Signor Raffaele Cantone, no

A Cervignano, nel 1968, ero sergente nel gruppo squadroni lancieri di Aosta, quelli con le fiamme rosse. La caserma, che ospitava una brigata di cui facevamo parte anche noi esploratori, era enorme.
Quando fu il mio turno di servire come comandante della guardia, proprio durante la mia notte di corvè ci fu un incidente. Verso le tre di notte, durante il suo turno di guardia in una della postazioni lungo il chilometrico perimetro della caserma, un lanciere del mio reparto abbandonò il suo posto e andò a dormire.
Le guardie erano in servizio per due ore, il loro comandante, io, per 24.
Avevo il mio vice, un caporale, e facevamo lunghissimi giri di ispezione a turno, in modo da tenere sotto controllo al meglio la situazione. Nel novembre del 1968, come si può immaginare, c’era un livello di allarme costante in tutte le caserme, anche se basso. Fu in effetti il caporale a scuotermi sulla mia branda in guardiola, dove m’ero assopito vestito, con gli anfibi ai piedi, dopo che avevo da poco finito di presenziare al cambio delle guardie lungo un perimetro infinito, ad avvertirmi che una guardia era scomparsa.
Andammo subito insieme a verificare la segnalazione. Risultò che mancava proprio un mio lanciere ( un ragazzo davvero problematico che ovviamente conoscevo). Comandai di guardia in quella postazione il mio caporale e mi precipitai in camerata a recuperarlo, lo tirai giù dal letto, lo aiutai a vestirsi e lo riportai praticamente di peso al suo posto.
Ci fu forzatamente un rapporto (il comando della guardia è nella palazzina dell’ingresso e dipende dall’ufficiale di picchetto, che evidentemente aveva visto tutto, non potevo nascondere la mancanza).
Io, come comandante della guardia, fui messo sotto inchiesta.
Dopo aver passato la notte in bianco, fui chiamato a rispondere del mio operato prima dal comandante del mio gruppo squadroni affiancato dai capitani comandanti degli squadroni riuniti in commissione, poi dal generale comandante di brigata affiancato dai colonnelli comandanti dei reggimenti in una commissione di un livello più alto. Dovevo rispondere del mio operato, in qualità di comandante di un servizio di guardia durante il quale una guardia se n’era andato a dormire.
Era andato a dormire lui, non io. E allora?
Allora io ero il responsabile del servizio, io ero il garante del servizio, perché io ero il comandante.
Vado a capo perché, Signor Raffaele Cantone, voglio evidenziare questo punto che credevo e ancora credo saliente: ero il garante del servizio. Specifico: garante.
Quello che garantisce il capo di un servizio è che nessuno abbia a subire danno dal servizio. Né quelli che lo svolgono, né coloro che ne usufruiscono. Mi dica: altrimenti perché è un servizio?
E se il servizio non funzionava a dovere, a risponderne ero io. Anche se ero rimasto sveglio tutta la notte e non ero stato io a lasciare la mia postazione.
Perché, signor Cantone, è così che sta scritto, se leggere è stata l’attività principe di tutta la mia vita. Chi comanda è responsabile di quello che fa la struttura di cui è il vertice. Altrimenti, mi dica lei che ci sta a fare il vertice?
Prima che mi presentassi davanti alle commissioni, fui catechizzato dal mio personale comandante, capitano Guerrini. Volle che gli raccontassi tutto per filo e per segno, insisté perché fossi assolutamente sincero, si assicurò che potessi contare sulle testimonianze del caporale e del tenente di picchetto e che entrambi avrebbero confermato la mia cronologia dei fatti.
Era giustamente preoccupato per me e il mio futuro. Se fosse stata provata una mia negligenza, “in qualità di comandante della guardia” la punizione sarebbe stata esemplare e avrebbe pesantemente inciso sul seguito della ferma. Non per essere colpevole di una mancanza, ma per essere il garante che quella mancanza non producesse danni.
A me sembra così elementare da ricordarmi le tabelline.
Le dirò che fui scagionato da entrambe le commissioni, perché proprio per aver articolato bene le mie ispezioni notturne, io e il mio vice ci accorgemmo subito della mancanza. E fui proprio io che, come comandante vigile e presente, impedii che la mancanza diventasse grave, facendo in modo che la postazione restasse scoperta per poche decine di minuti.
In tutte le situazioni gerarchiche credo che funzioni così. Dappertutto, almeno nell’Europa più avanzata. E lei lo sa, signor Cantone, non può non saperlo. Ed è questo che mi fa male. Quel punto per cui il Martin italiano perde sempre la cappa. Quel brutto vizio per cui agli italiani piace scivolare sull’olio del “quasi”, del “però”, che dà tanto, giustissimo fastidio all’Europa che conta.
Se io fossi stato ignaro di quel che accadeva durante il mio servizio e qualcuno fosse penetrato dal settore incustodito magari a rubare esplosivi per qualche attentato, che era nostra prima preoccupazione, io sarei stato punito. Anche se non ero stato io a commettere la mancanza.
Sarei stato punito anche se ad accorgersi del posto di guardia vacante fosse stato l’ufficiale di picchetto o il capitano d’ispezione o chiunque altro prima che me ne accorgessi io e anche se comunque non ci fossero state conseguenze gravi come un furto.
Sarei stato punito perché ero responsabile del servizio e quindi di come il servizio veniva svolto.
Forse per lei la parola responsabile ha un valore marginale.
Forse essere il responsabile della polizia è solo un’icona istituzionale che percepisce un invidiabile stipendio, un avatar che occupa una poltrona dietro una bella scrivania in un bell’ufficio, e tutto quello che fanno i suoi sottoposti non gli compete perché la carica di capo è solo formale, è un’onorificenza, una targhetta.
Allora io non ho capito niente, non capisco perché ho rischiato una pesante punizione da sergente, non capisco perché se i tifosi insultano, la società calcistica di cui sono sostenitori viene multata, non capisco perché il signor Lupi si è dovuto dimettere.
Signor Cantone, abbia pazienza, l’assoluzione da responsabilità penali non c’entra niente. E’ talmente fuori luogo anche solo citarla, che più che meravigliato mi sento profondamente deluso.
Ho perso il conto delle volte in cui i rappresentanti delle nostre istituzioni mi fanno restare male. Mi sarei volentieri risparmiato di ascoltare le sue parole.

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bye bye miss Great Britain pie, this is the day the music died

Mi scrive l’amico Alessandro:

9 dicembre
Il giorno più brutto dell’anno.
Mi svegliavo sempre con la radio…era il 1980 e le radio libere erano l’inganno di quella generazione di teenager. Ogni generazione di teenager viene presa per il culo da qualcuno. Soprattutto se sei nato col cuore a sinistra. Dal ’68 alle primarie del PD, il tuo culo se lo prenderanno. E’ ineluttabile. Idealismo e ingenuità sono un’accoppiata fantastica per i cacciatori di culi. Io poi sono mancino, sinistro e trinariciuto, che speranze avevo di sottrarmi alla sodomia, metaforica ma altrettanto dolorosa? Nessuna. A noi , dunque, toccarono le radio “libere”. Oh, Ci spendemmo un sacco. Manifestazioni e petizioni di ogni sorta e qualità a favore della libertà dell’etere. I Dee Jay come rockstar e noi, i veri amanti della musica, della controcultura; romantici antagonisti del monopolio RAI. Poveretti… avremmo solo contribuito a sdoganare gentaglia ammanicata coi peggio figuri dell’industria discografica, quelli che per lo meno la RAI (la RAI di allora) un pochetto arginava. Raccomandazioni, clientelismo, lecchinaggio servile, appartenenza a cupole… sarebbero diventati indispensabili per far passare i propri pezzi in radio. La “caccofonia” che riempie le nostre orecchie ogni giorno, ne è la prova e in quanto alla mia generazione… il nostro contrappasso è passare la notte a cercare programmazioni decenti, proprio sulle frequenze RAI. Talvolta, alle quattro del mattino, qualcosa si trova. Ma nel 1980 si poteva ancora credere a Babbo Natale e che il Punk non fosse solo una speculazione commerciale e che i Beatles sarebbero tornati insieme, a riprendersi lo scettro. Perchè, Signori, è bello discuterne, confrontarsi e tutto quello che si vuole…ma lo scettro, finchè c’è stato uno scettro e non un dildo, è appartenuto ai Beatles. Fino alla mattina del 9 dicembre 1980. Quel mattino le mie radio preferite, non le nomino…me ne vergogno e in genere ai mafiosi non piace sentirsi dare del “mafioso”, erano tutte uno “Startin’ Over” e “Woman” e “Stand by me” e “Happy Xmas”. Ero in ritardo, Liceo Berchet, prima ora Inglese… Professoressa DeMolli, un personaggino che ve lo raccomando… lei posso nominarla…è lei che deve vergognarsi per quanto male lavorò. Registrai l’anomalia ma, boh, era uscito l’album – Double Fantasy – da pochi giorni… ci stava. O forse no, ma non problematizzai. Ero contento che John Lennon fosse tornato; tanto contento…immensamente contento. John era quasi tutto per il me sedicenne. Mi sembrava assolutamente logico che avendo i disc-jockey tra le mani e sui piatti un nuovo suo album, dopo cinque anni di silenzio… non ci fosse contest con nessuno. Io avevo comprato il disco (amato vinile) in un negozio di Porta Romana…”Lo Stregatto”. Oh, come mi piaceva quel negozio. Adesso al suo posto c’è una Banca. Beh, al posto di quasi ogni negozio di Porta Romana adesso c’è una cazzo di Banca. Se sai cercarli, i segni li trovi. La Banca è “intorno a te”, no? Fisicamente! Vuole il tuo bene… e ogni tuo bene. Passato, presente e futuro. Insomma usciì di casa ancora ignaro e ignavo. In Via Lamarmora passava il tram 23. E quasi mi passò sopra. Perchè Monica – storica compagna di ascolti – che era invece appena scesa dall’adiacente rotaiame del 24, stava correndo verso di me, strillando aquilesca il mio nome. E giunta a un inciampo dalla mia faccia attonita e sorpresa, appunto inciampò, urtandomi e spingendomi a un millimetro dal tram in transito. Un millimetro più in là e sarei stato forse il primo a poter correre da John a dirgli che Mark David Chapman è probabilmente la più grande testa di merda ever. Ho già detto che ero ingenuo, no? Adesso lo sono ancora ma se non altro so che quel povero merdiglio, pur oggettivamente ben piazzato, non era nella top ten delle teste di merda. Monica piangeva e urlava. Lei era una ragazza, quindi poteva permettersi di essere innamorata di John… io ero limitato dalla mia eterosessualità. Eh, si…allora c’era ancora qualche eterosessuale. Con orrore crescente il mio traduttore automatico si mise al lavoro e tra ululati, singhiozzi e gemiti, riuscì a selezionare tre parole: “Hanno ucciso John”. Nella notte, Chapman, un delinquente mentecatto, aveva privato il mondo di John Lennon e un bambino di 5 anni del suo papà. Perchè? Perchè nella sua testa mentecatta aveva deciso che doveva punirlo per l’arroganza di quella vecchia frase sui Beatles e Cristo. Negli anni successivi lessi tutto il leggibile sul mentecatto. Le sue frasi mentecatte raccontavano delle vocine che sentiva. Si sa, in genere gli psicopatici sostengono di aver “dovuto” obbedire alle vocine assassine. Beh, non in questo caso. In questo caso pare che perfino le vocine ripetessero al Mentecatto di non sparare. “Non farlo! John è tuo amico!”. Ma il mentecatto non ascoltò le vocine e sparò. E il mondo si inclinò. Il mio quanto meno. E non si sarebbe più raddrizzato. E io da allora corro, cammino, scivolo, cado in salita, contromano… sempre in ritardo, sempre fuori sintonia. Perchè non ero pronto a perdere dio, l’amore, la guida e il mio migliore amico in un solo istante. Elaborai male quel lutto e diventai una brutta persona. Lo sono ancora. Anche se talvolta scrivo parole decenti. Sono solo parole. Sappiatelo. Ci misi diversi giorni, in realtà, a realizzare l’enormità di quell’evento. Per qualche giorno non parlai con nessuno. Se non ne parlavo con nessuno magari era come se non fosse successo. La catarsi avvenne la domenica successiva. Yoko Ono aveva chiesto dieci minuti di raccoglimento alle 15.00, ora di New York. E con buona pace dei fusi orari, il mondo partecipò. Perchè potevamo essere divisi su mille cose…ma tutti volevamo bene a John. La RAI si collegò in diretta con Central Park durante quei dieci minuti. Migliaia, decine di migliaia di persone erano lì. La telecamera si muoveva lenta e solenne, indagando volti increduli, sbigottiti, assenti. Occhi rossi, occhi chiusi, occhi sbarrati. La tristezza era diventata un’entità materiale, palpabile. Se tutte quelle persone erano lì…ahia, allora doveva essere successo davvero. Allora davvero qualcuno aveva assassinato l’uomo che nel 1966, durante la prima trasmissione TV in mondovisione della storia, davanti a un pubblico di un miliardo di persone a cui aveva il potere di dire tutto quello che voleva…scelse di dire “All you need is Love”. Poi, esattamente allo scadere dei dieci minuti, gli altoparlanti iniziarono a trasmettere le note pianistiche di Imagine e milioni di persone più un cavolo di ragazzino grasso milanese scoppiarono a piangere all’unisono. E poi si abbracciarono. Cos’altro possono fare i sopravvissuti? Il ragazzino grasso abbracciò il suo cane Brill. I cani sono il meglio che c’è al mondo, in questi casi. Ma il nove di dicembre (e non l’otto. Qui e nel paese di John, era già il nove) è il giorno peggiore dell’anno. Di ogni anno. Da 34 anni. Give Peace a Chance!

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дезинформација

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La Milano degli anni 70 non era ancora stata bevuta. Era giustamente ammirata e invidiata.
Negli anni 70 in tutto il pianeta c’erano solo due città che raccoglievano i nuovi artisti di tutto il mondo: New York e Milano. La Milano ancora non da bere degli anni 70 era tutta galleria d’arte e teatri sperimentali. La sera i riflettori illuminavano le strette vie del centro storico dove avvenivano performance artistiche di ogni genere.
Grazie all’amico Terry Doxey, autore raffinato di quella che prese il nome di arte concettuale, conobbi Radomir Damnian, un artista serbo che in quel periodo, tra i molti altri stimolanti aspetti della cosmologia dell’essere, operò su un tema che per noi, con i piedi a bagno nel Mediterraneo, non è solo di attualità, ma addirittura endemico: la disinformazione.
Utilizzò forme svariate per rappresentare il modo in cui l’ipocrita mistifica la realtà e non rammento nella mia esperienza personale nessuno che mi abbia divertito quanto lui per l’ironia, quando non sarcasmo, con cui zimbellò i troppi uomini bassi in soprabito giallo che, insicuri del proprio valore, ma molto più spesso torturati dal proprio disvalore, ricorrono al dirottamento dal vero nel suo fucksimile per obiettivi svariati: creare una fittizia consistenza di sé, favorire la propria cricca, incrinare la dignità altrui. Non si tratta di mentire, basta distorcere lievemente, omettere o aggiungere. Vero e falso si distinguono spesso da una sola virgola.
E da noi la virgola si è fatta fulcro di ogni sistema di informazione.
La potenza dell’ispirazione di Radomir contribuì senz’altro alla formazione della mia Weltanschaung. Non solo mi confermava con l’arte che per prima cosa, se vuoi veramente aprirti alla conoscenza, devi diffidare di chi ti informa, ma devi informarti (e la differenza c’è eccome, chi si informa è protagonista dell’informazione, non ne è ricettacolo), ma con i suoi giochi di prestigio mi confermò nella sua maniera ludica e insieme feroce, che nessuno e niente merita di essere preso per come viene riferito.
In questo nuovo contesto di simulacri sospesi nell’impalpabile universo dell’inesistente contrabbandato per reale, mi pare di veder spuntare da dietro i led dello schermo il sottile sorriso sornione di Radomir incorniciato dalla balcanica, curatissima, barba bianca. Sottile come la riga intrusa e illegittima che “disinforma” il foglio contabile riprodotto in testa a questo mio appunto. Il senso di questa operazione da lui intitolata “intervention” è di grande impatto. La illustra lui stesso così:

In questo caso la riga tracciata a mano dovrebbe essere quasi identica a quelle presenti sul modulo in modo tale che riga e modulo risultino entrambi alterati nel loro significato, giacché una riga usata in questa maniera né esprime né modifica la materia oggettiva, mentre rende disfunzionale una materia altrimenti funzionale, aprendo ad altre possibili implicazioni e altri significati … Si vuole ovviamente proporre un’analisi critica nuova di una realtà data, preesistente. È essenziale che la necessità, attraverso volontà e scelta, sia convertita in libertà.
Belgrado, 1972, R.D.

Ma è evidente che l’uso libertario proposto da Damnian può diventare abuso falsificatore se impiegato nel contesto “sbagliato” e so che l’autore mi consentirebbe con piacere di estenderne la portata usandone la rappresentazione come metafora del modo in cui oggi, approfittando di un libro contabile sconfinato come il web, basta un clic perché la pagina pulita di un rendiconto fedele sia deturpata da una riga di insinuazione o la pagina sporca di un bilancio infedele sia mondata da una riga di distinzione.

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THE MARTIAN di Andy Weir

The_Martian_2014

Questo romanzo è bello.
Le volte che sono giunto a questa conclusione finendo di tradurre un libro negli ultimi quindici anni credo si contino sulle dita di una mano. La storia dei romanzi scadenti è lunga e la racconterò altrove.
Questo è un libro divertente e appassionante, a cui mi piace riconoscere una narrazione di notevole acume e talento. Riuscire a coinvolgere il lettore per tante pagine nelle vicissitudini di un naufrago solitario catturandone curiosità, ansia, aspettative e partecipazione non è poca cosa.
Siccome è un bel romanzo, un buon libro, gli editori a cui Andy Weir lo propose nel 2012 lo rifiutarono.
Allora Andy lo caricò sul suo sito web e lo offrì gratuitamente a chi voleva leggerlo e i suoi fan lo spinsero a farne una versione Amazon Kindle scaricabile da Amazon.com al prezzo minimo consentito di 99 centesimi di dollaro.
Dopo che ebbe venduto 35000 copie in tre mesi, i coraggiosi editori si fecero avanti e il lavoro di Andy Weir è finalmente diventato un libro nei primi mesi del 2014.
Anche questa è una storia, purtroppo vecchia.
Intanto Ridley Scott ne ha acquisito i diritti per la riduzione cinematografica e ha messo sotto contratto Matt Demon. Sarà quasi sicuramente un film godibile, ma lo humour che corre come un filo conduttore per tutto il romanzo difficilmente emergerà completamente nella versione cinematografica.
Secondo il Wall Street Journal è “il miglior romanzo di pura fantascienza da anni”, ma io mi permetto di non essere del tutto d’accordo, perché questa definizione potrebbe tenere lontani i lettori che non sono patiti del genere. Fantascientifica è l’ambientazione, ma il protagonista è lo spirito vitale che anima noi tutti.
Non devo aggiungere altro, oltre all’invito a leggerlo. Non solo per la storia che racconta, ma anche per la storia che c’è dietro.
Complimenti a Andy Weir.

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le cameriere dei beach bar

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Quest’anno l’estate greca si è impigrita, a metà settembre sonnecchia ancora sulle spiagge sotto un sole rovente come non è stato per anni, eppure l’autunno astronomico è già iniziato. Le rondini volano ancora in ordine sparso, ancora non le vedo appollaiate a centinaia sul cavo che porta corrente al mio contatore,  allineate e impettite per gli ultimi appelli prima della partenza.
Ai beach bar invece la stagione ubbidisce ad altre clessidre e le cameriere non ci sono più. Sono partite.
C’è ancora gente in spiaggia, fa caldo, il tempo è limpido, l’acqua tiepida, ma a servire c’è il gestore. Qui da me c’è un solo beach bar, quello della foto, un baretto alla buona, con sdraio e ombrelloni scompagnati, pedane di assi dissestate, una doccia à deux – una colonnina centrale con una cipolla gocciolante per parte – con più acqua che esce dalle manopole dei rubinetti che dai diffusori e cespi di erbe selvatiche che surrettiziamente s’allungano verso i piedi dei doccianti. Ma a Ierissos, una cittadina a mezz’ora da qui, il lungomare è lungo davvero e di beach bar ce ne sono decine, camminando sulla promenade da una parte c’è la spiaggia a cui si scende per varie scalette, e dall’altra i bar attraverso i quali passi, uno via l’altro, dall’uno all’altro, come attraversando le vecchie case di qui, dove le stanze erano in serie, dalla cucina alla prima camera da letto, e poi la seconda, la terza e via via fino a quella del nonno-patriarca. Il gabinetto era fuori.
Sono stato a Ierissos l’altro giorno e sotto questo sole limpido di maestrale ho camminato la promenade e in spiaggia c’erano mamme e bimbi e ai banchi dei beach bar c’erano i gestori, ma cameriere neanche una. Come quella di Pyrgadikia, quella del mio beach bar. Sparita lei, sparite tutte.
Qui in Grecia sono una specie speciale, le cameriere dei beach bar. Hanno una livrea speciale con poche variazioni limitate ai colori della canotta sopra shorts ammiccanti, all’altezza dello zoccolo che cambia a seconda della statura e al modello del marsupio che fa da cassa portatile. Oltre a certi pregi su cui sorvolo, ma che si ripropongono puntualmente senza eccezioni, hanno in comune anche un sorriso che riesce a riassumere in un lampo l’essenza di una giornata al mare: luce, calore, brulicare di schiume di risacca, brio del vento, sospensione del tempo in un eterno presente di beatitudine. Qualsiasi porcata abbia combinato il barista, quando te la serve la cameriera del beach bar diventa nettare.
Parlano una lingua speciale, la lingua delle cameriere dei beach bar, che è la somma di varie lingue, nessuna delle quali è la loro lingua madre. Non lo è nemmeno il greco, perché non sono greche. Ecco perché non ci sono più.
Migrano come le rondini. E mentre le rondini aspettano i primi freddi, le cameriere dei beach bar migrano quando le clessidre della civiltà esauriscono la sabbia di sopra e la mano della produzione le rovescia.
Ieri in una giornata bellissima che definirei accesa, il mio beach bar era spento. Mancava la cameriera del beach bar e il beach bar da brillante era diventato opaco. Mancavano i suoi shorts ammiccanti, il suo ancheggiante andamento lento, i suoi pasticci linguistici, mancava il suo ipnotico  sorriso. La cameriera del beach bar di Pyrgadikia è migrata. Chissà dove è andata a svernare. Chissà dove migrano le cameriere dei beach bar. Chissà se passa un torpedone a raccoglierle come passano i venti a raccogliere le rondini. Chissà se trascorrono l’inverno insieme o si disperdono in Bulgaria, Serbia, Croazia, Montenegro, Bosnia, Ungheria, Ucraina, Russia, Georgia, Lituania. Perché una cosa so: le cameriere dei beach bar migrano verso nord, non a sud come le rondini.
Crogiolandomi sulla sabbia calda fantasticavo nel dormiveglia di applicare loro un chippino dietro il lobo destro, come si farebbe con una cicogna o una sgarza dal ciuffetto, per sapere dove migrano. Ma in fondo mi basta sapere una cosa sola: che l’anno prossimo torneranno. Meno male.

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Mitera mas, ti paidià ékanes!

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Vengo in Grecia da tanti anni da poter dire che ci ho passato mezza vita. Ci venivo in vacanza, è vero,  ma da molti anni vi trascorro sei mesi. Sono un cittadino italiano diventato un paesano greco. Poiché ho costruito qui una casa, pago ora salatissime tasse greche. Pago anche tasse illegali, ma così modeste che le pago volentieri e se me le impongono è perché la burocrazia fiscale greca non conosce neppure gli accordi internazionali e le leggi europee. Perché  la Grecia è così. Un paese di pasticcioni che credono ancora di risolvere tutto al kafenion.
Trent’anni fa ho conosciuto una persona adorabile, lui e la sua famiglia. Si chiama Micios (l’ho scritto come lo pronunceremmo noi), che è un diminutivo di Takis Dimitris ed è anche un gioco per i greci (“sai come fanno gli italiani per chiamare un gatto? Dicono: micio micio… e invece del gatto arriva Takis Dimitris!”)
Micios era un imprenditore. Topografo e contitolare in una ditta di costruzioni specializzata in strade e porti. Prendeva appalti. Micios era iscritto al Pasok, ma non esercitava, aveva la tessera, da ragazzo era stato un fan del Papandreu padre, o nonno, non so come definirlo, diciamo il capostipite. Ma Micios lavorava per le amministrazioni locali, province e comuni. Solo che se cambiava il governo da socialista e popolare, da Pasok a Nea Demokratia, lui e la sua azienda non lavoravano più. Dovevano aspettare e sperare che cambiasse il governo. Dopo anni iniziali abbastanza stabili, i governi greci cominciarono ad avvicendarsi più velocemente e Micios cominciò a trovarsi con i macchinari costosissimi con cui avviava i lavori (non parliamo solo di bulldozer o escavatrici, ma pensiamo alle gru su cingoli che servono per allestire i frangiflutti, abbandonati d’inverno nella salsedine in riva al mare) fermi per mesi o anni appena al Pasok si sostituiva Nea Demokratia. Detto in parole poverissime, potrei dire italiche, Micios lavorava solo se c’era al governo il partito di cui era simpatizzante. Non perché faceva belle strade e porti sicuri, questo aspetto era del tutto secondario. Suonano i campanelli?
La moglie di Micios, Pighì, era pretore, che se a qualcuno sfugge, è dipendente pubblico. Avevano due figli piccoli, una bimba e un maschietto.

Passano gli anni, le macchine movimento terra e le gru che servono per costruire porti arrugginiscono sui moli perché le amministrazioni di destra non pagano i lavori di una appaltatrice il cui titolare è iscritto al Pasok. E la ditta fallisce.
Micios è greco, non idiota. E’ anche onesto. La sua ditta non fallisce ufficialmente (fa come me, la chiude saldando i debiti che c’erano con i propri risparmi, ma sempre fallimento è). Poi aspetta il primo avvicendamento politico favorevole e rapidamente s’infila nel comune di Salonicco. Diventa dipendente pubblico.
E in famiglia siamo due.
Quando il governo passa di nuovo alla destra, ormai Micios è a posto, licenziare un dipendente dirigente del comune non si può. Intanto la figlia maggiore si è laureata in legge, ha esercitato per due anni come avvocato e sostiene esami per entrare in magistratura. Con una madre magistrato? Possibile che non ci riesca? Viene bocciata una volta, ma poi… ci riesce. Campanelli? Che poi sia un’ottimo pretore – ho avuto modo di constatarlo, ci vuole la testa per quel mestiere, non il codice, e lei è tutta testa – non è rilevante in questo contesto.
E in famiglia siamo in tre su quattro. Dipendenti pubblici.
Il figlio più giovane si affaccia al mondo del lavoro quando ormai è esplosa la crisi. Ha studiato da ingegnere edile quando sembrava che qui dovessero costruire dappertutto. E meno male che non è così. Ma adesso, neosposo di una deliziosa architetto dotata di uno humour così britannico da farti sospettare che sua madre abbia fatto un viaggetto turistico in Inghilterra senza il marito, sono in due a tirare la cinghia e sperare che si riprenda al più presto a costruire case. Fosse arrivato quattro o cinque anni prima, adesso il figlio maschio sarebbe uno strutturista del comune e in famiglia saremmo a quattro su cinque e magari, tirando dentro la mogliettina, anche… en plein, cinque su cinque.

Non ho qualifiche con cui giudicare questa famiglia in questo luogo falsamente virtuale dove giudicare è un esercizio quotidiano di una moltitudine che invece di giudicare se stessa spende ore a censurare il prossimo. Voglio bene a questa famiglia perché sono persone oneste e loro sì che sono persone qualificate, nell’amministrazione pubblica hanno contribuito ad arricchire la Grecia, loro lavorano con impegno e sanno quello che fanno. Micios ha smesso, per la verità, ha cercato di sottrarsi alla mannaia in tempo, visto che era in età di pensione. Ci è riuscito solo a metà, economicamente parlando, la mannaia gli ha dimezzato le disponibilità della vecchiaia. Pighì si è ritrovata a non poter andare in pensione quando era previsto dal suo contratto con lo Stato. Dunque lavora ancora, ma è in salute, i figli sono grandi, come tutte le donne del Sud Europa ha fatto due lavori per tutta la vita, anzi tre, pretore e madre e moglie, ma siccome non ha l’osteoporosi o lo zio Alz o che so io, le è andata bene.

Per chi non aveva un’attività che permettesse di evadere le tasse e arricchirsi a spese della comunità di contadini e operai e minatori c’erano corridoi o sentieri o scorciatoie. Erano i varchi aperti dalla clientela e dal voto di scambio, attraverso cui diventare dipendente pubblico. Ci sono stati dalla fine della guerra in poi. Ne hanno approfittato tutti, dico tutti quelli che non potevano evadere e vivere bene per conto proprio, come i bottegai e i professionisti e gli autonomi. Ne ha approfittato, secondo me giustamente, la famiglia di Micios, cheha portato dentro l’amministrazione pubblica persone preparate e competenti. Ma non è stato così per tutti, anzi. Troppi di coloro che in Grecia hanno utilizzato queste vie traverse furono assunti perché garantissero un voto al partito di turno e collocati in posti inutili o inadatti

Io vorrei che molte persone che inorridiscono per il doloroso disastro greco, inorridiscano per il nostro clientelismo così simile al loro. Questo paese, la Grecia, non è stata messa in ginocchio dalla Merkel. L’hanno messa in ginocchio i greci, evadendo sistematicamente le tasse sotto governi di destra e sinistra che sistematicamente si sono fatti corrompere, anche dalle multinazionali, anche da note megaindustrie tedesche. L’hanno messa in ginocchio le migliaia di greci che si sono venduti ai due partiti in cambio di un posto qualsiasi nell’amministrazione pubblica a qualsiasi livello, così oggi questo povero paese sembra che abbia più dipendenti pubblici che cittadini a cui prestare servizi pubblici. Prendersela con le politiche della UE sarà anche giusto, meritano critiche severe, ma si corre il rischio di dimenticarsi chequesto paese che amo tanto è precipitato in questo gorgo di recessione perché ce lo hanno spinto i greci.

Io e Micios ci siamo parlati come fanno amici di tanti decenni – certo, lui dissertando in greco come un aliante nel grecale e io a corrergli dietro come un bambino analfabeta inciampando dietro un aquilone – e gli ho detto: voi greci siete più fortunati di noi perché voi avete  toccato il fondo e a questo punto potete solo ripulire tutto e venirne fuori bene, mentre noi siamo precipitati solo a metà e siamo impigliati nella melassa delle larghe fraintese. E Micios mi ha risposto: Hai ragione a dire che ripartire da zero servirebbe a fare pulizia, ma sbagli a pensare che abbiamo toccato il fondo, perché siamo rimasti a metà pure noi. Forse sarebbe stato meglio fare bancarotta, non per noi ma per i nostri figli e nipoti.
Zitto, io.
Ci siamo fatti uno tsipurino.
Una faccia una razza…
Si è alzata la brezza da terra, quella del tramonto, che rovescia il giorno con la notte.
Scolato il primo, via il prossimo.
Domani cambia il vento e il mondo va avanti.

Asclepiade direbbe forse:
apriti celeste volta, dacci lacrime chiare
con cui allungare questo vino,
che ci salvi dall’abisso
degli occhi neri di colei che mesce
mosto cantante di inviti
che noi vecchi dobbiamo declinare
e come noi annacquare
nei ricordi del tempo che fu
e fu tempo buono.

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Le due facce dell’amore, la nemesi

Come si fa a sapere che fine fece quella relazione patologica? La storia di questi personaggi piccolissimi si è persa nella grande risacca del mare dell’esistenza, che porta vicissitudini sulla spiaggia, ce le mostra per un istante tracciate dentro sassolini e rena, e poi in un lampo ce le cancella.
Nel 1967 Monaco di Baviera si preparava alle Olimpiadi del 1972. Il centro cittadino non esisteva, era un cantiere spaventoso, non si capiva niente, poco sicuramente capivano i tedeschi, io poi ero disorientato nella maniera più totale.
Dalla lontanissima periferia dove stava la Whonheim, mi facevo i miei mezzi chilometri a piedi e prendevo quei tram stretti e lunghi e velocissimi che a confronto con i mie tram milanesi erano missili di un film di fantascienza. E dopo qualche mezz’ora entravano in un caos di voragini, macchine movimento terra, cumuli di lastrici, fotoelettriche (parlo di gennaio, febbraio, notti infinite che cominciavano alle 4 del pomeriggio e geli spaventosi), andavo in centro per cercare di vivere un po’.
Se qualcuno va oggi nel centro di Monaco non può immaginare l’odore di terra, i pasticci di fango da scavalcare, i tram da schivare (arrivavano a velocità impressionante, scocciati del caos, e ti tiravano sotto come niente) in mezzo a cumuli di terra e lastre di cemento. Oggi il centro di Monaco è una delle chicche d’Europa.
Nel febbraio del 1968 presi uno dei quei tram filanti per andare in centro, il tram rallentò in mezzo ai cantieri in un buio che uno alle 5 del pomeriggio non ci crederebbe, e scesi nei pressi della stazione ferroviaria. (Come tutti gli emigranti, la stazione ferroviaria da dove sei scaturito è come l’utero della mamma: è lì che torni quando sei alla deriva in un paese che non conosci.)
Arrivando da Marienplatz passo davanti a posticini allettanti dai profumi irresistibili di salsicce, stinchi, crauti, mamma mia, come dire: esci dalla stazione e ti concupiscono subito con le loro fette di pane nero e i loro bratwurstel.
C’è Salvarore. Salvatore! Ehi!
Come va, Salvatore. Bene, dice lui, guardandomi da sotto (io non sono molto alto, ma lui è proprio piccolo). Non ti ho più visto. Non sono più alla Siemens, mi dice. Lavoro ai cantieri della metrò. Ti hanno licenziato? chiedo io. Ma perché?
Salvatore era piccolo e nerboruto, era un nanino impressionante, con quel naso lungo che non si capisce come trovi posto nella sua faccia, era piccolo non di busto ma di gambe, gambe cortissime. E mani che nemmeno Morandi.
L’ho menato, mi disse, e mi hanno sbattuto fuori.
Menato? Chiesi io con un batticuore. Chi hai menato?
Salvatore, piccolissimo uomo di pochissime parole, mi sorrise. Anche le labbra aveva grosse e sorrideva stendendole senza schiuderle, ma quella volta mi mostrò i denti grandi come le mani
Salvatore sorrise e per un istante che non posso dimenticare i suoi occhi sempre languidi si accesero. Il Pino, l’ho menato, mi ha fatto incazzare, quello è proprio storto. L’ho spedito in ospedale e mi hanno licenziato. Alzò verso di me le mani e le girò, dorso in su, le sue mani spaventose come pinne. Tutte le nocche coperte da croste.
Ma lavoro per la nuova metropolitana, mi disse. E si infilò le manone in tasca e si strinse nelle spalle. Io guardai il movimento delle mani e vidi che in tasca entravano solo le dita.
Le croste restarono fuori.

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