentirsi dare del “mafioso”, erano tutte uno “Startin’ Over” e “Woman” e “Stand by me” e “Happy Xmas”. Ero in ritardo, Liceo Berchet, prima ora Inglese… Professoressa DeMolli, un personaggino che ve lo raccomando… lei posso nominarla…è lei che deve vergognarsi per quanto male lavorò. Registrai l’anomalia ma, boh, era uscito l’album – Double Fantasy – da pochi giorni… ci stava. O forse no, ma non problematizzai. Ero contento che John Lennon fosse tornato; tanto contento…immensamente contento. John era quasi tutto per il me sedicenne. Mi sembrava assolutamente logico che avendo i disc-jockey tra le mani e sui piatti un nuovo suo album, dopo cinque anni di silenzio… non ci fosse contest con nessuno. Io avevo comprato il disco (amato vinile) in un negozio di Porta Romana…”Lo Stregatto”. Oh, come mi piaceva quel negozio. Adesso al suo posto c’è una Banca. Beh, al posto di quasi ogni negozio di Porta Romana adesso c’è una cazzo di Banca. Se sai cercarli, i segni li trovi. La Banca è “intorno a te”, no? Fisicamente! Vuole il tuo bene… e ogni tuo bene. Passato, presente e futuro. Insomma usciì di casa ancora ignaro e ignavo. In Via Lamarmora passava il tram 23. E quasi mi passò sopra. Perchè Monica – storica compagna di ascolti – che era invece appena scesa dall’adiacente rotaiame del 24, stava correndo verso di me, strillando aquilesca il mio nome. E giunta a un inciampo dalla mia faccia attonita e sorpresa, appunto inciampò, urtandomi e spingendomi a un millimetro dal tram in transito. Un millimetro più in là e sarei stato forse il primo a poter correre da John a dirgli che Mark David Chapman è probabilmente la più grande testa di merda ever. Ho già detto che ero ingenuo, no? Adesso lo sono ancora ma se non altro so che quel povero merdiglio, pur oggettivamente ben piazzato, non era nella top ten delle teste di merda. Monica piangeva e urlava. Lei era una ragazza, quindi poteva permettersi di essere innamorata di John… io ero limitato dalla mia eterosessualità. Eh, si…allora c’era ancora qualche eterosessuale. Con orrore crescente il mio traduttore automatico si mise al lavoro e tra ululati, singhiozzi e gemiti, riuscì a selezionare tre parole: “Hanno ucciso John”. Nella notte, Chapman, un delinquente mentecatto, aveva privato il mondo di John Lennon e un bambino di 5 anni del suo papà. Perchè? Perchè nella sua testa mentecatta aveva deciso che doveva punirlo per l’arroganza di quella vecchia frase sui Beatles e Cristo. Negli anni successivi lessi tutto il leggibile sul mentecatto. Le sue frasi mentecatte raccontavano delle vocine che sentiva. Si sa, in genere gli psicopatici sostengono di aver “dovuto” obbedire alle vocine assassine. Beh, non in questo caso. In questo caso pare che perfino le vocine ripetessero al Mentecatto di non sparare. “Non farlo! John è tuo amico!”. Ma il mentecatto non ascoltò le vocine e sparò. E il mondo si inclinò. Il mio quanto meno. E non si sarebbe più raddrizzato. E io da allora corro, cammino, scivolo, cado in salita, contromano… sempre in ritardo, sempre fuori sintonia. Perchè non ero pronto a perdere dio, l’amore, la guida e il mio migliore amico in un solo istante. Elaborai male quel lutto e diventai una brutta persona. Lo sono ancora. Anche se talvolta scrivo parole decenti. Sono solo parole. Sappiatelo. Ci misi diversi giorni, in realtà, a realizzare l’enormità di quell’evento. Per qualche giorno non parlai con nessuno. Se non ne parlavo con nessuno magari era come se non fosse successo. La catarsi avvenne la domenica successiva. Yoko Ono aveva chiesto dieci minuti di raccoglimento alle 15.00, ora di New York. E con buona pace dei fusi orari, il mondo partecipò. Perchè potevamo essere divisi su mille cose…ma tutti volevamo bene a John. La RAI si collegò in diretta con Central Park durante quei dieci minuti. Migliaia, decine di migliaia di persone erano lì. La telecamera si muoveva lenta e solenne, indagando volti increduli, sbigottiti, assenti. Occhi rossi, occhi chiusi, occhi sbarrati. La tristezza era diventata un’entità materiale, palpabile. Se tutte quelle persone erano lì…ahia, allora doveva essere successo davvero. Allora davvero qualcuno aveva assassinato l’uomo che nel 1966, durante la prima trasmissione TV in mondovisione della storia, davanti a un pubblico di un miliardo di persone a cui aveva il potere di dire tutto quello che voleva…scelse di dire “All you need is Love”. Poi, esattamente allo scadere dei dieci minuti, gli altoparlanti iniziarono a trasmettere le note pianistiche di Imagine e milioni di persone più un cavolo di ragazzino grasso milanese scoppiarono a piangere all’unisono. E poi si abbracciarono. Cos’altro possono fare i sopravvissuti? Il ragazzino grasso abbracciò il suo cane Brill. I cani sono il meglio che c’è al mondo, in questi casi. Ma il nove di dicembre (e non l’otto. Qui e nel paese di John, era già il nove) è il giorno peggiore dell’anno. Di ogni anno. Da 34 anni. Give Peace a Chance!

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Mitera mas, ti paidià ékanes!

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Vengo in Grecia da tanti anni da poter dire che ci ho passato mezza vita. Ci venivo in vacanza, è vero,  ma da molti anni vi trascorro sei mesi. Sono un cittadino italiano diventato un paesano greco. Poiché ho costruito qui una casa, pago ora salatissime tasse greche. Pago anche tasse illegali, ma così modeste che le pago volentieri e se me le impongono è perché la burocrazia fiscale greca non conosce neppure gli accordi internazionali e le leggi europee. Perché  la Grecia è così. Un paese di pasticcioni che credono ancora di risolvere tutto al kafenion.
Trent’anni fa ho conosciuto una persona adorabile, lui e la sua famiglia. Si chiama Micios (l’ho scritto come lo pronunceremmo noi), che è un diminutivo di Takis Dimitris ed è anche un gioco per i greci (“sai come fanno gli italiani per chiamare un gatto? Dicono: micio micio… e invece del gatto arriva Takis Dimitris!”)
Micios era un imprenditore. Topografo e contitolare in una ditta di costruzioni specializzata in strade e porti. Prendeva appalti. Micios era iscritto al Pasok, ma non esercitava, aveva la tessera, da ragazzo era stato un fan del Papandreu padre, o nonno, non so come definirlo, diciamo il capostipite. Ma Micios lavorava per le amministrazioni locali, province e comuni. Solo che se cambiava il governo da socialista e popolare, da Pasok a Nea Demokratia, lui e la sua azienda non lavoravano più. Dovevano aspettare e sperare che cambiasse il governo. Dopo anni iniziali abbastanza stabili, i governi greci cominciarono ad avvicendarsi più velocemente e Micios cominciò a trovarsi con i macchinari costosissimi con cui avviava i lavori (non parliamo solo di bulldozer o escavatrici, ma pensiamo alle gru su cingoli che servono per allestire i frangiflutti, abbandonati d’inverno nella salsedine in riva al mare) fermi per mesi o anni appena al Pasok si sostituiva Nea Demokratia. Detto in parole poverissime, potrei dire italiche, Micios lavorava solo se c’era al governo il partito di cui era simpatizzante. Non perché faceva belle strade e porti sicuri, questo aspetto era del tutto secondario. Suonano i campanelli?
La moglie di Micios, Pighì, era pretore, che se a qualcuno sfugge, è dipendente pubblico. Avevano due figli piccoli, una bimba e un maschietto.

Passano gli anni, le macchine movimento terra e le gru che servono per costruire porti arrugginiscono sui moli perché le amministrazioni di destra non pagano i lavori di una appaltatrice il cui titolare è iscritto al Pasok. E la ditta fallisce.
Micios è greco, non idiota. E’ anche onesto. La sua ditta non fallisce ufficialmente (fa come me, la chiude saldando i debiti che c’erano con i propri risparmi, ma sempre fallimento è). Poi aspetta il primo avvicendamento politico favorevole e rapidamente s’infila nel comune di Salonicco. Diventa dipendente pubblico.
E in famiglia siamo due.
Quando il governo passa di nuovo alla destra, ormai Micios è a posto, licenziare un dipendente dirigente del comune non si può. Intanto la figlia maggiore si è laureata in legge, ha esercitato per due anni come avvocato e sostiene esami per entrare in magistratura. Con una madre magistrato? Possibile che non ci riesca? Viene bocciata una volta, ma poi… ci riesce. Campanelli? Che poi sia un’ottimo pretore – ho avuto modo di constatarlo, ci vuole la testa per quel mestiere, non il codice, e lei è tutta testa – non è rilevante in questo contesto.
E in famiglia siamo in tre su quattro. Dipendenti pubblici.
Il figlio più giovane si affaccia al mondo del lavoro quando ormai è esplosa la crisi. Ha studiato da ingegnere edile quando sembrava che qui dovessero costruire dappertutto. E meno male che non è così. Ma adesso, neosposo di una deliziosa architetto dotata di uno humour così britannico da farti sospettare che sua madre abbia fatto un viaggetto turistico in Inghilterra senza il marito, sono in due a tirare la cinghia e sperare che si riprenda al più presto a costruire case. Fosse arrivato quattro o cinque anni prima, adesso il figlio maschio sarebbe uno strutturista del comune e in famiglia saremmo a quattro su cinque e magari, tirando dentro la mogliettina, anche… en plein, cinque su cinque.

Non ho qualifiche con cui giudicare questa famiglia in questo luogo falsamente virtuale dove giudicare è un esercizio quotidiano di una moltitudine che invece di giudicare se stessa spende ore a censurare il prossimo. Voglio bene a questa famiglia perché sono persone oneste e loro sì che sono persone qualificate, nell’amministrazione pubblica hanno contribuito ad arricchire la Grecia, loro lavorano con impegno e sanno quello che fanno. Micios ha smesso, per la verità, ha cercato di sottrarsi alla mannaia in tempo, visto che era in età di pensione. Ci è riuscito solo a metà, economicamente parlando, la mannaia gli ha dimezzato le disponibilità della vecchiaia. Pighì si è ritrovata a non poter andare in pensione quando era previsto dal suo contratto con lo Stato. Dunque lavora ancora, ma è in salute, i figli sono grandi, come tutte le donne del Sud Europa ha fatto due lavori per tutta la vita, anzi tre, pretore e madre e moglie, ma siccome non ha l’osteoporosi o lo zio Alz o che so io, le è andata bene.

Per chi non aveva un’attività che permettesse di evadere le tasse e arricchirsi a spese della comunità di contadini e operai e minatori c’erano corridoi o sentieri o scorciatoie. Erano i varchi aperti dalla clientela e dal voto di scambio, attraverso cui diventare dipendente pubblico. Ci sono stati dalla fine della guerra in poi. Ne hanno approfittato tutti, dico tutti quelli che non potevano evadere e vivere bene per conto proprio, come i bottegai e i professionisti e gli autonomi. Ne ha approfittato, secondo me giustamente, la famiglia di Micios, cheha portato dentro l’amministrazione pubblica persone preparate e competenti. Ma non è stato così per tutti, anzi. Troppi di coloro che in Grecia hanno utilizzato queste vie traverse furono assunti perché garantissero un voto al partito di turno e collocati in posti inutili o inadatti

Io vorrei che molte persone che inorridiscono per il doloroso disastro greco, inorridiscano per il nostro clientelismo così simile al loro. Questo paese, la Grecia, non è stata messa in ginocchio dalla Merkel. L’hanno messa in ginocchio i greci, evadendo sistematicamente le tasse sotto governi di destra e sinistra che sistematicamente si sono fatti corrompere, anche dalle multinazionali, anche da note megaindustrie tedesche. L’hanno messa in ginocchio le migliaia di greci che si sono venduti ai due partiti in cambio di un posto qualsiasi nell’amministrazione pubblica a qualsiasi livello, così oggi questo povero paese sembra che abbia più dipendenti pubblici che cittadini a cui prestare servizi pubblici. Prendersela con le politiche della UE sarà anche giusto, meritano critiche severe, ma si corre il rischio di dimenticarsi chequesto paese che amo tanto è precipitato in questo gorgo di recessione perché ce lo hanno spinto i greci.

Io e Micios ci siamo parlati come fanno amici di tanti decenni – certo, lui dissertando in greco come un aliante nel grecale e io a corrergli dietro come un bambino analfabeta inciampando dietro un aquilone – e gli ho detto: voi greci siete più fortunati di noi perché voi avete  toccato il fondo e a questo punto potete solo ripulire tutto e venirne fuori bene, mentre noi siamo precipitati solo a metà e siamo impigliati nella melassa delle larghe fraintese. E Micios mi ha risposto: Hai ragione a dire che ripartire da zero servirebbe a fare pulizia, ma sbagli a pensare che abbiamo toccato il fondo, perché siamo rimasti a metà pure noi. Forse sarebbe stato meglio fare bancarotta, non per noi ma per i nostri figli e nipoti.
Zitto, io.
Ci siamo fatti uno tsipurino.
Una faccia una razza…
Si è alzata la brezza da terra, quella del tramonto, che rovescia il giorno con la notte.
Scolato il primo, via il prossimo.
Domani cambia il vento e il mondo va avanti.

Asclepiade direbbe forse:
apriti celeste volta, dacci lacrime chiare
con cui allungare questo vino,
che ci salvi dall’abisso
degli occhi neri di colei che mesce
mosto cantante di inviti
che noi vecchi dobbiamo declinare
e come noi annacquare
nei ricordi del tempo che fu
e fu tempo buono.

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povero maschio, è solo questione di tempo?

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L’anno scorso la biologa Aarathi Prasad ha pubblicato un libro dal titolo stuzzicante Like A Virgin. Non l’ho letto, nemmeno canticchiato, ma so che nel raccontare a grandi linee l’evoluzione del pensiero riguardo la riproduzione (non so se menziona tra gli altri quei cosiddetti primitivi che credevano che le donne venissero fecondate dalla pioggia) e le fantasiose tecniche praticate nei secoli per favorire la fecondazione, giunge all’odierna avanguardia genetica. E alla riproduzione in vitro, la crescita del feto in incubatrici, e finalmente l’ormai vicino superamento dello spermatozoo.

Ne scrive Valeria Palermi sull’Espresso, in un bell’articolo, divertente e “graffiante” , nel quale non manca di associare il libro della Presad al sinistro “La fine degli uomini” con sottotitolo “e l’ascesa delle donne”, che per la verità tratta del secolare conflitto sociale tra generi e non dei loro patrimoni genetici o dei loro meccanismi sotto l’ombelico. Ma indiscutibilmente merita attenzione per la scelta del titolo, una minaccia ben più che sociologica.

Io qualche dubbio l’ho sempre avuto. Di essere inutile, dico.

La vita si preoccupa di funzionalità, la quale si misura sull’ambiente. La fecondazione umana risponde ancora a esigenze ambientali ancestrali. Se si considera la natura nel suo aspetto dinamico, date determinate premesse note è difficile escludere determinate conseguenze come probabili.
L’embrione umano è indifferenziato per 40 giorni. Anche in presenza del cromosoma Y, quello del maschio, l’embrione è come dire asessuato. Poi, se c’è un Y e tutto funziona come previsto, si attiva un gene che comincia a “trasformare” l’embrione indifferenziato in embrione maschio.
Ma se l’Y non c’è, non avviene nessuna “trasformazione” non si attiva niente di “nuovo”, l’embrione continua il suo sviluppo in maniera “lineare” e oplà, è femmina.

Sembra solo logico che nei mammiferi la natura abbia previsto che le femmine producano femmine. Perché solo da una femmina potrà nascere un nuovo individuo. Per ottenere questo fondamentale risultato di sopravvivenza, ha scelto una via “comoda”: ha trasferito metà dell’individuo nuovo in una propria “protesi”, assegnandole il compito di fecondarla. E assegnandole anche una serie di caratteristiche fisiche che sarebbero andate a detrimento della sua fertilità, ma sarebbero servite a nutrire e proteggere lei e la sua prole. Che il maschio sia una protesi mi sembra… visivamente ovvio.

Solo che l’invenzione della protesi inseminante da parte delle specie viventi più evolute, oggi sembra cedere il passo a un altro meccanismo protetico, la cui forza è immensamente maggiore, cioè quello a fondamento dell’evoluzione umana.
Infatti la specie umana ha scelto, a differenza di tutte le altre specie viventi, di progredire fuori del proprio corpo.
Ahia, già intuisco dove dolorosamente vado a finire.

Se scienza e tecnologia proseguiranno su una strada ineluttabile nel campo della procreazione, il genere umano si troverà inevitabilmente ad affrontare il dilemma originario: ora che le macchine sostituiscono i muscoli, le coltivazioni e gli allevamenti sostituiscono la raccolta e la caccia, le società organizzate sostituiscono le tutele del padre-capofamiglia, nel momento in cui si potranno abbinare in laboratorio un cromosoma X a un altro cromosoma X, la natura avrà realizzato la quadratura del cerchio. La donna, vera e unica portatrice della specie, potrò produrre nuove donne senza l’ingombrante, spesso pericolosa, esistenza del maschio.

Chissà che qualcosa non avessi intuito in tempi non sospetti, quando solevo dire: “Se dovessi rinascere e potessi scegliere, nascerei femmina. E se fossi femmina, sarei lesbica”.

Quanto ad appagare certe pulsioni, quando i maschi non esisteranno più,  be’, è già in commercio un ampio catalogo di fantasiosi articolini e articoloni. Senza coinvolgimenti emotivi.
E come direbbe un mio amico, senza sovrastrutture.

 

p.s.: Nel leggiucchiare in Internet su questi argomenti, mi sono accorto che il concetto di “immacolata concezione” (mi sono concesso questo divertente bisticcio) è sconosciuto persino in un paese cattolico come il nostro. Viene citato sempre a sproposito. Una volta ancora metto in guardia su questa incredibile fonte di informazioni ma anche disinformazioni.

 

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le due facce dell’amore… forse

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Nella mia vita non ho capito quasi niente e ho scelto di mettere qui il dolce sorriso di Claudia Schiffer perché è tedesca e perché anche quando non si capisce, non bisogna mai smettere di sperare. Credo.

Nell’autunno e inverno 1967, a 21 anni, ero a Monaco di Baviera, lavoravo in una nuvola di ammoniaca alla Lichtpauserei (reparto fotocopie) della Siemens & Halske e abitavo alla Wohnheim, il dormitorio aziendale.
La Wohnheim era costituita da alcune palazzine sui due lati di un viale ed erano occupate su un lato prevalentemente da lavoratori tedeschi e sull’altro da stranieri. Io dividevo la mia stanza da quattro al pianterreno con due soli compagni immigrati italiani, che chiamerò Pino e Salvatore, di dove fossero è irrilevante. Pino, di statura un po’ sotto la media, aveva i muscoli del Tom Cruise trentenne. Salvatore, parecchio sotto la statura media, aveva un naso principesco e mani come badili. Non ricordo cosa facesse Salvatore in azienda, ma ricordo bene che il Pino faceva le pulizie, vale a dire lui entrava quando uscivamo noi del turno diurno. Quindi lo vedevo solo per pochi minuti al giorno, incrociandolo in camera.
Ero lì da un paio di mesi, quando, uscendo dallo stabilimento  alle quattro e mezzo, fui fermato al cancello da una donna che mi chiamò per nome. Mi sorprese che conoscesse il mio nome e molto di più mi sorprese che riuscisse ad articolare qualcosa di decifrabile da labbra così tumefatte in una faccia che sembrava gonfiata con una pompa per biciclette. O che mi avesse visto da occhi sprofondati in due lividi leberknödeln  che sporgevano oltre gli zigomi. Non ricordo un centimetro della pelle del suo viso che non avesse un colore innaturale, dal giallo al rosso, dal viola al carminio, il porpora, l’ocra.
Quando cominciò a parlare, cominciò a piangere, poi a singhiozzare. Gli altri lavoratori ci sfilavano accanto senza che me ne accorgessi, concentrato com’ero a cercare di capire cosa mi stesse dicendo senza praticamente aprire la bocca, mescolando gemiti e singulti a un dialetto bavarese che conoscevo ancora troppo poco. Così la costrinsi a ripetere la sua storia non so quante volte, interrompendola per ricostruirne dei brani nel mio tedesco stentato e chiederle conferma. Alla fine, oltre che massacrata di botte, era anche affranta e sfinita, con quella sua povera maschera dell’orrore inondata di pianto. Fin dal principio aveva avuto in mano un fazzoletto appallottolato, inutile per quanto era zuppo, e mentre raccontava se lo avvicinava ogni tanto a questo o quell’altro zigomo, ma si sfiorava soltanto, non poteva asciugarsi perché le faceva troppo male.
Fece quel gesto quand’ebbe finito il suo racconto. Il suo appello. Si toccò gli occhi con il fazzoletto appallottolato, mentre io cercavo di accettare di aver capito.

A distanza di tanti anni non ricordo più quale fosse stata la causa scatenante, forse l’aver ballato con troppo abbandono con un altro, ma non è rilevante. Lei era bavarese, faceva anche lei le pulizie in fabbrica e stava con il Pino, e il sabato precedente, quando erano usciti dal locale, lui l’aveva pestata a sangue. Erano tre giorni che lei lo cercava e lui si faceva negare. Allora lei era venuta a cercare uno dei suoi compagni di stanza, me, perché intercedesse per lei. Lo amava, gli chiedeva perdono, che lo convincessi io della sua devozione, che lo convincessi a tornare da lei.

A ventun anni non ero in grado di elaborare quella situazioni in alcun altro modo che tornando in camera e affrontando il Pino come il Giudizio di Dio. Gliene urlai in faccia di tutti i colori, il Pino reagì come era prevedibile e in quell’occasione forse il piccolo Salvatore dalle mani enormi mi salvò la vita catapultandomi in corridoio e chiudendosi in stanza con lui.
Non so come andò a finire tra l’operaia tedesca e il Pino. Io chiesi e ottenni di essere trasferito e il giorno stesso andai ad abitare in una delle palazzine di fronte, quelle dei tedeschi. Per arrivarci dal ritorno dal lavoro passavo davanti alla finestra della mia vecchia stanza. Tutti i pomeriggi, in pieno inverno, quando arrivavo io, la finestra era spalancata e il Pino vi si stagliava dentro a torso nudo, con i suoi muscoli da Schwarzenegger, e si asciugava il torace abbaiandomi come un cane da quando sbucavo da dietro l’angolo sul marcapiede opposto a quando entravo nel mio androne.

Un breve corollario a questa storia lascio a un secondo tempo perché non è pertinente.
Tirando un po’ di somme, mi accorgo che in tanti decenni di vita vissuta non ho capito quasi niente, però questo fatto è sicuramente uno di quelli che mi sono rimasti dentro come più enigmatici, ma anche indigeribili, dolorosi, e pesanti sul cuore. Assieme al turbamento immortale di non aver mai visto la faccia di quella giovane donna innamorata di un mostro, ma solo, stampato su di essa, il riflesso della faccia del suo mostro.
Eppure vedo oggi quanta gente, dopo aver subito ed essere stata umiliata, ne chiede ancora.
E continuerò a non capire.

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Mitera mas, signomas

Come se avessimo girato le spalle a nostra madre.
Ho criticato spesso mia madre, non è che una madre non commetta errori, ma per tutto quello che possa aver sbagliato, non la potrei mettere su una zattera e abbandonare alla deriva. Ora che è vecchia e che i suoi mali sono diventati cronici. La Grecia non è forse la nostra genitrice culturale?
E che fastidio ancora una volta, questi dotti dottori, con le loro diagnosi approssimative e bigotte. Mi domando se sia diventato davvero così difficile fare seriamente il giornalista.
Io non so tutto e non pretendo di enunciare qui tutta la verità, ma desidero citare i pochi dati certi che frugando dappertutto sono riuscito a trovare.
La Grecia aderisce alla zona euro nel 2001 come tutti, tuttavia in deroga al rispetto di tutti i parametri economici richiesti della UE. (Come anche l’Italia, se qualcuno lo ha scordato). Tra il 1999 e il 2000 i suoi conti furono passati alla lente di ingrandimento dalle autorità europee come del resto i nostri. Un po’ difficile falsificare qualcosa.
La ripetutamente citata falsificazione di Simitis non fu dunque per entrare nell’euro e si riferisce invece al rilevamento di Eurostat che denunciò un deficit pubblico greco del 6,1%  nel 2003, cioè tre anni dopo, invece del 3% ufficialmente dichiarato. Intendo dire che Simitis non è difendibile come amministratore della cosa pubblica, ma anche che la questione della falsificazione dei conti per entrane nell’euro somiglia sempre di più a una leggenda metropolitana e ancor più a un fenomeno di transfert. Perché una falsificazione accertata c’è, ed è successiva agli imbrogli di Simitis e alle laute tangenti incassate dal suo partito, il partito socialista greco, in cambio di appalti a grandi industrie tedesche (ma guarda un po’) nell’organizzazione delle Olimpiadi greche: la falsificazione dei conti di Karamanlis con la complicità di alcune grandi banche, che nascostamente in 4 anni precipitò il debito pubblico preesistente da 160 a 300 miliardi di euro.
Fu questo il suo lascito a Papandreou. Una bomba a orologeria che è inevitabilmente esplosa nelle sue mani con le conseguenze che vediamo oggi e che ha ridotto il gradimento del partito socialista all’8%, perché così va il mondo: in politica la colpa è sempre di quello a cui la bomba scoppia, ma di chi la innesca. Mi viene in mente Gorbaciov e ricordo cosa successe e ancora succede dopo spazzato via lui…
Ma basta, perché queste polemiche sono in realtà… fuori della realtà.
Il peccato originale della Grecia è di essere greca, le colpe dei Simitis, Karamanlis, Papandreou valgono quanto un dibattito tra amici sul rigore che c’era o non c’era al tavolino di un cafenion all’aperto, bevendo tsipouro all’indomani della partita in tivvì.
I greci hanno creduto di poter replicare a livelli strutturali via via più alti e articolati le ancestrali interazioni rurali che sono la base storica della loro società fondamentalmente tribale, moltiplicando  il baratto, lo scambio amicale, il favore parentale, la solidarietà genealogica per coefficienti sempre maggiori, proporzionali al grado di organizzazione comunitaria, dal rione al villaggio, alla giurisdizione, alla provincia, su fino alla stato centrale.
Un tessuto economico che non si basa sul merito, sull’efficienza e sull’ambizione, bensì sulla pacifica convivenza, sull’aggiustamento e il rammendo, può avere un suo fascino in una visione alienata, utopistica, della realtà, un sogno bucolico sospeso nella filosofia platonica di un lento carosello autosufficiente e autogratificante. Ma non in questo mondo e meno che mai in un mondo globalizzato.
In parole povere, la cruda realtà non è il convivio olimpico degli dei greci. Che non avevano bisogno di moneta per gaudere. Ai greci la moneta serve e serviva, per poter gaudere e, non avendola prodotta, l’hanno presa a prestito. Per anni. Senza restituirla.
So che scrivendo così sembro superficiale e approssimativo come quei giornalisti che si arrabattano nel cercare di capire chi ha falsificato cosa, ma io sono convinto di essere solo sintetico: i greci si sono falsificati da sé.
Ma adesso? Cosa facciamo di nostra madre ora che abbiamo scoperto che ha dilapidato il suo patrimonio con il gratta e vinci? La spediamo al largo su una zattera? E’ forse vero quello che ho sentito, che i tedeschi sbloccano gli aiuti se in cambio la Grecia compra le loro armi (ma queste grandi industrie tedesche saltano sempre fuori proprio là dove non dovrebbero?)? Stiamo impazzendo? Un amico rimasto anonimo mi inviò in questo blog un link di un articolo che metteva in guardia su un’altra deriva, quella nazional-fascista sempre in agguato dalle parti nostre e soprattutto loro.
Non c’è nessun progetto di aiuti veri, di interventi sottoforma di investimenti; solo prestiti. Non serviranno a niente. Non più. Non ora che i figli della Grecia l’hanno azzoppata e caricata su una zattera senz’acqua.
Sono settimane che devo telefonare ai miei amici, quasi fratelli dopo tanti anni. Non ne ho cuore, mi manca il coraggio.

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