i greci e le tasse

agorà2015

Stefanì ha utilizzato la norma in aiuto di chi ha contratto debiti che non può saldare per via della crisi e ha ottenuto una sospensione del pagamento delle rate di un muto e congelamento di interessi passivi e more. Sono arrivati i documenti che doveva consegnare in banca e in mancanza di mezzi propri si accingeva a una complicata trasferta con una serie di bus da Pyrgadikia a Salonicco e alla banca. E ritorno.
Così le abbiamo offerto un passaggio e siamo andati a farci un giro in centro dove non mettevamo piede da tanti anni.
Abbiamo fatto un giro a mezza mattina di un giorno feriale in un centro cittadino pieno come un uovo di gente in giro a fare compere – non turisti stranieri perché la stagione è agli sgoccioli – e pochissimi negozi chiusi nel pieno di una catastrofica e umiliante crisi economica imposta da quei cerberi di tedeschi.
E siccome Stefanì e sua sorella gestiscono una taverna dove andiamo ogni tanto a cena, è andata a finire che ci hanno offerto un pranzo.
Questo è un paese di agricoltori e pastori e questa forma di rapporto commerciale è sopravvissuto attraverso i secoli. Nelle campagne è normale andare dall’avvocato con i polli con cui pagargli la consulenza. O fare servizio di taxi in cambio di una cena.
Io non sono un economista, ma mi sembra ovvio che se la transazione avviene brevi manu, se a oggetto o prestazione si corrisponde prestazione o oggetto senza passaggio di moneta, la Stato non ha appigli per applicare una gabella e incassare soldi con cui far funzionare i servizi. Non solo la crisi economica ha intensificato il fenomeno, ma è comprensibile che nell’era moderna una tradizione così fortemente radicata si sia trasformata in un tessuto esteso di economia sommersa, di “nero”, che sfugge a qualsiasi tentativo di controllo e prelievo fiscale.
Appena passato il primo pacchetto di misure correttive volute dall’Europa, Tsipras si è ovviamente dimesso e in vista delle elezioni di domani i sondaggi hanno subito indicato una repentina risalita di Nea Democratia, il partito che come e peggio del sedicente socialista Pasok, ha protetto gli evasori cronici ed è riuscito a far fallire il primo programma di aiuto dell’EU facendo pagare i suoi debiti alle classi meno abbienti senza prelevare un centesimo ad armatori e imprenditori, bottegai e liberi professionisti.
Non è strano. Le mie conversazioni su temi fiscali mi hanno sempre costretto a battere in ritirata di fronte a interlocutori che inorridiscono quando dico che lo Stato non può mantenersi con fondi presi in prestito da altri Stati senza che i greci contribuiscano a sostenerlo. Pretendere che un greco paghi le tasse è un insulto e si spera che un governo di destra riesca per la seconda volta a inventarsi bizantinismi con cui evitare questa “umiliazione”.
Perché sfrondando dalla demagogia le tante descrizioni della crisi greca che si rimbalzano nei media e girando quasi dovendo sgomitare per il centro di Salonicco, con i negozi pieni, i bar pieni, i ristorantini pieni, gli autobus pieni, l’unica vera umiliazione che Germania e Europa cercano di infliggere alla Grecia e di far pagare le tasse ai greci.
Io temo che sia impossibile, ma temo anche che i miei quasi fratelli (così li sento) non si siano resi conto che l’Ue e soprattutto la Germania non permetteranno loro di scantonare una seconda volta. E la Grecia non uscirà dall’euro per un periodo di purificazione, perché appena non dovrà più rispondere a terzi del suo comportamento, tornerà al baratto e resterà fuori per sempre.

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ho comprato una padella in Grecia

t5sipras-660L’altro giorno ho comprato una padella antiaderente in ceramica in un piccolo Carrefour greco. (Anche Carrefour è una storia greca…).
L’ho comprata per la cucina della casa che quindici anni fa con grande fatica ho costruito in Grecia.
Avevo un fraterno amico a organizzare i lavori di costruzione e ricordo ancora i mille viaggi che facevo in tutte le stagioni con la mia asmatica Alfa 33 4×4 per cercare di seguire i lavori come meglio potevo per coordinare le mie richieste con quel che capacità tecniche – molto primitive – e fondi disponibili ci mettevano a disposizione. E lentamente, anno dopo anno, la casa greca venne su. Venne su con cemento greco, mattoni greci, tegole greche, manodopera greca. E quando arrivai quell’anno sul finire dell’inverno e a poche centinaia di metri dal campo dove costruivo vidi spuntare un comignolo da sopra gli alberi, prima mi disperai pensando che qualcuno avesse costruito una casa addosso alla mia, poi, svoltando nel campo da dietro gli alberi, piansi vedendo i muri e il tetto del mio sogno realizzato. Era il mio comignolo.
Poi oltre i muri venne tutto il resto. Serramenti con legni svedesi. Impianto elettrico con cavi tedeschi, impianto idraulico con materiali tedeschi e italiani, pompe italiane, caldaia italiana, piastrelle e sanitari italiani.
Ma anche i muri in fondo non sono del tutto greci. Io sono in una zona sismica. In una scala da 1 a 10, secondo i criteri greci, qui siamo a 9. Dunque il mio cemento è pieno di tondino, che se provi a fare un buco con il trapano hai il 70% di probabilità di incontrare ferro e allora ciccia, la punta non va dentro.
Ferro di siderurgia italiana.
Non ho mai pensato di controllare cosa c’è scritto sui secchi di vernice bianca per esterni e interni, ma ho un timore…
Ho comprato una padella antiaderente per la cucina della mia casa quasigreca e ho letto le istruzioni in inglese sul cartone della confezione (c’erano anche in greco, ma quello lo mastico, l’inglese lo so meglio dell’italiano). Così ho visto cosa c’era scritto sotto: Made in Turkey.
Se vedo meglio, con gli occhiali adatti, capisco che il brevetto è tedesco, ma la fabbrica è turca. Su licenza? Quel bel fenomeno della delocalizzazione? Ma la Germania è in ogni caso per metà turca.
Mica sarà per questo che ce l’ha a morte con la Grecia… Sai com’è, a pensar male si fa peccato, però…
Qui in Grecia non riescono nemmeno a fare padelle su licenza. Ma come fa un paese totalmente privo di manifattura, un paese di solo terziario fiscalmente incontrollabile, con un’agricoltura e una pastorizia di tipo medievale, a sperare in una ripresa economica sulla base di principi puramente logaritmici, completamente avulsi dalla realtà dell’economia reale?
Stasera mi son fatto uno sfugato, frittata greca con cipolla, patate, erbe, uova.
In una padella comprata in Grecia in un Carrefour in franchising francese e prodotta in Turchia.
Le Grecia è quella che sento respirare sotto i piedi quando esco di casa e cammino e quella che cantano gli uccelli e quella che fruscia nelle fronde della macchia mediterranea.
La Grecia nostra madre che l’Europa vuole sgozzare perché non fa padelle con cui si ingozzano i figli obesi dell’Occidente.

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Signor Raffaele Cantone, no

A Cervignano, nel 1968, ero sergente nel gruppo squadroni lancieri di Aosta, quelli con le fiamme rosse. La caserma, che ospitava una brigata di cui facevamo parte anche noi esploratori, era enorme.
Quando fu il mio turno di servire come comandante della guardia, proprio durante la mia notte di corvè ci fu un incidente. Verso le tre di notte, durante il suo turno di guardia in una della postazioni lungo il chilometrico perimetro della caserma, un lanciere del mio reparto abbandonò il suo posto e andò a dormire.
Le guardie erano in servizio per due ore, il loro comandante, io, per 24.
Avevo il mio vice, un caporale, e facevamo lunghissimi giri di ispezione a turno, in modo da tenere sotto controllo al meglio la situazione. Nel novembre del 1968, come si può immaginare, c’era un livello di allarme costante in tutte le caserme, anche se basso. Fu in effetti il caporale a scuotermi sulla mia branda in guardiola, dove m’ero assopito vestito, con gli anfibi ai piedi, dopo che avevo da poco finito di presenziare al cambio delle guardie lungo un perimetro infinito, ad avvertirmi che una guardia era scomparsa.
Andammo subito insieme a verificare la segnalazione. Risultò che mancava proprio un mio lanciere ( un ragazzo davvero problematico che ovviamente conoscevo). Comandai di guardia in quella postazione il mio caporale e mi precipitai in camerata a recuperarlo, lo tirai giù dal letto, lo aiutai a vestirsi e lo riportai praticamente di peso al suo posto.
Ci fu forzatamente un rapporto (il comando della guardia è nella palazzina dell’ingresso e dipende dall’ufficiale di picchetto, che evidentemente aveva visto tutto, non potevo nascondere la mancanza).
Io, come comandante della guardia, fui messo sotto inchiesta.
Dopo aver passato la notte in bianco, fui chiamato a rispondere del mio operato prima dal comandante del mio gruppo squadroni affiancato dai capitani comandanti degli squadroni riuniti in commissione, poi dal generale comandante di brigata affiancato dai colonnelli comandanti dei reggimenti in una commissione di un livello più alto. Dovevo rispondere del mio operato, in qualità di comandante di un servizio di guardia durante il quale una guardia se n’era andato a dormire.
Era andato a dormire lui, non io. E allora?
Allora io ero il responsabile del servizio, io ero il garante del servizio, perché io ero il comandante.
Vado a capo perché, Signor Raffaele Cantone, voglio evidenziare questo punto che credevo e ancora credo saliente: ero il garante del servizio. Specifico: garante.
Quello che garantisce il capo di un servizio è che nessuno abbia a subire danno dal servizio. Né quelli che lo svolgono, né coloro che ne usufruiscono. Mi dica: altrimenti perché è un servizio?
E se il servizio non funzionava a dovere, a risponderne ero io. Anche se ero rimasto sveglio tutta la notte e non ero stato io a lasciare la mia postazione.
Perché, signor Cantone, è così che sta scritto, se leggere è stata l’attività principe di tutta la mia vita. Chi comanda è responsabile di quello che fa la struttura di cui è il vertice. Altrimenti, mi dica lei che ci sta a fare il vertice?
Prima che mi presentassi davanti alle commissioni, fui catechizzato dal mio personale comandante, capitano Guerrini. Volle che gli raccontassi tutto per filo e per segno, insisté perché fossi assolutamente sincero, si assicurò che potessi contare sulle testimonianze del caporale e del tenente di picchetto e che entrambi avrebbero confermato la mia cronologia dei fatti.
Era giustamente preoccupato per me e il mio futuro. Se fosse stata provata una mia negligenza, “in qualità di comandante della guardia” la punizione sarebbe stata esemplare e avrebbe pesantemente inciso sul seguito della ferma. Non per essere colpevole di una mancanza, ma per essere il garante che quella mancanza non producesse danni.
A me sembra così elementare da ricordarmi le tabelline.
Le dirò che fui scagionato da entrambe le commissioni, perché proprio per aver articolato bene le mie ispezioni notturne, io e il mio vice ci accorgemmo subito della mancanza. E fui proprio io che, come comandante vigile e presente, impedii che la mancanza diventasse grave, facendo in modo che la postazione restasse scoperta per poche decine di minuti.
In tutte le situazioni gerarchiche credo che funzioni così. Dappertutto, almeno nell’Europa più avanzata. E lei lo sa, signor Cantone, non può non saperlo. Ed è questo che mi fa male. Quel punto per cui il Martin italiano perde sempre la cappa. Quel brutto vizio per cui agli italiani piace scivolare sull’olio del “quasi”, del “però”, che dà tanto, giustissimo fastidio all’Europa che conta.
Se io fossi stato ignaro di quel che accadeva durante il mio servizio e qualcuno fosse penetrato dal settore incustodito magari a rubare esplosivi per qualche attentato, che era nostra prima preoccupazione, io sarei stato punito. Anche se non ero stato io a commettere la mancanza.
Sarei stato punito anche se ad accorgersi del posto di guardia vacante fosse stato l’ufficiale di picchetto o il capitano d’ispezione o chiunque altro prima che me ne accorgessi io e anche se comunque non ci fossero state conseguenze gravi come un furto.
Sarei stato punito perché ero responsabile del servizio e quindi di come il servizio veniva svolto.
Forse per lei la parola responsabile ha un valore marginale.
Forse essere il responsabile della polizia è solo un’icona istituzionale che percepisce un invidiabile stipendio, un avatar che occupa una poltrona dietro una bella scrivania in un bell’ufficio, e tutto quello che fanno i suoi sottoposti non gli compete perché la carica di capo è solo formale, è un’onorificenza, una targhetta.
Allora io non ho capito niente, non capisco perché ho rischiato una pesante punizione da sergente, non capisco perché se i tifosi insultano, la società calcistica di cui sono sostenitori viene multata, non capisco perché il signor Lupi si è dovuto dimettere.
Signor Cantone, abbia pazienza, l’assoluzione da responsabilità penali non c’entra niente. E’ talmente fuori luogo anche solo citarla, che più che meravigliato mi sento profondamente deluso.
Ho perso il conto delle volte in cui i rappresentanti delle nostre istituzioni mi fanno restare male. Mi sarei volentieri risparmiato di ascoltare le sue parole.

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bye bye miss Great Britain pie, this is the day the music died

Mi scrive l’amico Alessandro:

9 dicembre
Il giorno più brutto dell’anno.
Mi svegliavo sempre con la radio…era il 1980 e le radio libere erano l’inganno di quella generazione di teenager. Ogni generazione di teenager viene presa per il culo da qualcuno. Soprattutto se sei nato col cuore a sinistra. Dal ’68 alle primarie del PD, il tuo culo se lo prenderanno. E’ ineluttabile. Idealismo e ingenuità sono un’accoppiata fantastica per i cacciatori di culi. Io poi sono mancino, sinistro e trinariciuto, che speranze avevo di sottrarmi alla sodomia, metaforica ma altrettanto dolorosa? Nessuna. A noi , dunque, toccarono le radio “libere”. Oh, Ci spendemmo un sacco. Manifestazioni e petizioni di ogni sorta e qualità a favore della libertà dell’etere. I Dee Jay come rockstar e noi, i veri amanti della musica, della controcultura; romantici antagonisti del monopolio RAI. Poveretti… avremmo solo contribuito a sdoganare gentaglia ammanicata coi peggio figuri dell’industria discografica, quelli che per lo meno la RAI (la RAI di allora) un pochetto arginava. Raccomandazioni, clientelismo, lecchinaggio servile, appartenenza a cupole… sarebbero diventati indispensabili per far passare i propri pezzi in radio. La “caccofonia” che riempie le nostre orecchie ogni giorno, ne è la prova e in quanto alla mia generazione… il nostro contrappasso è passare la notte a cercare programmazioni decenti, proprio sulle frequenze RAI. Talvolta, alle quattro del mattino, qualcosa si trova. Ma nel 1980 si poteva ancora credere a Babbo Natale e che il Punk non fosse solo una speculazione commerciale e che i Beatles sarebbero tornati insieme, a riprendersi lo scettro. Perchè, Signori, è bello discuterne, confrontarsi e tutto quello che si vuole…ma lo scettro, finchè c’è stato uno scettro e non un dildo, è appartenuto ai Beatles. Fino alla mattina del 9 dicembre 1980. Quel mattino le mie radio preferite, non le nomino…me ne vergogno e in genere ai mafiosi non piace sentirsi dare del “mafioso”, erano tutte uno “Startin’ Over” e “Woman” e “Stand by me” e “Happy Xmas”. Ero in ritardo, Liceo Berchet, prima ora Inglese… Professoressa DeMolli, un personaggino che ve lo raccomando… lei posso nominarla…è lei che deve vergognarsi per quanto male lavorò. Registrai l’anomalia ma, boh, era uscito l’album – Double Fantasy – da pochi giorni… ci stava. O forse no, ma non problematizzai. Ero contento che John Lennon fosse tornato; tanto contento…immensamente contento. John era quasi tutto per il me sedicenne. Mi sembrava assolutamente logico che avendo i disc-jockey tra le mani e sui piatti un nuovo suo album, dopo cinque anni di silenzio… non ci fosse contest con nessuno. Io avevo comprato il disco (amato vinile) in un negozio di Porta Romana…”Lo Stregatto”. Oh, come mi piaceva quel negozio. Adesso al suo posto c’è una Banca. Beh, al posto di quasi ogni negozio di Porta Romana adesso c’è una cazzo di Banca. Se sai cercarli, i segni li trovi. La Banca è “intorno a te”, no? Fisicamente! Vuole il tuo bene… e ogni tuo bene. Passato, presente e futuro. Insomma usciì di casa ancora ignaro e ignavo. In Via Lamarmora passava il tram 23. E quasi mi passò sopra. Perchè Monica – storica compagna di ascolti – che era invece appena scesa dall’adiacente rotaiame del 24, stava correndo verso di me, strillando aquilesca il mio nome. E giunta a un inciampo dalla mia faccia attonita e sorpresa, appunto inciampò, urtandomi e spingendomi a un millimetro dal tram in transito. Un millimetro più in là e sarei stato forse il primo a poter correre da John a dirgli che Mark David Chapman è probabilmente la più grande testa di merda ever. Ho già detto che ero ingenuo, no? Adesso lo sono ancora ma se non altro so che quel povero merdiglio, pur oggettivamente ben piazzato, non era nella top ten delle teste di merda. Monica piangeva e urlava. Lei era una ragazza, quindi poteva permettersi di essere innamorata di John… io ero limitato dalla mia eterosessualità. Eh, si…allora c’era ancora qualche eterosessuale. Con orrore crescente il mio traduttore automatico si mise al lavoro e tra ululati, singhiozzi e gemiti, riuscì a selezionare tre parole: “Hanno ucciso John”. Nella notte, Chapman, un delinquente mentecatto, aveva privato il mondo di John Lennon e un bambino di 5 anni del suo papà. Perchè? Perchè nella sua testa mentecatta aveva deciso che doveva punirlo per l’arroganza di quella vecchia frase sui Beatles e Cristo. Negli anni successivi lessi tutto il leggibile sul mentecatto. Le sue frasi mentecatte raccontavano delle vocine che sentiva. Si sa, in genere gli psicopatici sostengono di aver “dovuto” obbedire alle vocine assassine. Beh, non in questo caso. In questo caso pare che perfino le vocine ripetessero al Mentecatto di non sparare. “Non farlo! John è tuo amico!”. Ma il mentecatto non ascoltò le vocine e sparò. E il mondo si inclinò. Il mio quanto meno. E non si sarebbe più raddrizzato. E io da allora corro, cammino, scivolo, cado in salita, contromano… sempre in ritardo, sempre fuori sintonia. Perchè non ero pronto a perdere dio, l’amore, la guida e il mio migliore amico in un solo istante. Elaborai male quel lutto e diventai una brutta persona. Lo sono ancora. Anche se talvolta scrivo parole decenti. Sono solo parole. Sappiatelo. Ci misi diversi giorni, in realtà, a realizzare l’enormità di quell’evento. Per qualche giorno non parlai con nessuno. Se non ne parlavo con nessuno magari era come se non fosse successo. La catarsi avvenne la domenica successiva. Yoko Ono aveva chiesto dieci minuti di raccoglimento alle 15.00, ora di New York. E con buona pace dei fusi orari, il mondo partecipò. Perchè potevamo essere divisi su mille cose…ma tutti volevamo bene a John. La RAI si collegò in diretta con Central Park durante quei dieci minuti. Migliaia, decine di migliaia di persone erano lì. La telecamera si muoveva lenta e solenne, indagando volti increduli, sbigottiti, assenti. Occhi rossi, occhi chiusi, occhi sbarrati. La tristezza era diventata un’entità materiale, palpabile. Se tutte quelle persone erano lì…ahia, allora doveva essere successo davvero. Allora davvero qualcuno aveva assassinato l’uomo che nel 1966, durante la prima trasmissione TV in mondovisione della storia, davanti a un pubblico di un miliardo di persone a cui aveva il potere di dire tutto quello che voleva…scelse di dire “All you need is Love”. Poi, esattamente allo scadere dei dieci minuti, gli altoparlanti iniziarono a trasmettere le note pianistiche di Imagine e milioni di persone più un cavolo di ragazzino grasso milanese scoppiarono a piangere all’unisono. E poi si abbracciarono. Cos’altro possono fare i sopravvissuti? Il ragazzino grasso abbracciò il suo cane Brill. I cani sono il meglio che c’è al mondo, in questi casi. Ma il nove di dicembre (e non l’otto. Qui e nel paese di John, era già il nove) è il giorno peggiore dell’anno. Di ogni anno. Da 34 anni. Give Peace a Chance!

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дезинформација

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La Milano degli anni 70 non era ancora stata bevuta. Era giustamente ammirata e invidiata.
Negli anni 70 in tutto il pianeta c’erano solo due città che raccoglievano i nuovi artisti di tutto il mondo: New York e Milano. La Milano ancora non da bere degli anni 70 era tutta galleria d’arte e teatri sperimentali. La sera i riflettori illuminavano le strette vie del centro storico dove avvenivano performance artistiche di ogni genere.
Grazie all’amico Terry Doxey, autore raffinato di quella che prese il nome di arte concettuale, conobbi Radomir Damnian, un artista serbo che in quel periodo, tra i molti altri stimolanti aspetti della cosmologia dell’essere, operò su un tema che per noi, con i piedi a bagno nel Mediterraneo, non è solo di attualità, ma addirittura endemico: la disinformazione.
Utilizzò forme svariate per rappresentare il modo in cui l’ipocrita mistifica la realtà e non rammento nella mia esperienza personale nessuno che mi abbia divertito quanto lui per l’ironia, quando non sarcasmo, con cui zimbellò i troppi uomini bassi in soprabito giallo che, insicuri del proprio valore, ma molto più spesso torturati dal proprio disvalore, ricorrono al dirottamento dal vero nel suo fucksimile per obiettivi svariati: creare una fittizia consistenza di sé, favorire la propria cricca, incrinare la dignità altrui. Non si tratta di mentire, basta distorcere lievemente, omettere o aggiungere. Vero e falso si distinguono spesso da una sola virgola.
E da noi la virgola si è fatta fulcro di ogni sistema di informazione.
La potenza dell’ispirazione di Radomir contribuì senz’altro alla formazione della mia Weltanschaung. Non solo mi confermava con l’arte che per prima cosa, se vuoi veramente aprirti alla conoscenza, devi diffidare di chi ti informa, ma devi informarti (e la differenza c’è eccome, chi si informa è protagonista dell’informazione, non ne è ricettacolo), ma con i suoi giochi di prestigio mi confermò nella sua maniera ludica e insieme feroce, che nessuno e niente merita di essere preso per come viene riferito.
In questo nuovo contesto di simulacri sospesi nell’impalpabile universo dell’inesistente contrabbandato per reale, mi pare di veder spuntare da dietro i led dello schermo il sottile sorriso sornione di Radomir incorniciato dalla balcanica, curatissima, barba bianca. Sottile come la riga intrusa e illegittima che “disinforma” il foglio contabile riprodotto in testa a questo mio appunto. Il senso di questa operazione da lui intitolata “intervention” è di grande impatto. La illustra lui stesso così:

In questo caso la riga tracciata a mano dovrebbe essere quasi identica a quelle presenti sul modulo in modo tale che riga e modulo risultino entrambi alterati nel loro significato, giacché una riga usata in questa maniera né esprime né modifica la materia oggettiva, mentre rende disfunzionale una materia altrimenti funzionale, aprendo ad altre possibili implicazioni e altri significati … Si vuole ovviamente proporre un’analisi critica nuova di una realtà data, preesistente. È essenziale che la necessità, attraverso volontà e scelta, sia convertita in libertà.
Belgrado, 1972, R.D.

Ma è evidente che l’uso libertario proposto da Damnian può diventare abuso falsificatore se impiegato nel contesto “sbagliato” e so che l’autore mi consentirebbe con piacere di estenderne la portata usandone la rappresentazione come metafora del modo in cui oggi, approfittando di un libro contabile sconfinato come il web, basta un clic perché la pagina pulita di un rendiconto fedele sia deturpata da una riga di insinuazione o la pagina sporca di un bilancio infedele sia mondata da una riga di distinzione.

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THE MARTIAN di Andy Weir

The_Martian_2014

Questo romanzo è bello.
Le volte che sono giunto a questa conclusione finendo di tradurre un libro negli ultimi quindici anni credo si contino sulle dita di una mano. La storia dei romanzi scadenti è lunga e la racconterò altrove.
Questo è un libro divertente e appassionante, a cui mi piace riconoscere una narrazione di notevole acume e talento. Riuscire a coinvolgere il lettore per tante pagine nelle vicissitudini di un naufrago solitario catturandone curiosità, ansia, aspettative e partecipazione non è poca cosa.
Siccome è un bel romanzo, un buon libro, gli editori a cui Andy Weir lo propose nel 2012 lo rifiutarono.
Allora Andy lo caricò sul suo sito web e lo offrì gratuitamente a chi voleva leggerlo e i suoi fan lo spinsero a farne una versione Amazon Kindle scaricabile da Amazon.com al prezzo minimo consentito di 99 centesimi di dollaro.
Dopo che ebbe venduto 35000 copie in tre mesi, i coraggiosi editori si fecero avanti e il lavoro di Andy Weir è finalmente diventato un libro nei primi mesi del 2014.
Anche questa è una storia, purtroppo vecchia.
Intanto Ridley Scott ne ha acquisito i diritti per la riduzione cinematografica e ha messo sotto contratto Matt Demon. Sarà quasi sicuramente un film godibile, ma lo humour che corre come un filo conduttore per tutto il romanzo difficilmente emergerà completamente nella versione cinematografica.
Secondo il Wall Street Journal è “il miglior romanzo di pura fantascienza da anni”, ma io mi permetto di non essere del tutto d’accordo, perché questa definizione potrebbe tenere lontani i lettori che non sono patiti del genere. Fantascientifica è l’ambientazione, ma il protagonista è lo spirito vitale che anima noi tutti.
Non devo aggiungere altro, oltre all’invito a leggerlo. Non solo per la storia che racconta, ma anche per la storia che c’è dietro.
Complimenti a Andy Weir.

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le cameriere dei beach bar

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Quest’anno l’estate greca si è impigrita, a metà settembre sonnecchia ancora sulle spiagge sotto un sole rovente come non è stato per anni, eppure l’autunno astronomico è già iniziato. Le rondini volano ancora in ordine sparso, ancora non le vedo appollaiate a centinaia sul cavo che porta corrente al mio contatore,  allineate e impettite per gli ultimi appelli prima della partenza.
Ai beach bar invece la stagione ubbidisce ad altre clessidre e le cameriere non ci sono più. Sono partite.
C’è ancora gente in spiaggia, fa caldo, il tempo è limpido, l’acqua tiepida, ma a servire c’è il gestore. Qui da me c’è un solo beach bar, quello della foto, un baretto alla buona, con sdraio e ombrelloni scompagnati, pedane di assi dissestate, una doccia à deux – una colonnina centrale con una cipolla gocciolante per parte – con più acqua che esce dalle manopole dei rubinetti che dai diffusori e cespi di erbe selvatiche che surrettiziamente s’allungano verso i piedi dei doccianti. Ma a Ierissos, una cittadina a mezz’ora da qui, il lungomare è lungo davvero e di beach bar ce ne sono decine, camminando sulla promenade da una parte c’è la spiaggia a cui si scende per varie scalette, e dall’altra i bar attraverso i quali passi, uno via l’altro, dall’uno all’altro, come attraversando le vecchie case di qui, dove le stanze erano in serie, dalla cucina alla prima camera da letto, e poi la seconda, la terza e via via fino a quella del nonno-patriarca. Il gabinetto era fuori.
Sono stato a Ierissos l’altro giorno e sotto questo sole limpido di maestrale ho camminato la promenade e in spiaggia c’erano mamme e bimbi e ai banchi dei beach bar c’erano i gestori, ma cameriere neanche una. Come quella di Pyrgadikia, quella del mio beach bar. Sparita lei, sparite tutte.
Qui in Grecia sono una specie speciale, le cameriere dei beach bar. Hanno una livrea speciale con poche variazioni limitate ai colori della canotta sopra shorts ammiccanti, all’altezza dello zoccolo che cambia a seconda della statura e al modello del marsupio che fa da cassa portatile. Oltre a certi pregi su cui sorvolo, ma che si ripropongono puntualmente senza eccezioni, hanno in comune anche un sorriso che riesce a riassumere in un lampo l’essenza di una giornata al mare: luce, calore, brulicare di schiume di risacca, brio del vento, sospensione del tempo in un eterno presente di beatitudine. Qualsiasi porcata abbia combinato il barista, quando te la serve la cameriera del beach bar diventa nettare.
Parlano una lingua speciale, la lingua delle cameriere dei beach bar, che è la somma di varie lingue, nessuna delle quali è la loro lingua madre. Non lo è nemmeno il greco, perché non sono greche. Ecco perché non ci sono più.
Migrano come le rondini. E mentre le rondini aspettano i primi freddi, le cameriere dei beach bar migrano quando le clessidre della civiltà esauriscono la sabbia di sopra e la mano della produzione le rovescia.
Ieri in una giornata bellissima che definirei accesa, il mio beach bar era spento. Mancava la cameriera del beach bar e il beach bar da brillante era diventato opaco. Mancavano i suoi shorts ammiccanti, il suo ancheggiante andamento lento, i suoi pasticci linguistici, mancava il suo ipnotico  sorriso. La cameriera del beach bar di Pyrgadikia è migrata. Chissà dove è andata a svernare. Chissà dove migrano le cameriere dei beach bar. Chissà se passa un torpedone a raccoglierle come passano i venti a raccogliere le rondini. Chissà se trascorrono l’inverno insieme o si disperdono in Bulgaria, Serbia, Croazia, Montenegro, Bosnia, Ungheria, Ucraina, Russia, Georgia, Lituania. Perché una cosa so: le cameriere dei beach bar migrano verso nord, non a sud come le rondini.
Crogiolandomi sulla sabbia calda fantasticavo nel dormiveglia di applicare loro un chippino dietro il lobo destro, come si farebbe con una cicogna o una sgarza dal ciuffetto, per sapere dove migrano. Ma in fondo mi basta sapere una cosa sola: che l’anno prossimo torneranno. Meno male.

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