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Signor Raffaele Cantone, no

A Cervignano, nel 1968, ero sergente nel gruppo squadroni lancieri di Aosta, quelli con le fiamme rosse. La caserma, che ospitava una brigata di cui facevamo parte anche noi esploratori, era enorme.
Quando fu il mio turno di servire come comandante della guardia, proprio durante la mia notte di corvè ci fu un incidente. Verso le tre di notte, durante il suo turno di guardia in una della postazioni lungo il chilometrico perimetro della caserma, un lanciere del mio reparto abbandonò il suo posto e andò a dormire.
Le guardie erano in servizio per due ore, il loro comandante, io, per 24.
Avevo il mio vice, un caporale, e facevamo lunghissimi giri di ispezione a turno, in modo da tenere sotto controllo al meglio la situazione. Nel novembre del 1968, come si può immaginare, c’era un livello di allarme costante in tutte le caserme, anche se basso. Fu in effetti il caporale a scuotermi sulla mia branda in guardiola, dove m’ero assopito vestito, con gli anfibi ai piedi, dopo che avevo da poco finito di presenziare al cambio delle guardie lungo un perimetro infinito, ad avvertirmi che una guardia era scomparsa.
Andammo subito insieme a verificare la segnalazione. Risultò che mancava proprio un mio lanciere ( un ragazzo davvero problematico che ovviamente conoscevo). Comandai di guardia in quella postazione il mio caporale e mi precipitai in camerata a recuperarlo, lo tirai giù dal letto, lo aiutai a vestirsi e lo riportai praticamente di peso al suo posto.
Ci fu forzatamente un rapporto (il comando della guardia è nella palazzina dell’ingresso e dipende dall’ufficiale di picchetto, che evidentemente aveva visto tutto, non potevo nascondere la mancanza).
Io, come comandante della guardia, fui messo sotto inchiesta.
Dopo aver passato la notte in bianco, fui chiamato a rispondere del mio operato prima dal comandante del mio gruppo squadroni affiancato dai capitani comandanti degli squadroni riuniti in commissione, poi dal generale comandante di brigata affiancato dai colonnelli comandanti dei reggimenti in una commissione di un livello più alto. Dovevo rispondere del mio operato, in qualità di comandante di un servizio di guardia durante il quale una guardia se n’era andato a dormire.
Era andato a dormire lui, non io. E allora?
Allora io ero il responsabile del servizio, io ero il garante del servizio, perché io ero il comandante.
Vado a capo perché, Signor Raffaele Cantone, voglio evidenziare questo punto che credevo e ancora credo saliente: ero il garante del servizio. Specifico: garante.
Quello che garantisce il capo di un servizio è che nessuno abbia a subire danno dal servizio. Né quelli che lo svolgono, né coloro che ne usufruiscono. Mi dica: altrimenti perché è un servizio?
E se il servizio non funzionava a dovere, a risponderne ero io. Anche se ero rimasto sveglio tutta la notte e non ero stato io a lasciare la mia postazione.
Perché, signor Cantone, è così che sta scritto, se leggere è stata l’attività principe di tutta la mia vita. Chi comanda è responsabile di quello che fa la struttura di cui è il vertice. Altrimenti, mi dica lei che ci sta a fare il vertice?
Prima che mi presentassi davanti alle commissioni, fui catechizzato dal mio personale comandante, capitano Guerrini. Volle che gli raccontassi tutto per filo e per segno, insisté perché fossi assolutamente sincero, si assicurò che potessi contare sulle testimonianze del caporale e del tenente di picchetto e che entrambi avrebbero confermato la mia cronologia dei fatti.
Era giustamente preoccupato per me e il mio futuro. Se fosse stata provata una mia negligenza, “in qualità di comandante della guardia” la punizione sarebbe stata esemplare e avrebbe pesantemente inciso sul seguito della ferma. Non per essere colpevole di una mancanza, ma per essere il garante che quella mancanza non producesse danni.
A me sembra così elementare da ricordarmi le tabelline.
Le dirò che fui scagionato da entrambe le commissioni, perché proprio per aver articolato bene le mie ispezioni notturne, io e il mio vice ci accorgemmo subito della mancanza. E fui proprio io che, come comandante vigile e presente, impedii che la mancanza diventasse grave, facendo in modo che la postazione restasse scoperta per poche decine di minuti.
In tutte le situazioni gerarchiche credo che funzioni così. Dappertutto, almeno nell’Europa più avanzata. E lei lo sa, signor Cantone, non può non saperlo. Ed è questo che mi fa male. Quel punto per cui il Martin italiano perde sempre la cappa. Quel brutto vizio per cui agli italiani piace scivolare sull’olio del “quasi”, del “però”, che dà tanto, giustissimo fastidio all’Europa che conta.
Se io fossi stato ignaro di quel che accadeva durante il mio servizio e qualcuno fosse penetrato dal settore incustodito magari a rubare esplosivi per qualche attentato, che era nostra prima preoccupazione, io sarei stato punito. Anche se non ero stato io a commettere la mancanza.
Sarei stato punito anche se ad accorgersi del posto di guardia vacante fosse stato l’ufficiale di picchetto o il capitano d’ispezione o chiunque altro prima che me ne accorgessi io e anche se comunque non ci fossero state conseguenze gravi come un furto.
Sarei stato punito perché ero responsabile del servizio e quindi di come il servizio veniva svolto.
Forse per lei la parola responsabile ha un valore marginale.
Forse essere il responsabile della polizia è solo un’icona istituzionale che percepisce un invidiabile stipendio, un avatar che occupa una poltrona dietro una bella scrivania in un bell’ufficio, e tutto quello che fanno i suoi sottoposti non gli compete perché la carica di capo è solo formale, è un’onorificenza, una targhetta.
Allora io non ho capito niente, non capisco perché ho rischiato una pesante punizione da sergente, non capisco perché se i tifosi insultano, la società calcistica di cui sono sostenitori viene multata, non capisco perché il signor Lupi si è dovuto dimettere.
Signor Cantone, abbia pazienza, l’assoluzione da responsabilità penali non c’entra niente. E’ talmente fuori luogo anche solo citarla, che più che meravigliato mi sento profondamente deluso.
Ho perso il conto delle volte in cui i rappresentanti delle nostre istituzioni mi fanno restare male. Mi sarei volentieri risparmiato di ascoltare le sue parole.

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Orrore

Ormai non scrivo più, ma passerà. Non scrivo più qui le mie considerazioni.
Un motivo è contingente: ho l’acqua (il lavoro intendo, e il mio è fludio e temperamental come l’acqua, e anche come certe isterie che sono il tessuto stesso del territorio vanesio in cui arranco) alla gola; l’altro è storico: vivo in un regime, che spogliato da tutte le mistificazioni di cui si ciba il “popolo bue”, è in tutto e per tutto uguale a quello di Franco, di Stalin, di Pinochet, di Fidel Castro eccetra. E’ solo più sofisticato. Allora non ho più voglia di parlare di niente. Per ora.

Ma prima di prendermi una piccola pausa (e non me la sono già presa?) passo ingenuamente un paio di considerazioni su cui, chissà qualche vagabondo del web vorrà riflettere.

da IL FATTO QUOTIDIANO:
I 170 milioni di euro che ogni anno i partiti incassano sotto forma di rimborso elettorale non bastano più. Nonostante il referendum del ’93 abbia abolito il finanziamento pubblico, ora il Parlamento cerca un nuovo stratagemma per moltiplicare la cifra a disposizione delle forze politiche: una legge che regali 185 milioni annui alle fondazioni che curano “l’attività culturale e la formazione politica” del partito cui fanno riferimento. Non solo: la soglia per avere diritto al rimborso elettorale verrebbe abbassata dal 4% all’1%. La norma, proposta dal deputato del Pd Ugo Sposetti, è subito piaciuta in modo trasversale: l’hanno firmata in 56, molti Pd e, poi, esponenti di Pdl, Udc, Idv e Ir. Fra due giorni la commissione Affari costituzionali di Montecitorio inizierà la discussione
di Eduardo Di Blasi

Qualche giorno fa avevo messo da parte un pezzo per un mio post sulla Cittadella. (Che un giorno scriverò, tanto c’è tempo, siamo fritti adesso e lo saremo per decenni.) Eccolo:

Il ricorso sul quale deve pronunciarsi il giudice riguarda gli articoli della Costituzione che disciplinano l’esercizio del diritto di voto. Un diritto che “non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge”, (art. 48) e che deve essere “diretto e uguale” (art. 56): non vi devono cioè essere intermediazioni tra il corpo elettorale (il singolo elettore) e i suoi rappresentanti (gli eletti). E deve essere esercitato in uguali condizioni da tutti i partecipanti, sia attivi (gli elettori), sia passivi (i candidati). “La nuova disciplina sottrae invece del tutto all’elettore la potestà di esprimere il proprio voto di preferenza per i candidati compresi nella lista votata” – dice Bozzi – e lede il principio di uguaglianza istituendo due coefficienti, uno per la maggioranza uno per la minoranza, con un effetto paradossale: per ottenere un seggio, alla minoranza servono più voti che alla maggioranza. Una disuguaglianza che aumenta enormemente con il premio di maggioranza senza quorum (per ottenerlo basta un voto in più) che attribuisce ai vincitori il 55 per cento dei seggi del Parlamento”.

Una maggioranza così formata è in grado aggiudicarsi un potere quasi assoluto, perché con i suoi voti controlla l’elezione del presidente del Consiglio, del presidente della Repubblica, la nomina dei giudici della Corte Costituzionale e dei componenti del Consiglio Superiore della Magistratura. “Questa legge elettorale garantisce l’autoriproduzione infinita e l’intangibilità assoluta della Casta”, conclude Bozzi.

Il ricorso, firmato da altri avvocati e giuristi, è molto complesso, ma la risposta che dovrà dare il giudice è relativamente semplice. Potrà respingerlo o sospendere il giudizio rimettendo il quesito alla Corte Costituzionale. Nel primo caso non tutto è perduto, perché un analogo ricorso pende presso la Corte Europea di Giustizia. Nel secondo caso si darebbe finalmente modo alla Corte Costituzionale di pronunciarsi sul famigerato “porcellum”.

di Eduardo Di Blasi

Finisco con il mio sconsolato commento.
La Costituzione, che ho sempre difeso e continuerò a difendere a spada tratta, è carente guarda caso su un punto specifico: le prerogative dell’elettorato, dei cittadini, dei contribuenti.
Perché è stata redatta dai partiti, non dal popolo. E di conseguenza non può essere democratica. E non lo è proprio nel nerbo stesso del concetto di democrazia. Su due punti eclatanti: le norme sul referendum e la legge elettorale.
Sono due strumenti di autentica democrazia in un ordinamento “rappresentativo”, gli unici strumenti con cui i cittadini controllano i loro rappresentanti.
Ebbene: in entrambi i casi questi strumenti sono stati spogliati da ogni potere e rimessi nelle mani dei partiti.
Alla fine questi sono i soli due punti della nostra Costituzione da cambiare immediatamente, uno è da riformare, e l’altro è da introdurre.

E per finire necessita una legge precisa sugli aumenti ai parlamentari:
Si stabilisca, come in tutti i Paesi occidentali lo stipendio minimo garantito. E una legge stabilisca di conseguenza che i parlamentari avranno lo stesso stipendio moltiplicato per un certo coefficiente da fissare.
E quanto non cresce lo stipendio minimo garantito, non cresce neppure quello dei parlamentari e dei giudici.

Semplicissimo e democratico.

p.s.: il giudice ha respinto l’eccezione. I querelanti si sono appellati a Strasburgo. Siamo messi male. Peggio. Questo Paese pauroso di immigrati e di futuro, imbesuito da soap opera e Tg1, con indice e pollice argentati a forza di strofinare gratte-e-vinci, viene ormai guardato con disprezzo e fastidio da nazioni deprecabili, ma che con tutti i loro difetti sentono non a torto di poterci guardare dall’alto in basso.


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Teatri grandi (altrove) e piccolissimi (qui)

Tra i luoghi di villeggiatura dove andavo da piccolo c’era Levanto. La casa era monumentale, tutta dritta di grandi scale chiare e fresche anche d’estate fino a un appartamento di pietre e piastrelle chiare e finestre piccole e una cucina immensa, per me che avevo sette o otto anni, e con una mobiletto che esisteva solo lì, una specie di comodino con una grata finissima di fil di ferro nello sportello, dove tenerci i formaggi, soprattutto il pecorino per farci il pesto.
Quella volta a badare a me e mio fratello c’era nonna Piera, e tornavamo a casa dal pomeriggio in spiaggia e per arrivare al caroggio, il vicolo da dove si entrava nell’androne cavernoso della casa dove abitavamo, si passava per un giardinetto. E quella volta c’era un teatrino di burattini e il giardinetto era gremito di bimbi e genitori e mio fratello e io a tirare la nonna, fermati fermati, e nonna Piera cosa poteva fare? Così, in piedi, ci fermammo, io a inchiodare nonna Piera da una parte, Paolo a bloccarla dall’altra.
C’erano due personaggi nel rettangolo del teatrino, due amici, e uno raccontava all’altro del suo safari in Africa.

«E allora siamo andati il primo giorno e abbiamo trovato le iene e bam ne ho uccisa una e l’ho portata via.»
«E dove l’hai messa?»
«Nel tucul.»
L’amico è perplesso e si allontana di qualche centimetro.
«Il giorno dopo siamo andati e abbiamo trovato un leone e pam, l’ho ucciso:»
«E cosa ne hai fatto?»
«L’ho messo nel tucul.»
L’amico si agita. «Orco….»
«Poi, il giorno dopo, abbiamo trovato l’elefante.»
«Ahi», fa l’amico ora spaventato battendo le manine. «E cosa ne hai fatto?» chiede angosciato.
«L’ho messo nel tucul.»
L’amico a questo punto non riesce a trattenersi: «E basta, sai! Non ci sta più niente nel micul!»
Nonna fece forza e ci trascinò via indignata.

Mi ci vollero anni e anni, per capire l’indignazione di nonna Piera e soprattutto per capire la scenetta.
Oggi mi chiedo quanti anni e anni ci vorranno perché il pubblico di questo teatrino capisca cosa sta guardando (burattini manovrati da mani invisibili) e capisca che il tucul e proprio il suocul?

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Il canto del lepidottero

Questa mattina ho ascoltato alla radio le interviste ad alcuni partecipanti alla festa della Lega Nord.

Mi sento come una farfalla piantata nel muro con uno spillone verde.

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